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Più trascorrono gli anni e più cresce la mia sensazione di disagio nel partecipare alle pubbliche cerimonie commemorative delle stragi di Capaci e di via D’Amelio. La retorica di Stato ha i suoi rigidi protocolli ed esige che il discorso pubblico venga epurato da ogni sconveniente riferimento alle travagliate vicende che segnarono le vite di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino, preparandone lentamente la morte. Relegando nel fuori scena della storia quelle vicende, questa forma di autocensura consegna così alla memoria collettiva una narrazione tragica e, nello stesso tempo, semplice e pacificata, che si può riassumere nei seguenti termini: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino furono assassinati perché con il loro lavoro di integerrimi magistrati, culminato nelle condanne inflitte con il maxiprocesso, erano il simbolo di uno Stato che aveva sferrato un colpo mortale a Cosa nostra, mandando in frantumi il mito della sua invincibilità. I carnefici, i portatori del male di mafia, sono stati identificati e condannati. Hanno i volti noti di coloro che l’immaginario collettivo ha già elevato a icone assolute e totalizzanti della mafia: Totò Riina, Bernardo Provenzano e altri personaggi di tal fatta; per lo più ex villici che si esprimono in un italiano maldigerito, i cui tratti fisiognomici, duri e sprezzanti, quasi appaiono lombrosianamente rivelatori della loro intima natura crudele.

Secondo questa rappresentazione, (…) una netta linea di confine separa la città dell’ombra, abitata dai portatori del male di mafia, dalla città della luce, popolata dagli innocenti. Il male, dunque, è fuori di noi e può essere catarticamente proiettato sul monstrum (colui che viene messo in mostra). A volte qualcuno tra gli oratori si spinge ai limiti dell’arditezza, alludendo anche alla corresponsabilità di colletti bianchi che si muovono ambiguamente lungo quella linea di confine. E, tuttavia, (…) l’oratore provvede subitaneamente a ridimensionare quest’ardita digressione (…) specificando che nella maggior parte dei casi si tratta di “semplice” responsabilità morale e, per il residuo, di singole mele marce nel paniere delle mele buone. Del resto, in quale buona famiglia non esiste qualche pecora nera? Fine della cerimonia e saluti delle autorità, tra le quali purtroppo siedono, talora in prima fila, anche personaggi dai dubbi trascorsi, ai quali si è costretti a stringere la mano per dovere di ruolo. Si ritorna quindi a casa e coloro che, come me e pochi altri, hanno vissuto queste vicende in prima persona, portandone dentro segni indelebili, vengono colti da un senso di spaesamento per l’impossibilità di riconoscersi in una simile narrazione degli eventi.

Il peso del rimosso, della parte della storia relegata nel fuori scena, è infatti tale da stravolgerne completamente la chiave di lettura e il senso globale. La realtà che abbiamo vissuto e sofferto con Giovanni e Paolo racconta che, diversamente da quanto si ripete nelle cerimonie ufficiali, il male di mafia non è affatto solo fuori di noi, è anche “tra noi”. Racconta che gli assassini e i loro complici non hanno solo i volti truci e crudeli di coloro che sulla scena dei delitti si sono sporcati le mani di sangue, ma anche i volti di tanti, di troppi sepolcri imbiancati. Un popolo di colletti bianchi che hanno frequentato le nostre stesse scuole e che affollano i migliori salotti: presidenti del Consiglio, ministri, parlamentari nazionali e regionali, presidenti della Regione siciliana, vertici dei servizi segreti e della polizia, alti magistrati, avvocati di grido dalle parcelle d’oro, personaggi apicali dell’economia e della finanza e molti altri. Tutte responsabilità penali certificate da sentenze definitive, costate lacrime e sangue, e tuttavia rimosse da una retorica pubblica e da un sistema dei media che, tranne poche eccezioni, illuminano a viva luce solo la faccia del pianeta mafioso abitata dalla mafia popolare, quella del racket e degli stupefacenti, elevando una parte a simbolo del tutto. (…)

In realtà il gorgo che ha inghiottito migliaia di vite chiama in causa quello che lucidamente Giovanni Falcone definiva “il gioco grande” del potere, di cui il sistema mafioso sin dall’Unità d’Italia è sempre stato importante coprotagonista, come dimostrano la lezione della storia, gli esiti di tanti processi, e come confermano, da ultimo, anche le indagini sulle stragi del 1992. (…) Indagini che, come quella sulla trattativa tra alcuni esponenti dello Stato e la mafia per porre fine alle stragi, hanno anche innescato una sorta di triste sagra di Stato degli smemorati di Collegno, intessuta di tanti “non ricordo”, di reciproche smentite, di rivelazioni parziali. (…)

Questa parte della storia che si è venuta sin qui tratteggiando è a sua volta contenuta, come all’interno di una matrioska, in una storia ancora più grande che coincide con quel gioco del potere a cui fa accenno Carlo Alberto dalla Chiesa e a cui si riferisce esplicitamente Falcone con l’espressione “gioco grande”. Lo Stato, infatti, non era privo di credibilità solo in Sicilia. Lo Stato non era credibile in tutto il Paese, perché significative componenti delle classi dirigenti che ne occupavano i centri nevralgici utilizzavano il potere pubblico in modo illegale e talora violento. Come è stato accertato con sentenza definitiva, erano uomini dello Stato (…) quelli che negli stessi anni avevano depistato le indagini della magistratura sulla strage alla stazione di Bologna consumata il 2 agosto 1980 e avevano coperto i reali esecutori materiali, alimentando una strategia della tensione che metterà in ginocchio la democrazia nel Paese. Strategia della tensione che, non a caso, aveva avuto il suo incipit in Sicilia con la strage politico-mafiosa di Portella della Ginestra del 1° maggio 1947, anche quella contrassegnata da altri depistaggi di Stato, secondo un copione che sarà replicato poi nella strage di piazza Fontana e in altre ancora. Lo Stato non era credibile perché centinaia dei suoi vertici facevano parte di una loggia massonica denominata P2, un centro di potere che costituiva una sorta di Stato segreto dentro quello ufficiale, e che gestiva leve fondamentali del potere pubblico. Lo Stato non era credibile perché in quegli stessi anni nei quali Falcone e Borsellino iniziavano la loro marcia, il cancro di Tangentopoli stava corrodendo dall’interno le fondamenta stesse della vita pubblica. (…)

Tutte queste storie sono declinazioni particolari di un’unica, grande storia che ha visto come protagonista la criminalità del potere, le cui varie componenti hanno spesso interagito tra loro sui diversi terreni della corruzione sistemica, della mafia e dello stragismo, tramite una miriade di vasi comunicanti che hanno fatto circolare lo stesso sangue infetto all’interno di un unico corpo malato.

Tratto da: ilfattoquotidiano.it

Foto © Imagoeconomica

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