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alfano sonia premio caponnettodi Luciano Armeli Iapichino - Intervista
Ospite del Cenacolo virtuale lanciato dalla Fondazione “Antonino Caponnetto” e da OMCOM, diretto dallo scrittore siciliano Luciano Armeli Iapichino, è Sonia Alfano, figlia di Beppe, giornalista trucidato a Barcellona Pozzo di Gotto la sera dell’8 gennaio del 1993 e portavoce di un’antimafia scevra da condizionamenti, strumentalizzazioni, politica e bavagli. Sonia, che nell’ambito della sua attività ha davvero tracciato un solco profondo, uno spartiacque, un prima e un dopo nella lotta alla mafia, da alcuni oggi oggettivamente disatteso, è stata, altresì, Presidente della Commissione speciale Antimafia del Parlamento Europeo, carica un tempo funzionale per il coordinamento dell’azione di contrasto alla criminalità organizzata a livello continentale. Ed è proprio da questo elemento che vorrei avviare il feedback del nostro cenacolo:

Sonia, che fine ha fatto la Commissione speciale Antimafia del Parlamento Europeo e qual è il report dell’azione sovranazionale di contrasto delle mafie oggi?
La Commissione speciale Antimafia ha concluso i suoi lavori nel marzo del 2014 quando il Testo Unico elaborato all’interno della Commissione e condiviso da tutti i gruppi politici fu esitato, appunto, nel marzo del 2014 quasi all’unanimità dal Parlamento e purtroppo, non solo la Commissione non è stata più re-istituita ma, soprattutto, il testo è rimasto in un cassetto carta straccia. Questo devo dire che non solo ha suscitato uno scoramento da tutti coloro che avevano partecipato a redigere quel testo e quindi dai magistrati, non solo quelli italiani, ma i capi delle polizie europee… Tutti ci saremmo aspettati uno sforzo anche minimo soprattutto da parte del nuovo Parlamento che poi si è insediato nel 2014 e rimasto in carica sino al 2019… ci saremmo aspettati un salto di qualità, perché alla fine bastava ricordare alla Commissione che era stato esitato il testo dal Parlamento e che la stessa avrebbe dovuto presentare al Consiglio e al Parlamento una direttiva e da lì sarebbe iniziato l’iter che avrebbe poi portato quel testo a essere operativo, ovvero uno strumento condiviso da tutte le autorità giudiziarie e investigative dei ventotto Stati europei. Purtroppo questa è stata una mancanza che ancora oggi è da più parti sottolineata. Ricevo a tutt’oggi tantissimi messaggi da magistrati di tante DDA italiane che palesano l’assenza di quel tavolo di condivisione intorno al quale la Commissione era riuscita a sedere strutture operative, investigative e attorno al quale abbiamo costruito a volte anche lo scheletro di quelle che poi sono diventate delle operazioni che hanno visto luce, non soltanto a livello europeo, ma anche negli Stati Uniti: ricordiamo che il Presidente Obama nel dicembre del 2012 mi ha voluto a Washington per audire il mio punto di vista, la mia opinione, su quello che era il piano di contrasto al crimine organizzato ed era la prima volta che gli USA inserivano tra le quattro priorità, grazie appunto alla sensibilità del Presidente, considerate come pericolo per i cittadini americani, la lotta alla camorra. E da li è iniziato un lavoro incredibile che ci ha visto lavorare gomito a gomito con il Dipartimento del Tesoro, con quello di Giustizia, con l’F.B.I., con la D.E.A. e soprattutto con la struttura che dipendeva direttamente dal Presidente Obama. Quindi un lavoro incredibile che forse la scarsa lungimiranza di chi poi ha preso il nostro posto ha fatto si che tutto questo venisse relegato in un cassetto e diventasse, purtroppo, un ricordo.

