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Anche se l’allarme è stato dato nel 2018 da due giornalisti, Fabio Ciconte e Stefano Liberti, autori del dossier “Spolpati” e di una serie di servizi, che hanno messo sotto accusa il sistema delle aste online al doppio ribasso, non sembra, ad oggi, che sia cambiato molto. Sono stati messi a punto sofisticati meccanismi a danno dei produttori delle materie prime e a vantaggio della grande distribuzione organizzata (GDO) e dei grandi supermercati. Il covid è servito a esasperare queste tecniche, tirando fuori dal cappello un aumento generalizzato dei prezzi, pari al 40% del loro precedente valore, con l’obiettivo di recuperare le perdite causate dalla pandemia e di realizzare ulteriori profitti in un momento in cui, a causa delle varie paure, la tensione sociale e la protesta è praticamente scomparsa o è stata dirottata sulle innocue contestazioni dei novax e di coloro a cui hanno chiuso fabbriche e posti di lavoro per dislocarle in quei paesi dell’estero, dove il lavoro costa meno.
Ecco un passaggio dell’inchiesta: “Funziona così: ti arriva una email in cui ti si chiede a quale prezzo sei disposto a vendere una partita di un tuo prodotto, per esempio un milione di scatole di passata. Tu fai un’offerta. Il committente raccoglie le offerte e poi convoca un nuovo tender. L’offerta più bassa diventa la base d’asta”. Così dice un imprenditore che definisce la pratica come “la più scorretta in assoluto della grande distribuzione, più o meno come il gioco d’azzardo…. “Ci mettono intorno a una piattaforma e dobbiamo rilanciare sull’offerta. Ma è la prima asta che ho visto in vita mia in cui i rilanci sono dei ribassi!”.
Ci sono stati imprenditori costretti ad abbassare l’offerta, anche andando in perdita e scendendo sotto il minimo accettabile pur di aggiudicarsi la commessa. Il meccanismo delle aste inverse, o al doppio ribasso, partito dal Nord America, è ormai diventato una tecnica e una pratica d’acquisto, soprattutto dei prodotti alimentari, in particolare pomodoro, olio, caffè, legumi, conserve, frutta ortaggi, alla quale fanno ricorso le catene di distribuzione di grandi gruppi commerciali, francesi e tedeschi, come Lidl, Carrefour e Auchan, ma anche in Italia è ormai diventato una pratica commerciale corrente.
Il funzionamento è affidato a una piattaforma digitale nella quale vengono inseriti imprenditori e fornitori e inserito. Si entra con il proprio user name e una password e si dispone di pochi minuti per aggiudicarsi la gara, senza sapere chi siano gli altri partecipanti, con il costante abbassamento dell’offerta, senza alcuna garanzia o tutela del venditore, poiché la compravendita non interessa il consumatore, considerato l’ultima ruota del carro. Teoricamente non si potrebbe vendere meno del prezzo di produzione fissato nell’angolo alto del foglio excel all’interno del quale si fanno le quotazioni la cifra è spesso più bassa rispetto al valore reale, secondo un gioco perverso al quale partecipano gli stessi imprenditori. La prima vendita sottocosto, prima che il prodotto vada in distribuzione, comporta una rivalsa e un recupero delle perdite nei confronti del primo anello della catena, ovvero di chi lavora e produce la merce, il quale, a sua volta si rivarrà sui lavoratori, spesso pagati in nero o strozzati dal sistema del caporalato, e quindi fuori dalle tariffe sindacali, dalle assunzioni tramite collocamento, con retribuzioni anche di due o tre euro l’ora e con il costo del lavoro sempre più svalutato, con livelli incredibili di sfruttamento, secondo un meccanismo perverso che ricade su tutta la filiera e sui vari passaggi di lavorazione e trasformazione del prodotto.
Per esempio, parlando del pomodoro, le aste si fanno in primavera, quando ancora non è cominciata o è appena cominciata la messa a dimora delle piantine: L’operatore agricolo mette in vendita e chiude il contratto di vendita senza tener conto della situazione reale sul terreno, delle condizioni metereologiche, delle eventuali “malattie” delle piante: ne consegue una sorta di guerra commerciale dove il ribasso di 10 o 20 centesimi per una scatola di pelati aziona meccanismi di concorrenza nei quali chi non può sostenere ribassi in perdita viene stritolato dalla concorrenza e costretto ad abbandonare, spesso a chiudere l’attività. Si riscontrano numerosi casi di costi per la confezione in vetro, tappo compreso, per la “passata”, superiori al costo del prodotto".
“Le aste sono convocate da supercentrali europee, da grandi catene distributive in alleanza tra di loro secondo alcune tabelle con basi d’asta predisposte per le diverse quantità di prodotti e quindi con un prezzo unitario a cui si devono vendere. Vince chi vende al minimo ribasso, ma chi vince non sempre riesce a garantire la consegna del prodotto a quei prezzi irrisori”. (vedi articolo Ciconte-Liberti). In Italia quasi tutti i grandi gruppi di distribuzione, da Eurospin a Lidl, a Carrefour, ad Auchan, agli italiani, Coop Italia. Conad, Esselunga e Unes sostengono ufficialmente di non fare ricorso a questa pratica, ma lasciano forti dubbi sul fatto che possano astenersene.
Le conseguenze sono quelle di ricadute a catena sulla qualità dei prodotti, sempre più soggetti a manipolazioni e trattamenti in grado di accelerare la produzione e garantire merce bella all’apparenza, ma bombardata da insetticiti, pesticidi, ormoni, concimi chimici, conservanti.
Possibile andare verso una regolamentazione del sistema delle doppie aste? Ci hanno provato In Francia nel 2005 con una legge (la legge Jacob) che fissa una serie di norme sulla trasparenza nelle contrattazioni e sanziona eventuali partecipanti falsi per far abbassare i prezzi. Nulla di particolarmente rilevante, ma è difficile che questo poco possa accadere in Italia, dove è prassi costante la speculazione al ribasso e il conseguente innalzamento del tasso di guadagno, con la scusa del libero mercato e della libera impresa, ormai diventata parola d’ordine di qualsiasi forza politica. Anche perché le politiche agricole sono l’ultimo dei pensieri dei governi degli ultimi anni e si preferisce comprare a prezzi più bassi prodotti scadenti provenienti dall’estero, anziché stimolare con opportune politiche l’economia agricola nazionale.

Foto © Simone Merli

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