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“E diciamolo una volta per tutte che noi siciliani la mafia la vogliamo. Ma non perché ci fa paura, perché ci dà sicurezza, perché ci identifica, perché ci piace. Noi siamo la mafia”. Accostamento azzardato quello del monologo finale nel film “I cento passi” con i risultati delle ultime amministrative a Palermo? Può essere. Ma forse è utile per scuotere le coscienze, metabolizzare l’amarezza e per concentrarsi sui progetti futuri. “Irredimibile”, “senza speranza”, “senza memoria”, “senza rispetto per i martiri di questa città”, financo “dannata”. Quante ne sono state dette su Palermo? E quante ancora se ne diranno? Non è dato sapere. Ma a chi ha lottato per dare un segnale forte di riscatto a questa città - anche in queste elezioni - va detto grazie. Grazie per averci creduto, per essersi messo in gioco, per aver lottato fino all’ultimo. Forse non era il momento. O forse si. Ma le trame politiche - anche attraverso endorsement di condannati per mafia - hanno preso il sopravvento sul possibile riscatto di questa città. E il popolo? Intimorito dalle pressioni mafiose, pavido, indifferente, complice? O che altro? E’ evidente che l’azione repressiva giudiziaria, la denuncia sociale, così come quella mediatica, continuano a non essere sufficienti per vincere questa guerra. La rivoluzione culturale, di cui c’è tanto bisogno per dare una svolta, affonda le sue radici nell’esercito di maestri elementari di cui parlava Gesualdo Bufalino, per poi proseguire sulle gambe di chi ha a cuore il futuro delle nuove generazioni. Che non meritano di rivivere lo scempio del passato. 
Il lavoro è lungo e articolato, costellato di mine vaganti, ma resta comunque un progetto su cui puntare per liberare questa terra.

Tratto da: Facebook

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