Qual è stato, a tuo avviso, il punto più alto della lotta alla mafia in Italia negli ultimi vent’anni e quale quello più basso? È tempo di polemica per via del cortocircuito DAP-Ministero-Magistratura di sorveglianza in tema di scarcerazioni…
Sicuramente il momento più alto nella lotta alla mafia in Italia è stato quando cadevano sotto i colpi delle inchieste giudiziarie e dei blitz, i boss, i padrini ma soprattutto cadevano nella maglia della giustizia innumerevoli rappresentanti di quella zona ancora più sottile, più difficile da scalfire, più difficile da intercettare che un tempo chiamavamo la zona grigia e che oggi non sapremmo come definirla perché è talmente sottile il distacco, la differenza, talmente minimo il margine attraverso il quale tu puoi capire fin dove si sono spinti. Io ricordo quando qualche anno fa, quasi per scherzo, qualcuno disse che ormai non si capisce se la mafia che si è infiltrata nello Stato o se è lo Stato che si è infiltrato nella mafia. Ecco, quella può sembrare una battuta ma in realtà, forse, potrebbe essere il quadro più esplicito e che meglio descrive la situazione italiana. E devo dire, soprattutto, che in questi ultimi vent’anni l’Italia aveva vissuto, in concomitanza con la costruzione del Testo Unico Antimafia Europeo, un ruolo fortissimo e non soltanto perché la Presidente era italiana ma perché i relatori ombra erano italiani e in tutti le missioni che abbiamo fatto venivamo accolti con grande entusiasmo e la prima cosa che ci veniva detto era “siamo onorati di poter lavorare con voi”. Ecco quello è stato un momento molto alto, devo dire, di riconoscimento di un lavoro del quale noi siamo stati portavoce ma chiaramente nasceva dalla voglia di poter portare il meglio della legislazione antimafia italiana che ancora oggi è la migliore al mondo ma rischia di essere un punto fermo. Noi quella legislazione antimafia ce l’avevamo ed è la migliore al mondo perché siamo il Paese che ha pagato più di tutti. E io non mi stancherò mai di dirlo: quel Testo Unico antimafia lo abbiamo dedicato alle vittime innocenti che in questo Paese hanno donato la loro vita, un dono d’amore, un dono più alto che ogni essere umano può fare nei confronti della propria patria, nei confronti del proprio Paese, proprio perché crede, perché sente addosso, sente forte la responsabilità e l’amore per la propria terra.
Quello più basso sicuramente quello che stiamo vivendo adesso un contesto nel quale, grazie a un virus descritto come quello più letale degli ultimi secoli e badate bene che solo in Italia esistono queste restrizioni e nel resto d’Europa e nel resto del mondo no, con la caduta di stile di tanti giornali che hanno scritto qualche giorno fa che in alcuni Paesi europei il picco era salito nuovamente. Beh, io ho il vizio di andare a spulciare la stampa estera e peccato che sui giornali di quei Paesi chiamati in causa dai nostri quotidiani non c’era traccia assolutamente di nulla. Quindi si ha il sensato e fondato timore che questa situazione gestita, devo dire, in maniera molto garibaldina e autoritaria al tempo stesso… garibaldina perché da un lato qualcuno nella fattispecie il Presidente Conte ha preso la Carta Costituzionale è l’ha congelata, utilizzando DPCM, utilizzando i suoi poteri, che per altro non sono configurati così assoluti da nessuna parte, per esautorare il Parlamento, Camera e Senato; e dall’altra parte questo potere assoluto nelle mani di un solo uomo. Tutto questo è stato colto a braccia aperte da parte di decine e decine di 41 bis, tra l’altro esponenti molto pericolosi, forse i più pericolosi, che grazie a questo virus, grazie a una serie di circolari, grazie al decreto Cura Italia, hanno trovato il modo per ritornare a casa. Questo è stato il momento più basso anche perché abbiamo visto come il DAP sia stato poco presente, poco preciso emanando delle circolari molto dubbie, molto discutibili. Io ricordo che l’articolo 4bis dell’ordinamento penitenziario è sempre quello che c’era prima dell’epidemia, non è cambiato, e recita che è espressamente vietata la detenzione domiciliare per i detenuti sottoposti al 41bis. Però anche in questo caso delle leggi è stata fatta carta straccia. Quindi notare dover assistere all’imbarazzante risposta data dal Ministro Bonafede in Parlamento, alla Camera, e leggere i suoi comunicati che chiaramente si riferiscono a me e a mio fratello che per primi abbiamo chiesto le sue dimissioni e quelle del capo dipartimento del DAP, Basentini, è stato sicuramente di una tristezza infinita perché i familiari delle vittime di mafia non è che non si toccano a prescindere ma i familiari delle vittime di mafia hanno nei confronti di questo Paese un credito infinito. E i familiari delle vittime non hanno mai parlato, hanno sempre in silenzio subìto le angherie che questo Paese, questo Stato, è stato capace di infliggere le sofferenze… ricordiamo che uno Stato civile dovrebbe assicurare e garantire giustizia e invece non c’è famiglia di vittima innocente che non si sia dovuta prostrare per elemosinare verità e giustizia. Quindi anche l’atteggiamento del Ministro Bonafede è da censurare e che nulla ha di un ministro e come ha detto bene l’altro giorno un deputato in aula un ministro serio si sarebbe cosparso di cenere e avrebbe chiesto perdono alle vittime della mafia e ai loro familiari. Lui, invece, ha pensato di rispondere attaccando salvo poi il giorno dopo far dimettere Basentini e nominare Tartaglia e Petralia. Noi ci auguriamo che tutto questo possa restare una delle pagine più nere, purtroppo, della storia giudiziaria italiana. Però sicuramente il dolore che è stato perpetrato ancora una volta nei nostri confronti è un dolore indescrivibile perché, oltre al dover constatare che queste persone stanno tornando a casa tra l’affetto dei lori familiari, in contatto probabilmente con i loro sodali, e mentre tutta l’Italia è rinchiusa ai domiciliari, loro sono stati graziati e sono ritornati a casa. Qualcuno ha anche detto “vabbè ma sono ultrasettantenni”… ecco io a queste persone ricordo che mio padre si è fermato a quarantasette anni e che mio padre, come tutte le altre vittime innocenti della mafia, non gli è stato consentire invecchiare. Quindi forse dovremmo rivedere un attimo determinati principi e ragionamenti.

