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Il Fondatore di Libera intervistato su "Vita"

Il tema dei beni confiscati alla mafia è sempre stato un argomento centrale nella lotta alla mafia.
Don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e di Libera fu tra i promotori della cosiddetta legge sui beni confiscati (legge 7 marzo 1996, n.109), un vero e proprio spartiacque nella lotta alle mafie.
In tanti anni vi sono state diverse criticità e al netto di alcuni importanti risultati ottenuti ci sono comunque aspetti che vanno assolutamente migliorati proprio nella destinazione dei beni confiscati, tenuto conto di una crescita esponenziale dei numeri dei sequestri e delle confische. Sul punto proprio don Ciotti, intervistato da Alessandra Puglia per "Vita", ha messo in evidenza alcune criticità con il riscontro di "una debole capacità di gestione, un raccordo insufficiente tra fase giudiziaria e amministrativa, una difficoltà a concretizzare progetti sostenibili. Nonché la mancanza o insufficienza di risorse finanziarie necessarie a garantire la ristrutturazione e riconversione dei beni in sintonia con il contesto in cui sono collocati".
Spunto di riflessione lo ha portato il recente bando che prevede l’assegnazione dei beni direttamente agli enti del Terzo settore da parte dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, che rappresenta "un passaggio certo importante ma la cui forza innovativa dipende dalla sua reale applicazione, con tutte quelle misure necessarie che la rendano possibile". Tra le questioni chiave il reperimento delle risorse necessarie "per garantire la concreta trasformazione del bene confiscato in bene comune capace di produrre anche beneficio economico per la comunità è un tema che Libera solleva da anni. In tal senso rientra la nostra proposta di utilizzare una quota delle liquidità e dei capitali confiscati a mafiosi e corrotti per lo sviluppo dei beni e la continuità delle attività d’impresa. Salvaguardando così posti di lavoro e dando sostegno a progetti d’imprenditorialità giovanile ed economia sociale. Nonché, tema a noi da sempre caro, tutelando i diritti dei famigliari delle vittime e dei testimoni di giustizia. Si tenga conto che negli ultimi undici anni le risorse trasferite allo Stato dal Fondo Unico Giustizia ammontano a quasi 2 miliardi di euro".
Secondo il fondatore di Libera sui beni confiscati si può costruire una nuova economia che "tuteli e promuova i beni comuni, che ponga l’interesse collettivo al di sopra di tutto e ci aiuti così a superare gli individualismi e gli egoismi che a furia di ingiustizie e monopoli hanno portato il sistema del consumo, della 'crescita' e del presunto benessere sull’orlo del baratro". E poi ha aggiunto: "Si tratta, come ha profeticamente intuito la 'Laudato sì' di Papa Francesco, di abbandonare il 'paradigma tecnocratico' per un nuovo modello politico e economico capace di unire società e ambiente in un medesimo orizzonte e in una medesima cura. I beni confiscati hanno rappresentato da questo punto di vista un’esperienza pilota, soprattutto quelli trasformati in cooperative agricole: trasformare proprietà indebite come tutte quelle mafiose in luoghi di lavoro, di speranza e coltivazione e cura della Terra madre, nostra ospite e nutrice".
Un pensiero, nel corso dell'intervista, è stato anche rivolto alle giovani generazioni. Secondo don Ciotti, per trasformare in realtà il sogno di tanti è necessario smettere di dimenticarsi dei giovani illudendoli con "parole vuote" o "vane promesse". "I giovani - ha affermato don Ciotti - hanno bisogno di attenzione autentica ma anche di concrete opportunità. Hanno bisogno che qualcuno si occupi e non solo 'preoccupi' di loro. Un giovane è un essere alla ricerca e noi dobbiamo costruire vie di terra e di cielo perché questa ricerca possa procedere o spiccare il volo".
Ed infine ha concluso: "In questi anni si è parlato forse troppo di legalità, e troppo poco di civiltà. È giusto parlare di legalità, ma senza compiere lo sbaglio di trasformarla in un idolo, cioè senza scordare che l’obiettivo ultimo resta la giustizia. Oggi il rischio è che questa parola, legalità, si riduca invece a un concetto astratto di cui qualcuno ci ha rubato la sostanza, oppure a un’idea debole, distorta, quella di chi ha scelto una forma di legalità 'malleabile', piegata a interessi di parte. Noi vogliamo che torni a essere una parola viva, completa e concreta. Ma perché questo avvenga è necessario il concorso di tutti: cittadini, associazioni, istituzioni, politica. Senza dimenticare che, pur con tutti i suoi limiti, il 'modello' italiano di contrasto alle mafie legato alla confisca e riconversione sociale dei beni ha fatto testo e in un certo senso 'scuola' anche oltre i nostri confini nazionali".

Foto © Montecitorio is licensed under CC BY-ND 2.0

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