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Il procuratore generale di Palermo intervenuto al convegno organizzato dall’Anm al palazzo di giustizia della città

"Questa commemorazione cade in uno dei momenti più difficili della magistratura italiana con l'attuale indagine sul caso Palamara che ha fatto emergere le patologie del sistema e trasversali responsabilità collettive". A dirlo è il procuratore generale presso la Corte d'appello di Palermo, Roberto Scarpinato, intervenendo al seminario dal titolo "Deontologia e professionalità del Magistrato: un binomio indissolubile", organizzato dall'ANM al palazzo di giustizia di Palermo, nel trentesimo anniversario dell'omicidio del magistrato Rosario Livatino.
"Il tema di riflessione scelto per questa giornata di commemorazione - ha proseguito il procuratore - appare ineludibile non soltanto per la sua scottante attualità ma anche perché inestricabilmente connesso alle vicende che hanno segnato il tragico epilogo della vita professionale di Rosario Livatino e di altri magistrati che, come lui, furono prima individuati come obiettivi e poi assassinati perché si distinguevano per il loro essere avanguardie sul piano etico e professionale": secondo Scarpinato, inoltre, "non può sfuggire, a chi conservi memoria storica dei tragici eventi del recente passato, come il tema del binomio deontologia-professionalità assuma in questo palazzo connotazioni e valenze ben più rilevanti e gravi che in altri luoghi. Nel distretto di Palermo sul terreno della deontologia e della fedeltà ai valori di indipendenza e autonomia della magistratura - ha proseguito - è stata infatti a lungo giocata una tragica e occulta partita la cui posta in gioco non è stata solo la correttezza o la trasparenza nelle nomine dei capi degli uffici giudiziari, le modalità più o meno efficienti di gestione dei vari uffici, ma anche e soprattutto il ruolo stesso della giurisdizione nel contrato all'articolato sistema di potere politico-mafioso". Il magistrato ha ricordato anche che "agli atti dei processi penali, del Csm e del ministero della Giustizia esiste ampia documentazione sui comportanti dei vari magistrati, taluni anche - ha affermato Scarpinato - titolari di incarichi direttivi apicali, che si facevano tramite di indebite pressioni per conto di potentati economici e politici, che frequentavano feste e ricevimenti di personaggi equivoci o che, più semplicemente, tenevano a rimarcare la loro distanza dalla intransigenza morale e professionale di magistrati come Rocco Chinnici, Gaetano Costa, Gian Giacomo Ciaccio Montalto, Antonino Saetta, Rosario Livatino, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, condannati in tale clima ad un progressivo isolamento, perché percepiti come anomalie individuali da eliminare senza determinare pericolose reazioni di sistema”.

Foto © Imagoeconomica

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