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Antonio Borrometi (in foto) era un uomo perbene. Era così perbene che nessuno, nemmeno il più viscido verme che strisci sulla faccia della terra, avrebbe la faccia tosta di non riconoscerlo. E coloro che hanno avuto la fortuna - quanto a me, l'onore - di conoscerlo sono senza fiato a sapere che un crudele destino ce l'ha portato via così presto.
In tutta sincerità, a me verrebbe da dire, più personalmente, che Antonio Borrometi era un padre perbene. E mi verrebbe da dire così, sapendo di non scalfire in nessun modo la sua irripetibile soggettività, per due motivi. Innanzitutto, perché io, in effetti, l'ho conosciuto come padre di Paolo. In secondo luogo, perché a ferirlo negli ultimi anni, di pari passo con l'evoluzione fatale di quella maledetta patologia, sono state le ignobili vigliaccate praticate da gaglioffi di varia risma ai danni del suo unico figlio. Evenienze che Antonio ha vissuto molto peggio che se fossero coltellate al suo cuore, così insegnando quanto sconfinato sia l'amore di un padre a chi lo ha incrociato in questo tempo e in questo territorio sbandati, ineffabili altrimenti se non con la locuzione “Sicilian Tabloid”.
Ma oltre che un padre dalla statura di un gigante, Antonio è stato un avvocato e perfino un politico di nobiltà insuperabile. L'eleganza, la correttezza, la mitezza e al contempo la nettezza nel vigore ideale erano le doti che lo identificavano. Mai una sbavatura nelle sue reazioni, anche davanti alle ingiustizie più infime. Mai una parola appena sgrammaticata, nemmeno quando perfino Gandhi si sarebbe abbandonato al turpiloquio. Mai una caduta di gusto nella sua compostezza. Le sofferenze intime le teneva per sé; al galateo, umano e istituzionale, non abdicava mai. In questo era, nel senso migliore, davvero una persona di un secolo fa. Del resto, a scolpirne l'integrità morale, basta un dato che la dice tutta: fu assessore regionale alla sanità in Sicilia fra il 1993 e il 1995 e completò quel suo mandato senza nemmeno essere sfiorato da un avviso di garanzia. Solo chi ha conosciuto la sua rettitudine può capire come sia stato possibile, mentre intorno a sé la cronaca politica era quotidianamente cronaca giudiziaria. Mi spiego così la sua mancata carriera politica, conclusasi con un mandato parlamentare fra il 1996 e il 2001. Non ne aveva più voglia, probabilmente, ma quella sua rettitudine fungeva da repellente rispetto al penoso ceto del potere di questi decenni.
Non riesco a trovare parole consolatorie, in questo momento, per la dolce signora Patrizia e per il mio amico Paolo. Non ce ne sono Quando il loro dolore proverà, molto a fatica, a sedimentare, rimarrà il prezioso lascito morale di una bella persona. Che mancherà a tanti.

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