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L’interrogativo che da qualche tempo continuo a pormi è se non ci siamo accorti della loro vittoria, oppure abbiamo fatto solo finta di non accorgercene

A trent’anni dalla morte di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino, le mafie hanno cambiato la loro strategia, mentre gli apparati e gli strumenti dell’antimafia sono rimasti fermi al palo e del tutto spuntati. Non è facile da ammettere, ma è così. Provo a chiarirlo nel modo più semplice possibile. Celebriamo ogni anno le innumerevoli vittime di mafia e tra poco come un rituale, “dovuto” solo per salvare le apparenze, ricorderemo Paolo Borsellino e le altre vittime dell’attentato avvenuto il 19 luglio 1992 in via D’Amelio a Palermo. È ormai una liturgia dove spesso officiano proprio i loro nemici. Quelli che li hanno derisi e ostacolati in ogni modo quando erano in vita. Li hanno uccisi perché sarebbero stati in grado di sconfiggere le mafie e l’hanno dimostrato con “Cosa Nostra” in Sicilia costruendo mattone su mattone il più grande processo contro la criminalità organizzata nella storia dell’umanità. La mafia ha vinto perché ha eliminato due degli uomini migliori che potevano realmente nuocerle. Con la loro scomparsa comincia un inarrestabile declino dovuto specialmente alla mancanza d’idee e strumenti idonei a combattere soprattutto le evoluzioni della nuova criminalità organizzata emergente. Cosa Nostra non è stata sconfitta ma ha vinto perché ha eliminato i suoi acerrimi nemici. Coloro che l’avrebbero sconfitta non solo in Sicilia, ma ovunque si fosse infiltrata e radicata. Giovanni Falcone procuratore nazionale antimafia e Paolo Borsellino procuratore della Repubblica di Palermo avrebbero significato nei loro ruoli la sconfitta non della mafia, ma delle mafie e non solo a livello nazionale ma anche transnazionale. Come facciamo a non accorgerci che le mafie hanno vinto?  Hanno acquisito un potere così forte da poter arrivare a garantirsi l’impunità. I mafiosi li abbiamo eletti in Parlamento. Hanno svolto il ruolo di ministri in alcuni Governi. Hanno gestito banche e grandi imprese. Sono stati ai vertici delle istituzioni ricoprendo cariche che rappresentavano la Nazione. Queste sono le nuove mafie o ancora vogliamo continuare a credere che siano quelle che taglieggiano ed estorcono il denaro ai piccoli imprenditori? Le nuove mafie sono nate e si sono potenziate proprio dopo le morti di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Uccisioni che hanno segnato una vera sconfitta dello Stato democratico, considerato nella sua interezza, così forte che ci si aspettasse una reazione risolutiva che non c’è mai stata. Dopo il 19 luglio del 1992 sembrava fosse iniziata un’accettabile risposta delle Istituzioni che però progressivamente si è fatta sempre più blanda e meno incisiva, mentre nel frattempo le mafie si rafforzavano e diventavano sempre più transnazionali. La lotta alle mafie, oggi, purtroppo è un impegno di pochi. Assistiamo a un rifiuto della nostra società ad affrontare questo fenomeno criminale anche attraverso una normale dialettica. Dopo trent’anni non mi sento di affermare che le mafie sono state sconfitte come in tanti invece pensano in questo Paese. Le tesi negazioniste sono utili solo alle mafie per crescere e proliferare ovunque. Il fatto stesso di non riuscire a catturare Matteo Messina Denaro è sintomatico di una lotta alle mafie, da parte dello Stato, senza finalità e incisività di prospettiva nel futuro. Le nuove mafie stanno crescendo in ricchezza e pericolosità perché sono venuti meno quei presupposti di opposizione culturale, economica e politica necessari per la loro fine. Le nuove mafie richiedono per la loro sconfitta un “Corpus Juris” nazionale e transnazionale che si adegui alle loro metamorfosi continue. È necessario impegnare in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni non solo a livello nazionale ma anche internazionale. Non comprendere questa esigenza globale significa sostenere che il problema della criminalità organizzata di tipo mafioso sia soltanto un ricordo del passato. Le cose invece sono esattamente al contrario. Le mafie di oggi sono più potenti e più pericolose rispetto a quelle che le hanno precedute. Per contrastare questi nuovi fenomeni criminali, come detto più pericolosi rispetto al passato, occorrerebbero tanti Giovanni Falcone e tanti Paolo Borsellino. È irrinunciabile inoltre una vera presa di coscienza delle prossime generazioni che dovranno essere decise nel contrastarle con ogni mezzo. Rinnegare le complicità, le contiguità, le connivenze contrastando il cancro ormai metastatizzato dell’assuefazione alla corruzione e all’evasione fiscale dovranno diventare il nuovo modus vivendi. La parabola nelle mafie non è per nulla in fase discendente, chi pensa questo o è in malafede o è incompetente.

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