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di Lorenzo Giarelli - Intervista
Dita Kraus
ha scoperto di essere ebrea quando aveva otto anni. Era il 1937 e viveva a Praga, giusto un paio d’anni prima dell’arrivo dei nazisti. “Una mattina a scuola trovai sopra il mio banco un pezzo di carta”. Scritto a penna da un compagno, quell’insulto così incomprensibile: “Tu sei un’ebrea”. Dita non ne aveva mai sentito parlare, cresciuta in una famiglia affatto praticante. Eppure il vento dell’intolleranza avanzava rapido: la perdita dei diritti, l’esproprio della casa, il ghetto. E infine Auschwitz. Otto mesi nel campo, prima di essere trasferita prima ad Amburgo e poi a Bergen Belsen: la sua salvezza, liberata dagli inglesi nell’aprile 1945. Oggi Dita ha 90 anni e la sua storia è parte del libro Il maestro di Auschwitz (Newton Compton) scritto da Otto B. Kraus, suo marito: internato nel campo insieme a lei, i due si sarebbero riconosciuti e amati dopo la liberazione. Otto è morto nel 2000, ma dai suoi scritti è stato possibile ricostruire la vita nel Blocco 31 del campo.

Dita Kraus, lei e suo marito deportati nello stesso campo.
Eravamo nella parte per le famiglie di Terezin. All’interno di questa sezione c’era il Blocco dei bambini: era il posto che serviva al dottor Mengele per i suoi esperimenti. Io avevo 13-14 anni, mentre mio marito Otto, di dieci anni più grande, era uno degli istruttori.

Com’era la vita nel blocco dei più piccoli?
La sezione nacque per merito del prigioniero Freddy Hirsch, un atleta ebreo che convinse i nazisti a creare un blocco per i bimbi in cui le condizioni di vita fossero leggermente migliori: una visita della Croce Rossa doveva servire ai tedeschi a fingere che Auschwitz non fosse un campo di sterminio.

Otto era uno dei suoi maestri?
Non proprio, si occupava di un altro gruppo di ragazzi, ma lo vedevo sempre dall’altra parte del blocco.

Si può costruire una quotidianità in un campo di sterminio?
Fu grazie a Hirsch, un punto di riferimento e una persona di cui ci fidavamo. Non avevamo matite e penne, eppure riuscì a mettere su una specie di scuola. Faceva giocare i bimbi, li teneva puliti, raccontava loro le storie. Quando compii 14 anni, convinse i tedeschi a darmi il ruolo di “assistente”, divenni la piccola bibliotecaria del blocco.

Una biblioteca?
Chiamarla così è troppo. Quando arrivavano i treni con i prigionieri, i nazisti svuotavano i loro bagagli e a volte capitava che ci fosse un libro. Ne raccogliemmo una dozzina.

Anche tra i bambini c’era consapevolezza di cosa fosse quel luogo?
Sì, era impossibile non sapere. L’area dei forni crematori era vicina e vedevamo sempre l’enorme colonna di fumo con questo odore forte che usciva. Vedevamo migliaia e migliaia di persone marciare verso le camere a gas. Tutti sapevano cosa succedeva nel campo.

La “scuola” aiutava a farvi forza?
Era l’unica maniera di scappare dalla realtà: si raccontavano storie e grazie a Hirsch c’era spesso un modo per distrarsi dalla nostra situazione. Anche se avevamo qualche vantaggio rispetto agli altri blocchi, le condizioni erano durissime: il freddo era terribile e si mangiava una zuppa al giorno con un po’ di pane e margarina.

Vedeva spesso il dottor Mengele?
Sì, veniva spesso al blocco dei bambini, l’ospedale era proprio di fronte a noi. Sapevamo degli esperimenti e sapevamo che cercava soprattutto gemelli. Quando aveva bisogno di qualcuno, avveniva in rituale tremendo: ciascuna guardia delle 32 baracche in cui era diviso il blocco usciva e gridava a quella a fianco: “I gemelli vadano dal dottor Mengele!”.

Come riuscì a salvarsi dallo sterminio?
Dopo la visita della Croce Rossa, nell’estate del ’44, si decise di smantellare il blocco. Ci divisero in gruppi: la maggior parte dei prigionieri fu uccisa, qualcuno restò per gli esperimenti di Mengele e un’altra parte fu selezionata per essere trasferita in un campo di lavoro. Fu fortuna e soltanto fortuna: non c’era niente che potessi fare per influenzare la scelta. Io e mia madre fummo mandate ad Amburgo e poi a Bergen-Belsen, dove fummo liberate dieci mesi più tardi.

Poi tornò a Praga?
Lì incontrari di nuovo Otto. L’ho riconosciuto mentre eravamo in fila per alcuni documenti. Mi disse: “Sono felice che tu sia sopravvissuta”.

Nel libro, Otto racconta di come fosse difficile per i sopravvissuti parlare di quel che avevano vissuto.
Lo descriverei come un gelo interiore, tutte le emozioni sono rimaste congelate per anni. C’è voluto parecchio tempo per prendere coscienza dei nostri sentimenti e iniziare a parlarne.

Oggi è il Giorno della memoria. È convinta che il ricordo abbia valore nella nostra società?
Le cerimonie di solito sono molto fredde e non servono a nulla. L’unico modo per dare loro significato è parlare, raccontare, far ascoltare alle persone le testimonianze di chi c’era. Io ho una storia terribile, eppure quando sento il racconto di qualcun altro ho ancora i brividi, riesco a partecipare al suo dolore. Sono sicura che così questa giornata possa avere un senso.

Tratto da: ilfattoquotidiano.it

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