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Dopo la sentenza Eni-Nigeria, si può semplicisticamente gioire, come hanno fatto in molti, perché “anni di fango” gettati addosso alla più strategica delle aziende italiane sono stati lavati in 57 secondi, quelli in cui il presidente del Tribunale ha letto il dispositivo d’assoluzione. Oppure ci si può porre, più seriamente, alcune domande di fondo lasciate aperte da un’assoluzione che riguarda il solo piano giudiziario. Domande che riguardano il processo in cui i giudici hanno ritenuto che non ci sono prove della corruzione internazionale (“il fatto non sussiste”); e domande che più in generale riguardano i grandi business che le aziende italiane concludono in giro per il mondo.

1. Quello che è certo è che neppure un cent, del miliardo di dollari pagati da Eni per la licenza petrolifera Opl 245, è rimasto nelle casse dello Stato nigeriano. Eni ha cambiato in corsa lo schema dell’affare, nel 2011, versando 1,092 miliardi di dollari su un conto del governo nigeriano e non direttamente (come era previsto dal primo schema) a un ex ministro del petrolio, già condannato in Francia per riciclaggio, che si era autoassegnato la concessione. “Safe sex”, scrisse The Economist, un affare fatto con uno schermo di protezione, dopo il quale i soldi sarebbero stati comunque tutti distribuiti a pubblici ufficiali, politici, faccendieri. Non è provato, dice ora la sentenza, che Eni abbia partecipato a questo schema corruttivo. Ma non è comunque un problema che la più rilevante delle aziende pubbliche italiane abbia partecipato a un affare in cui ha buttato oltre un miliardo di dollari, senza ottenere nulla in cambio (non una goccia di petrolio è stata ancora estratta)? Soldi che hanno alimentato la corruzione nel Paese da cui proviene la maggioranza dei migranti africani che arrivano in Italia (80 mila negli ultimi cinque anni, di cui 22 mila minori).

2. L’assoluzione nel processo di Milano confligge con la condanna a 4 anni per corruzione internazionale (in rito abbreviato) di due mediatori dell’affare, Emeka Obi e Gianluca Di Nardo. I due avrebbero dunque partecipato a uno schema corruttivo che non esiste? L’appello che si celebrerà fra qualche tempo confermerà o smentirà il giudice di primo grado che poteva, tuttavia, contare su prove importanti, non ammesse nel giudizio davanti al Tribunale.

3. I pm della Procura di Milano, in un altro procedimento, sostengono che i vertici Eni abbiano influito, o tentato di influire, sul processo milanese con manovre, ricatti, tentativi di comprare un testimone, operazioni d’intelligence, che hanno di certo ottenuto il risultato di infamare due consiglieri di amministrazione che cercavano di fare chiarezza sull’affare nigeriano (Karina Litvack e Luigi Zingales), uno dei quali spinto alle dimissioni.

4. I protagonisti Eni dell’affare nigeriano sono gli stessi di un’operazione in Congo per cui stanno per patteggiare (sebbene tale scelta non equivalga per legge a un’ammissione di responsabilità). L’accusa di corruzione internazionale è stata derubricata a induzione indebita, ma resta il fatto che i vertici Eni hanno ottenuto il rinnovo delle concessioni petrolifere in Congo accettando le pressioni dei pubblici ufficiali congolesi e cedendo loro (attraverso la società Aogc) quote delle società che controllano i pozzi. È un comportamento eticamente accettabile?

5. Alcune quote dei pozzi sono state poi girate da Aogc, dunque dai pubblici ufficiali congolesi, alla società Wnr, riferibile a “soggetti collegati a Eni spa”, tra cui Roberto Casula, il numero due operativo dell’amministratore delegato Claudio Descalzi. È una situazione tollerabile?

6. In casa del numero uno di Eni si è consumato un irrisolto conflitto d’interessi. La compagnia ha per anni affidato a società riconducibili alla moglie lavori in Africa per almeno 300 milioni di dollari. Descalzi ripete di non averne mai saputo nulla. Ma che cosa è peggio, per un manager internazionale: avere un conflitto d’interessi in casa, o non accorgersi di quello che gli capita sotto il naso?

7. C’è un non detto, in queste vicende. O detto sotto voce: così fan tutti, nei grandi affari internazionali, le mazzette sono il solo metodo per fare business in molti Paesi del mondo; e solo in Italia la magistratura poi ci mette il naso, indebolendo i campioni nazionali. Non è vero, gli Stati Uniti e i Paesi europei hanno organismi e sistemi di controllo severi ed efficaci. In Italia, solo la magistratura (a volte) interviene, con strumenti insufficienti, alti rischi di fallimento e conseguente tentazione, per il futuro, di avviare solo i processi “sicuri” (cioè nessuno). È una situazione accettabile in un Paese civile e in un contesto internazionale in cui la lotta alla corruzione è proclamata come necessaria per lo stesso buon funzionamento dell’economia e per accelerare la crescita dei Paesi in via di sviluppo?

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

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