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Carcere duro
di Gian Carlo Caselli
Dovrebbe essere sempre un collegio e non un singolo giudice a pronunciarsi

Quando la pandemia sarà esaurita, faremo il conteggio finale dei morti. Col tempo tutti i numeri perdono importanza. Rimarranno nel ricordo, invece, i sanitari che hanno sacrificato la vita per curare gli altri e gli anziani che sono morti in solitudine. E poi temo (ma così spero non sia) che nel ricordo possano rimanere anche i mafiosi detenuti al 41 bis mandati ai domiciliari. Come Francesco Bonura (boss palermitano già a capo della “famiglia” dell’Uditore) nei cui confronti un giudice di Milano, anticipando per asserite ragioni d’urgenza il Tribunale competente, ha preso una decisione che qui si discute per le possibili ripercussioni.

Intendiamoci: l’aggrovigliarsi di questioni tutte complicate rende il problema tremendo . Il mafioso, per giuramento di fedeltà, se non si pente conserva lo status di “uomo d’onore” fino alla morte. Gli “irriducibili” non pentiti, perciò assoggettati al 41 bis, restano convinti di appartenere a una “razza” speciale, quella appunto degli uomini d’onore (gli altri sono individui da assoggettare). Il 41 bis segna la fine di un “mostrum”: criminali sanguinari che stavano in galera come in un grand hotel da dove continuavano a comandare. Per Cosa nostra la sorte dei boss condannati è da sempre una ferita aperta. Pentitismo e 41 bis sono da eliminare (Riina si sarebbe “giocato anche i denti”) e la riprova sta nella sentenza di primo grado sulla “trattativa”. In vari modi (alcuni documentati in quanto sventati da Alfonso Sabella quand’era al Dap) si è cercato di estendere ai mafiosi “dissociati”, non collaboranti, i benefici per i terroristi. Il 41 bis, dopo una fase iniziale di giusto rigore, è stato poi sensibilmente ridimensionato. Nuove speranze in tal senso hanno suscitato (al di là delle intenzioni) le sentenze sull’ergastolo ostativo della Cedu e della Consulta. Il sovraffollamento che opprime le carceri (senza però investire il 41 bis) si è aggravato col Covid-19. Una circolare del Dap del 21 marzo scorso ha chiesto ai direttori delle carceri di indicare all’autorità giudiziaria i detenuti over 70 e quelli con patologie rientranti in un elenco di nove voci, e qualcuno ha pensato di potervi leggere come una sorta di “lista d’attesa” per i domiciliari in emergenza coronavirus (il Dap ha però chiarito che si tratta di un semplice monitoraggio, e del resto il ministro Bonafede aveva già escluso a suo tempo ogni scarcerazione di mafiosi).

In sostanza, intorno al pianeta carcere si affollano opposte esigenze: assicurare che la pena sia effettivamente espiata per i delitti più gravi; tutelare la salute di tutti i detenuti (e del personale) anche in situazioni di emergenza pandemica; garantire la sicurezza della collettività pure in caso di scarcerazione di pericolosi detenuti, tenendo presente che il 41 bis potrebbe essere la punta di un iceberg comprendente anche il regime di “Alta sicurezza”.

Per “governare” la situazione occorre intervenire con urgenza. Ecco alcuni suggerimenti... non richiesti, ma forse utili. Prima di tutto evitare la frammentazione delle decisioni in tema di 41 bis: non dovrebbero occuparsene tanti magistrati qui e là dispersi in tutte le sedi giudiziarie; sarebbe bene (come per le “pratiche” penitenziarie dei pentiti) centralizzare la competenza in un unico ufficio, congruamente rinforzato. A decidere dovrebbe sempre essere un collegio di magistrati, mai un singolo giudice. Le funzioni di pm dovrebbero essere affidate ad un pool di magistrati della Procura nazionale antimafia, in stretto collegamento con la procura distrettuale dell’indagine che ha portato alla condanna (non la procura del carcere). Se la Pna esprime parere sfavorevole ai domiciliari, il collegio di sorveglianza dovrà motivare rigorosamente e puntigliosamente la sua decisione contraria.

Se le cose sfuggissero di mano, lo Stato... divorzierebbe da se stesso. Assurdo. Più che mai in tema di mafia.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Foto © Imagoeconomica

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