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Nelle ultime settimane si registra una singolare sintonia fra voci di diversa matrice, tutte insieme appassionatamente a sostenere all’unisono la tesi minimalista che riduce la stagione stragista del ’92/’93 a una parentesi sanguinaria della storia da attribuire solo alla mafia più efferata dei Riina, Brusca, Graviano, e compagnia. Prima, il “pop mentale” di Maurizio Avola che - non si sa come - ha rammentato improvvisamente, a distanza di quasi un trentennio dalla sua collaborazione, di essere uno dei killer di Paolo Borsellino, avendo preparato l’autobomba e dato il segnale per farla saltare in aria. Rivelazione subito smentita dalle verifiche della Procura di Caltanissetta, e dal solo testimone oculare della strage, il poliziotto Antonio Vullo, unico sopravvissuto della scorta. Smentite che danno un sapore strano all’insistenza con la quale Avola ha rimarcato che nessuna “mano esterna” a Cosa Nostra ha partecipato alla strage. Poco dopo, ecco il doppiopesismo mediatico, anch’esso anomalo, sulla mia audizione alla Commissione Regionale Siciliana Antimafia, con grande enfatizzazione delle mie dichiarazioni su una cosa arcinota, come l’interesse di Borsellino per la sorte del dossier “mafia-appalti” e le sue diffidenze verso alcuni magistrati della Procura di Palermo, e la totale censura delle mie rivelazioni, queste sì quasi inedite, sulla condotta del Procuratore di Caltanissetta dell’epoca, che da me apprese le informazioni in possesso di Borsellino sulle collusioni mafiose dell’alto funzionario dei Servizi, Bruno Contrada, e che, noncurante di quelle mie dichiarazioni, non solo non le verbalizzò, ma nel contempo incaricò di indagare sulla strage di via D’Amelio lo stesso Contrada insieme ad Arnaldo La Barbera, il quale - a libro paga dei Servizi - istruì a fini depistanti il falso pentito Vincenzo Scarantino. Infine, negli ultimi giorni, si è sollevata una gran canea mediatica sulla scarcerazione di Giovanni Brusca, spietato assassino di Giovanni Falcone, del piccolo Giuseppe Di Matteo e di tanti altri, ma anche collaboratore che ha consentito di arrestare e condannare centinaia di mafiosi non meno pericolosi, così scongiurando delitti e stragi già programmate, e ha fornito preziose informazioni per smascherare le complicità dietro la infame “trattativa” Stato-mafia, essendo stato il primo a parlare del famoso “papello” di richieste che Totò Riina aveva fatto recapitare ad alti esponenti politico-istituzionali, il “prezzo” imposto da Cosa Nostra per sospendere la strategia stragista e siglare una tregua con lo Stato. Un armistizio che, secondo varie sentenze definitive e quella di primo grado del “processo trattativa”, venne siglato con la complicità di uomini di Stato, politici e vertici di Reparti Speciali investigativi. Un armistizio, però, grondante di sangue, perché, lungo il tortuoso percorso delle varie trattative che si snodarono in quegli anni, ha mietuto tante vittime innocenti. Un articolo, molto documentato, uscito martedì su queste stesse colonne, di Giampiero Calapà, ha rimesso le cose al loro posto, svelando particolari inediti sulle nuove piste investigative che consentono di individuare “la mano dei Servizi” su stragi e indisturbate latitanze di capimafia. Sicché, una domanda sorge legittima: ferma restando la più che comprensibile amarezza dei parenti delle vittime di Brusca, non è che la levata di scudi, di parte politica, contro di lui, non riservata neppure a certe scarcerazioni di mafiosi irriducibili, ha a che fare proprio col fatto che lo si vuole punire, più che per i delitti commessi, per ciò che ha dichiarato su versanti che devono restare indicibili e impuniti, specie alla vigilia della sentenza d’appello del processo Trattativa?

Tratto da: Il Fatto Quotidiano del 4 Giugno 2021

Forto © Imagoeconomica

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