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Finalmente, anche a livello mediatico, è arrivato un forte scossone. Mercoledì 18 Novembre una energica e acuta puntata di Atlantide su La7, condotta dall'ottimo Andrea Purgatori, ha riavvolto il nastro della recente storia italiana e ha fornito agli spettatori un dettagliato compendio del “filo rosso” che lega l'ambito delle trattative tra frange deviate dello Stato ed alcuni importanti omicidi, tra cui le stragi di Capaci e Via D'Amelio, quello (presunto) di Antonino Gioè e quello del confidente Luigi Ilardo. Alla base dell'approfondimento, una serie di dichiarazioni rilasciate il mese scorso in sede processuale dal pentito Pietro Riggio (che, come più volte ribadito dal conduttore, devono ovviamente ottenere tutti i riscontri necessari per essere confermate), che hanno costituito lo spunto per le preziosissime testimonianze del magistrato antimafia Nino Di Matteo, del brillante giornalista Saverio Lodato e della sempre combattiva Luana Ilardo, figlia di Luigi, colei che ha dovuto raccogliere il corpo inerme di suo padre, ucciso sotto casa nel Maggio del 1996, e che si è caricata sulle spalle il peso di una battaglia contro il tempo per la verità in merito ai responsabili di quel delitto.

Eppure, incredibilmente, a sollevare le maggiori critiche rispetto alla ricostruzione di Purgatori e, più in generale, alla propensione a “fare squadra” di Salvatore Borsellino e Luana Ilardo al fine di ottenere la verità in merito ai fiancheggiatori istituzionali di chi ha materialmente ucciso i loro congiunti, è stata una frangia di quell'antimafia negazionista della trattativa, sempre pronta a snocciolare a mo’ di preghiera della sera le assoluzioni di uomini dello Stato invischiati in fatti di mafia (senza guardare ai fatti che le stesse sentenze evidenziano) e ad attaccare i cosiddetti “magistrati da talk show” (che hanno effettivamente la gigantesca colpa di raccontare, dopo un trentennio di bugie e vergogne giornalistiche di ogni tipo, la verità ai cittadini italiani).
Sbraitano contro Purgatori, che, forse per la prima volta nell'ambito mainstream, ha voluto tracciare una linea di collegamento tra fatti che l'establishment mediatico ha sempre presentato come slegati tra loro o che, il più delle volte, non hai mai voluto presentare.
Sbraitano contro Luana, una donna abbandonata da uno Stato a cui suo padre, dopo una carriera criminale, aveva giurato fedeltà e che proprio per questo motivo è stato fatto fuori.
Sbraitano contro Salvatore Borsellino, che ha più volte sostenuto che gli assassini di suo fratello “sono gli stessi di quelli del padre di Luana”.
Sogghignando sotto ai baffi, vantandosi di non guardare certi talk show (cioè gli unici seri) e sostenendo a gran voce come prova della loro superiorità intellettuale che non esistano sentenze che abbiano portato a condanna quei “fantomatici” traditori dello Stato di cui i parenti delle vittime di mafia, che evidentemente hanno la colpa di non accontentarsi degli ergastoli inflitti ai punciuti, sono alla ricerca. Dando prova, peraltro, di un'ignoranza abissale in materia per due motivi fondamentali:

