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L’eccidio di via dei Georgofili si colloca nel progetto terroristico ideato nel 1991 e sintetizzato così da Totò Riina: “Fare la guerra prima di fare la pace”. Il ruolo di Giuseppe Graviano

L’input investigativo che ha consentito di ricostruire la fase preparatoria ed esecutiva degli attentati del biennio ’93-94 è stato fornito dall’analisi dei tabulati delle utenze telefoniche. La verifica dei contatti intercorsi nella fascia oraria caratterizzata dall’attentato di via dei Georgofili faceva emergere, infatti, che un cellulare – dopo un lungo periodo di inattività dello stesso (…) – si era acceso 24 ore prima dell’esplosione, alle ore 1:04 del 26 maggio 1993, effettuando una chiamata in uscita. Era quello in uso a Gaspare Spatuzza. Il suo cellulare risultava costantemente presente sotto determinati ponti radio in coincidenza del periodo interessato dalle stragi di Firenze, di Roma e di Milano. (…) Fin dall’inizio emergeva un collegamento fra gli attentati di Roma, Firenze e Milano, successivamente ricondotti a una matrice unitaria e, nell’autunno del 1994, le indagini venivano riunite presso la Procura Distrettuale di Firenze, essendo la strage di via dei Georgofili il reato più grave, commesso per primo in ordine di tempo. La svolta nelle investigazioni arrivava, nell’agosto 1995, con la decisione di collaborare dell’autotrasportatore Pietro Carra e, nel gennaio 1996, del basista Antonio Scarano, il quale forniva indicazioni utili sulla scelta degli obiettivi da colpire nelle tre città, riferendo di aver effettuato vari sopralluoghi insieme a Spatuzza (…).

Nei confronti dei responsabili condannati in via definitiva per gli episodi stragisti del biennio 1993-1994 sono state acquisite prove pesanti come macigni, in parte significativa costituite dalle confessioni e dalle accuse severamente verificate di 11 esecutori dei delitti e, comunque, di partecipi agli stessi: Pietro Carra, Antonio Scarano, Vincenzo e Giuseppe Ferro, Salvatore Grigoli, Pietro Romeo, Emanuele Di Natale, Umberto Maniscalco, Giuseppe Monticciolo, Giovanni Brusca e, da ultimo, Gaspare Spatuzza, che nel 2008 iniziava a collaborare (…). E va annoverato l’apporto di Vincenzo Sinacori, coinvolto nella prima fase della strategia stragista, agli inizi del 1992, quando (…) si era trasferito a Roma con l’obiettivo di individuare e colpire Giovanni Falcone e Maurizio Costanzo. Le loro dichiarazioni, insieme a quelle di altri collaboratori di giustizia, (…) hanno consentito di ricostruire, sia pur con un grado diverso di completezza, la fase preparatoria ed esecutiva, nonché di individuare alcuni mandanti intranei a Cosa Nostra e di giungere alla condanna con sentenza definitiva – a seguito di un triplice verdetto della Corte di Cassazione (6.05.2002, 18.01.2016 e 20.02.2017) – di 34 imputati, fra i quali mafiosi di rango, per aver ideato, deliberato e partecipato alle stragi e di due imputati per favoreggiamento. Una verità che ha resistito ai tentativi di depistaggio.

La fase esecutiva dei sette episodi stragisti ha visto il ruolo centrale dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano e, in particolare, di Giuseppe Graviano. Questi, infatti, oltre ad aver contribuito a ideare e a deliberare la strategia stragista è stato il più determinato, dopo l’arresto di Salvatore Riina del 15 gennaio 1993, nel voler proseguire la campagna stragista, insieme a Matteo Messina Denaro, con il quale ha vissuto in clandestinità durante il 1993, e a Leoluca Bagarella. Da latitante, ha diretto e organizzato le fasi preparatorie ed esecutive degli episodi stragisti, con l’impiego di numerosi uomini d’onore del proprio mandamento (…) o allo stesso strettamente legati. (…) Giuseppe Graviano, nell’interesse di Cosa Nostra, ha rappresentato il cuore pulsante dello stragismo, contribuendo a elaborare le finalità e dosandone le tempistiche di esecuzione (…), e ha trascorso parte della sua latitanza al Nord e, a Milano, veniva arrestato il 27 gennaio 1994.