armeli iapichino lucianoMolti hanno azzardato una sorta di potenziale retaggio da “trattativa” in un Paese che, obiettivamente, non impara dal passato, dal sacrificio dei suoi martiri e dagli sforzi portati avanti da quei magistrati che continuano a credere in una nazione libera e profondamente democratica.
Io sono convinta che dietro questa manovra, credo di essere stata forse la prima persona in Italia a dirlo, azzardandolo, perché spesso in queste situazioni sono in tante a pensarlo ma poche hanno ilo coraggio di dirlo per evitare, insomma, di essere forse additate, per evitare di essere considerate dei complottisti, ma io sono stata la prima a dire che questo era solo ed esclusivamente l’ennesimo colpo nei confronti della giustizia ed era l’ennesima vittoria da parte di chi continua a capitanare la trattativa Stato-Mafia. Questa è la mia convinzione purtroppo suffragata dai dati di fatto e, come dicevo prima, sono stata la prima a dare questa lettura forse perché, avendo girato tutte le carceri del 41 bis, ho visto e sono stata la prima persona che ha avuto il coraggio di portare fuori allo scoperto lo Stato e il DAP, rei di aver siglato un accordo che ricordiamo tutti che ha preso il nome di Protocollo Farfalla; e che non era il solo, non era l’unico perché sappiamo che ci sono altri protocolli che in realtà non fanno altro che ricalcare il peggiore volto di uno Stato che continua a dimenarsi tra trattative, segreti di Stato, e che tutto fa tranne che cercare la verità e volerla in maniera forte e forse perché lo Stato non può, alla fine, processare se stesso. Mi auguro che lo sforzo di tutte quelle persone che sono morte e lo sforzo da parte di quei magistrati e quelle forze dell’ordine che ancora oggi, se pur con strumenti ridotti, continuano a credere e continuano a voler infliggere colpi alle mafie, non resti una sorta di farsa: vedere da una parte queste persone convinte di fare parte di uno Stato, dall’altra vedere lo Stato che si oppone a loro con lo stesso volto.

Il momento emotivamente più bello della vittoria contro la mafia e gli apparati deviati che ricordi.
Il momento forse più bello per me è quello quando abbiamo approvato il Testo Unico al Parlamento che si è alzato in piedi perché avevo dedicato quella vittoria alle vittime innocenti della mafia. Ecco io lo ricordo come un momento di bellezza interiore, di serenità interiore, perché in quel modo, in quel momento, è come se fossi riuscita a ripagare in minima parte, a rendere onore, a rendere dignità, a tutte quelle persone che ci hanno creduto e hanno dato la vita. Mi viene in difficile pensare a una delle sentenze che hanno riguardato l’omicidio di mio padre perché anche quelli sono stati bei momenti ma chiaramente sono momenti diversi, diversamente belli, e non sono nemmeno momenti belli sino in fondo perché rischieremmo di scadere nella vituperata polemica della vendetta, no assolutamente. Io preferisco ricordare le cose più belle e in quel momento quella vittoria salutata con un applauso solenne, vero, sentito, con tutti i colleghi in piedi mentre dedicavo la vittoria di questo lavoro, la vittoria del Parlamento, ai magistrati, ai poliziotti, ai carabinieri, ai tanti giornalisti, alle persone comune purtroppo morte una dopo l’altra sotto il fuoco delle mafie, ecco quello penso sia il ricordo più bello, indelebile che non potrà mai essere cancellato.

Tratto da: omcom.org

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