1) Non è assolutamente vero che non esistano sentenze che abbiano sancito questi torbidi intrecci, spesso, peraltro, condannando esponenti del mondo dei colletti bianchi.
Pensiamo alle condanne in via definitiva inflitte a Marcello Dell'Utri e a Bruno Contrada per concorso esterno in associazione mafiosa (guarda caso, Luigi Ilardo aveva promesso di approfondire la questione dei legami di entrambi i personaggi con Cosa Nostra, se solo qualcuno non glielo avesse impedito).
Pensiamo alla sentenza di primo grado sulla trattativa Stato-mafia, partorita dalla Corte d'Assise di Palermo dopo anni di vergognosi attacchi di una larga maggioranza dell'universo politico e mediatico al pool di magistrati che hanno portato avanti quelle indagini, ottenendo un risultato rivoluzionario: la condanna di un politico, il solito Marcello Dell'Utri, e di tre membri del Ros dei Carabinieri, Giuseppe De Donno, Antonio Subranni (lo stesso che Paolo Borsellino, pochi giorni prima di morire, scoprì essere “punciutu”, come ha ricordato sua moglie Agnese) e Mario Mori (lo stesso che, nel Gennaio 1993, si guardò bene dal perquisire il covo di Riina dopo il suo arresto e che, nell'Ottobre 1995, non diede l'ordine di arrestare Provenzano dopo che il povero Luigi Ilardo, rischiando la pelle, aveva condotto le forze dell'ordine a pochi passi da esso con la scusa di una riunione con il padrino corleonese). Nella sentenza in questione leggiamo parole di fuoco: “Ove non si volesse pervenire alla conclusione dell’accusa che Riina abbia deciso di uccidere Borsellino temendo la sua opposizione alla trattativa, conclusione che peraltro trova qualche convergenza nel fatto che secondo quanto riferito dalla moglie Agnese Piraino Leto, Borsellino, poco prima di morire, le aveva fatto cenno a contatti tra esponenti infedeli delle istituzioni e mafiosi, in ogni caso non c’è dubbio che quell’invito al dialogo pervenuto dai carabinieri attraverso Vito Ciancimino costituisca un sicuro elemento di novità che può aver certamente avere determinato l’effetto dell’accelerazione dell’omicidio Borsellino”.
Pensiamo alla sentenza della Corte d'Assise di Catania in merito all'omicidio Ilardo, in cui si legge che “quanto all’accelerazione del progetto omicidiario, desumibile dalle parole di Giovanni Brusca, di Santo La Causa e di Nino Giuffrè, la sequenza cronologica dei fatti è senza dubbio idonea a far ipotizzare una fuga di notizie da vertici istituzionali”.
Cosa avrebbero da dire, di grazia, i lettori di sentenze a giorni alterni?

09 ilardo luana pp

Luana Ilardo


2) Non sempre la verità giudiziaria, specie nel Paese dei depistaggi, della massoneria deviata e delle leggi ad personam e ad personas, coincide con quella storica. Altrimenti lo Stato italiano non sarebbe stato costretto a dover risarcire, dopo una sentenza CEDU che sarebbe eufemistico definire controversa, un noto amico della mafia come Bruno Contrada. Che rimane un fiancheggiatore di Cosa Nostra perché, al netto delle formalità tanto care alla CEDU, sono i fatti (mai messi in discussione) a confermarlo.
I fatti, sì, questi sconosciuti. Quei fatti che urtano le opinioni di quell'antimafia da salotto che guarda solo al dettato delle sentenze definitive (peraltro solo quando esse scagionano gli uomini delle istituzioni e condannano i “punciuti cattivi” perché, ove questo non si verifica, è tutto un complotto di pm narcisisti e giudici in malafede) e non si cura di quello che, all'interno di quelle sentenze, viene raccontato.
Prendiamo la figura del vero pupillo di questa schiera di negazionisti: l’ex Generale del Ros Mario Mori. Egli è stato assolto, “perché il fatto non costituisce reato”, per la ritardata perquisizione del covo di Riina, è vero. Eppure, curiosamente, andando a leggere la sentenza constatiamo come la Corte non sia per niente leggera nell'analisi della sua condotta, ritenendo la sussistenza di una erronea valutazione degli spazi di intervento da parte degli imputati (Mario Mori e Sergio De Caprio, alias Capitano Ultimo) e di gravi responsabilità disciplinari per il fatto di non aver comunicato alla Procura di Caselli la propria scelta di sospendere la sorveglianza, sancendo che l'omessa perquisizione del covo del capo di Cosa Nostra e l'abbandono del luogo fino a quel momento sorvegliato “hanno comportato il rischio di devianza delle indagini, che, difatti, nella fattispecie si è pienamente verificato, stando alle manifestazioni di sollievo e di gioia manifestate da Bernardo Provenzano e da Benedetto Spera”. Il fatto è anche approfondito dalla sentenza sulla trattativa Stato-mafia, in cui leggiamo che quello di Riina fu “l'unico caso della cattura di latitanti appartenenti a una associazione mafiosa (ma anche di latitanti responsabili di altri gravi delitti), in cui non si sia proceduto all'immediata perquisizione del luogo in cui i latitanti medesimi vivevano al fine di reperire e sequestrare eventuali documenti utili per lo sviluppo di ulteriori indagini quanto meno finalizzate all'individuazione di favoreggiatori”. Un'anomalia che pare ancor più grave se si considera che Riina “era indiscutibilmente il ricercato numero uno al mondo per essere a capo dell'organizzazione criminale allora più potente e pericolosa e responsabile di delitti tra i più efferati mai commessi”. Wow, un’operazione di grande successo da parte del nostro eroe in divisa.
E poi, il mancato blitz a Mezzojuso in cui si sarebbe potuto arrestare Bernardo Provenzano, che dopo quell’episodio rimase latitante per altri 11 anni alla guida di Cosa Nostra. I fan di Mori, scalpitando dagli spalti con popcorn, bandierone e vuvuzela in pugno, a squarciagola difendono il loro beniamino al grido di “è stato assolto”! Tutto vero, ma diciamo che, da questa sentenza, il nostro uomo non esce proprio alla grande. Citiamo testualmente: “Rimane davvero inspiegabile - né gli imputati (Mario Mori e Mauro Obinu, altro ufficiale del Ros, ndr) lo hanno spiegato in qualche modo - perché tutte le attività di indagine susseguenti all'incontro di Mezzojuso furono compiute in modo tardivo, non coordinato e soprattutto burocratico, mediante l'invio di note a vari reparti, che fino a quel momento erano rimasti estranei alle indagini, assolutamente burocratiche e, soprattutto senza che da parte degli imputati fosse dedicata l'attenzione che la particolare delicatezza del caso senza ombra di dubbio richiedeva. […] La scelta investigativa, discutibile ed in definitiva rivelatasi vana e dunque errata, di puntare tutto solo sulla prospettiva di un nuovo incontro dell'Ilardo con il Provenzano, l'approccio sostanzialmente burocratico e sicuramente censurabile sul piano della solerzia investigativa nelle indagini per l'identificazione dei due favoreggiatori del Provenzano indicati dall'Ilardo, ed infine il ritardo con cui il rapporto 'Grande Oriente' è stato inoltrato alla competente Procura, risultano indubbiamente essere condotte 'astrattamente idonee a compromettere il buon esito di un'operazione che avrebbe potuto procurare la cattura di Bernardo Provenzano'”.
Massì, quisquilie e pinzillacchere per gli esponenti di una certa antimafia che idolatra la leggenda Mario Mori. Che non storce il naso per il fatto che questo confuso e disorganizzato combinaguai (unico giudizio che, se davvero si vuole credere alla sua buona fede, si può dare di lui leggendo queste righe), grazie a questo prezioso curriculum di insuccessi, invece di essere declassato diventa direttore del Sisde e poi consulente nel settore della sicurezza pubblica per il Sindaco di Roma Alemanno. Un po' come se un attaccante di sfondamento pagato per segnare sbagliasse ad ogni partita fondamentale tre gol a porta vuota e poi venisse premiato con un aumento di stipendio a fine anno dalla sua società, con tanto di Porsche regalata dal Presidente per la simpatia. Tutto normale, no?

