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di Felice Cavallaro - Intervista
È stata testimone dei delitti efferati di Palermo ma dopo le stragi di Falcone e Borsellino ha detto basta, cambiando obiettivi. A 85 anni guarda al futuro con impegno e leggerezza

Raccontando i fotoreportage di una vita, Letizia Battaglia, con i suoi 85 anni portati in modo scanzonato, compresa la frangetta fucsia, vorrebbe evitare di parlare del passato. Forse anche per alzare un muro davanti ai tormenti di una adolescenza interrotta da un matrimonio vissuto come fuga. Con esito infelice e inquietudini approdate nell’analisi. «Perché parlarne?».

Ma un’ammissione c’è. Importante. Legata a doppia mandata proprio con i reportage che l’hanno resa famosa. Soprattutto negli Anni Settanta. Quando per il giornale «L’Ora» correva inseguendo gli assassini di Palermo. Anche ritrovandosi, una domenica mattina, nell’epifania del 1980, in via Libertà dove un killer aveva appena ucciso Piersanti Mattarella e suo fratello Sergio, l’attuale capo dello Stato, lo soccorreva sperando di salvarlo. Un’istantanea che resterà nella storia del Paese.

«Perché parlare del passato?», interroga sorprendendo anche i giovani affamati di segreti professionali. «Io guardo ormai solo al presente e al futuro, nonostante i miei anni. Ma ecco la mia ammissione: vi dico che la macchina fotografica è stata una sorta di terapia, di salvezza. Mi sono sentita potente con me stessa. Non avevo più timore di esistere. Scoprendo di riuscire a coordinare con la macchina il mio rapporto con il mondo».

Vecchi rullini avvolti in fretta, messe a fuoco, clic e scatti a raffica vissuti quindi come uno shock catartico. Cominciando dai morti ammazzati, dal disastro civile di un assalto mafioso infine rifiutato davanti alle stragi di Falcone e Borsellino, come lei evoca: «Li avevo fotografati mille volte quegli angeli, ma non sono riuscita a prendere la macchina dopo. Troppa violenza. Amo di più le foto con le mie bambine, le mie donne, la povertà, la ricchezza. E oggi sono arrivata al punto che fotografo tutto e quasi niente. Lo ammetto, senza quell’impegno totale che avevo volando per L’Ora...».

E adesso? «Adesso vivo un impegno più personale, più intimo con la macchina fotografica. Ma, attenzione, la mia macchina resta portatrice di cose che hanno a che fare con libertà, bellezza, indipendenza dall’orrore che c’è intorno, dalle rovine che ci circondano».

Rovine e orrori che vanno comunque documentati. E ne conviene la grande Letizia spiegando di cercare «non la bellezza retorica, non solo la bella ragazza, ma la bellezza interiore». Ricordare «le cose terribili di una volta» non sembra interessarla: «Come non ripenso agli amori passati, preferendo vivere l’oggi e pensare al domani circondandomi di amore reale, in tutti i sensi».

E che cosa diciamo ai giovani che si avvicinano al mondo dei fotoreportage? «Consiglio intanto di ribellarsi, di non essere schiavi dei pregiudizi degli adulti e di cercarsi una strada propria, con coraggio. Perché tanti non hanno coraggio». Una strada in salita? «Oggi non si può campare di fotografia. I giovani non ce la fanno. Occorre avere un altro lavoro che ti permette di vivere e poi prendere in mano la macchina fotografica. Non vedo giornali e direttori che danno una mano. Certo, c’è la crisi dell’editoria. Ma i giornalisti, in parte, continuano a lavorare, i fotografi no. Diciamo la verità ai ragazzi. È terribile. Tempi duri per chi vuole scrivere, fare, musica, teatro, fotografia, raccontare il mondo. La cultura in crisi. E questo è obbrobrioso».

Negli ultimi tempi è la donna il soggetto preferito dalla fotoreporter che continua a muoversi con una macchina sempre a tracolla. E soprattutto alle ragazze si rivolge pensando a quante vorrebbero emulare la sua passione per i fotoreportage: «Raccomando disciplina, coerenza, via la vanità».

E incita tutti a «saper cogliere il dono di potere affrontare il mondo con penna o zoom. Apprezzando la vita, che resta una cosa meravigliosa, da godere. Nel senso di viverla. Invece, spesso i giovani appaiono disperati, annullati. Abbiamo creato noi questo mondo fragile. E quindi aiutiamoli».

Riflessione amara mitigata dalle sue donne che compaiono nell’ultimo set. Sulla spiaggia di Mondello. All’alba. Nude. Avvolte da onde leggere. Un modo per raccontare la bellezza. Come fa nell’ultimo reportage sulle piazze di Palermo, coinvolta dalla Lamborghini, fra auto costosissime: «Naturalmente non c’entra niente tutto questo con me, ma loro fanno una pubblicità sociale, culturale, mi dicono. Pagano. E se c’è qualcuno che paga, e mi fa fare quel che voglio io, mi sveglio anche all’alba».

La macchina fotografica è stata una sorta di terapia, di salvezza. Con questo strumento in mano mi sono sentita potente con me stessa. Non avevo più timore di esistere. E ho stabilito il mio rapporto con il mondo.

Tratto da: Corriere della Sera

Foto:
Giorno di festa. Lunedì di Pasquetta a Piano Battaglia, 1974 © Letizia Battaglia

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