Con riguardo alla strage di via dei Georgofili, che oggi commemoriamo, sono state ricostruite le attività pianificate e attuate afferenti: dalle modalità di acquisizione dell’esplosivo (in larga misura tritolo proveniente da ordigni bellici) al confezionamento della carica e alla collocazione della stessa nel Fiorino (…); dal collocamento del furgone sull’obiettivo prescelto (…) al peso e all’innesco della carica (…).

La strage di via dei Georgofili si colloca nel più ampio progetto terroristico eversivo, ideato nell’autunno del 1991, sintetizzato da Salvatore Riina: “Bisogna prima fare la guerra prima di fare la pace” (…), che rappresentano un ragionamento politico. A seguito del nefasto esito del maxiprocesso, derivante dalla sentenza della Corte di Cassazione del 30 gennaio 1992 e del conseguente insuccesso dei tentativi di condizionarne l’esito, Cosa Nostra ha colpito gli acerrimi nemici e i tradizionali referenti politico istituzionali. Con il ricatto a suon di bombe, attuato con otto stragi (due in Sicilia e sei nel continente) e plurimi omicidi, i vertici del sodalizio hanno voluto fare una guerra allo Stato per piegarlo e indurlo a trattare, in un periodo di sfaldamento dei partiti di governo, falcidiati dalle indagini su Tangentopoli. E ciò al fine di creare un assetto di potere ritenuto funzionale alle proprie aspettative riannodando il rapporto politico mafioso sfaldato con altri referenti, condizionando la politica legislativa del governo e del Parlamento (ottenere vantaggi sul terreno carcerario – l’abolizione del carcere duro di cui all’art. 41 bis e dell’ergastolo – e su quello del pentitismo e del sequestro dei beni) e riannodando il rapporto politico mafioso sfaldato con altri referenti nel quadro di più trattative avviate da esponenti delle istituzioni o da loro emissari con appartenenti a Cosa Nostra. (…)

Rimangono, invero, spunti investigativi e interrogativi che impongono di continuare a indagare per verificare se sia dimostrabile sul piano processuale una convergenza di interessi di ulteriori soggetti estranei al sodalizio mafioso nell’ideazione e nell’esecuzione della strage. (…) Come mai Paolo Bellini s’incontrò con Antonino Gioè, mentre era in corso la preparazione della strage di Capaci (alla quale contribuì attivamente) e perché istillò il proposito di colpire la Torre di Pisa? Le ragioni e le modalità della morte di Antonino Gioè il 29 luglio 1993, all’indomani degli attentati del 27-28 luglio, sono rimaste non chiarite. Cosa è accaduto in via Palestro dopo il 23 luglio 1993, quando Spatuzza lasciava Milano e si recava a Roma? Da chi e come è stata trasportata la Fiat Uno in via Palestro? Perché tutti gli episodi stragisti menzionati (tranne via Palestro) sono stati rivendicati con la sigla Falange Armata? Più in generale, non sono state individuate compiutamente le ragioni dell’accelerazione dell’eliminazione di Paolo Borsellino, eseguita dopo 57 giorni, nella medesima città, a Palermo (…), nella quale fu eseguita quella di Falcone, della moglie e dei tre agenti di scorta, e non si conosce il perché sia cessata il 23 gennaio 1994 la campagna stragista, dopo il fallito attentato allo stadio Olimpico. Vi è poi il dato, suscettibile di approfondimento, per cui i vertici di Cosa Nostra ricevettero, nel corso del 1992, un segnale istituzionale, consistito nell’avvio di una trattativa, che, nella loro prospettiva suonava come una conferma che la loro attività stragista fosse idonea ad aprire nuovi canali relazionali, capace di individuare nuovi referenti politico istituzionali. Il che induce a chiedersi come sia possibile che lo stragista Matteo Messina Denaro continui a essere latitante dopo un trentennio. Una permanenza in libertà che non consente di ritenere finita l’era dei corleonesi, tanto più che sono stati pianificati attentati nei confronti di rappresentanti delle istituzioni in anni recenti. (…).
A distanza di 29 anni dalla strage di via dei Georgofili, se possiamo ritenere di avere accertato, con il pieno rispetto delle garanzie degli imputati condannati, una parte davvero significativa della verità (…), non possiamo trascurare l’impegno a continuare nella ricerca della stessa, nel rigido rispetto del segreto investigativo, evitando cedimenti e cercando di impedire l’erosione degli strumenti di contrasto che i vertici di Cosa Nostra volevano far eliminare ricattando lo Stato con il tritolo.

Tratto da: ilfattoquotidiano.it

Foto © Imagoeconomica

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