Recentemente, soffermandosi sull'omicidio di Luigi Ilardo, il pentito Pietro Riggio ha sostenuto di aver saputo che “l'ordine di uccidere Ilardo partì da una fonte istituzionale del Tribunale di Caltanissetta, che la diede ai carabinieri del Ros di Caltanissetta e che a loro volta la fecero sapere in giro. Ci fu un'azione ben precisa da parte del colonnello Mori che incaricò un suo uomo, un capitano che era in servizio in una caserma dei carabinieri di Catania e che era direttamente collegato al boss Zuccaro, della famiglia Santapaola, che da sempre era stato confidente dei carabinieri”. Al netto di quanto accaduto a Mezzojuso, sul ruolo di Mario Mori nella cornice della vicenda Ilardo noi, che a differenza di qualcun altro non assolviamo o condanniamo a prescindere, e che anzi siamo consapevoli del fatto che debbano essere i giudici a ricercare tutti i riscontri del caso per dirci se di Riggio c'è da fidarsi o meno, parallelamente a ciò che accade nelle aule di Tribunale continuiamo a unire quei famosi puntini su cui un certo sistema pseudo-garantista e autoreferenziale non vuole che l'opinione pubblica si soffermi. Ma la curva pro-Ros, tra una ola e l’altra, ha già deciso: “Ah, Buscetta era tutta un'altra cosa... altro che questi racconta-frottole”. C'è da capirli: Buscetta, all’epoca degli interrogatori con il giudice Falcone, dei mafiosi di Stato aveva paura di parlare. E i mafiosi di Stato, a differenza degli uomini d'onore (e per la fortuna dei vari negazionisti della trattativa), di parlare non ci pensano neanche.

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