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di Simona Zecchi
Nel fascicolo archiviato nel 2015 c’è un’immagine dell’uomo d’affari, mostrata a un teste dell’Idroscalo che non l’ha riconosciuto. Una nota Sismi parla dei suoi rapporti con Abbruciati, boss della Magliana

Una foto di Flavio Carboni si fa largo tra le carte ormai sepolte della ultima inchiesta sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini, avvenuto la notte fra il 1° e il 2 novembre 1975. Una indagine durata cinque anni (2010-2015). Mentre l’unico processo ha visto condannato il solo Giuseppe Pelosi nel ‘79. Pelosi che, allora 17enne, non sarebbe stato in grado di massacrare da solo lo scrittore. La foto di Carboni, con i suoi dati personali, spunta all’interno di un album allegato a un verbale del 28 aprile 2011. Nel verbale, un uomo sentito su quanto apprese de relato da un testimone diretto della notte del delitto all’Idroscalo di Ostia, riferisce un’altra dinamica dell’omicidio. Anche lui sostiene che ci fossero più macchine e più persone sulla scena del crimine quella notte mentre si consumava la mattanza. Fatti questi, diversi da quelli suggellati dalla verità processuale ma confermati nel 2011 anche dai figli del pescatore Ennio Salvitti che allora viveva in una delle baracche di via dell’Idroscalo. Salvitti fu intervistato a caldo il 2 novembre 1975 da Furio Colombo per la Stampa, la mattina stessa del ritrovamento del corpo, e già allora rìferì della presenza di più persone sul posto e di Pasolini che gridava: “Mamma, mamma, mamma!”. La Procura non ha tuttavia creduto alle dichiarazioni che hanno ricostruito questa dinamica. È bene chiarire che la persona interrogata dagli inquirenti nel 2011, sentita anche dal Fatto, non riconosce in Carboni l’uomo di cui parlava il testimone diretto nel verbale, anzi indica un’altra persona. Impossibile saperne di più dalla Procura dove l’indagine era condotta dal pm Francesco Minisci che ha chiesto l’archiviazione disposta nel 2015. Un investigatore di allora conferma l’interesse per Carboni, un uomo, ricorda, “entrato in ogni scandalo italiano”, ma non ha potuto o saputo ricordare il motivo per cui tra le foto del fascicolo ci fosse anche quella del discusso imprenditore. Flavio Carboni non è certo una persona qualunque. Legato in passato a esponenti della criminalità romana e a uomini di Cosa Nostra presenti a Roma sin dagli anni 70; coinvolto nelle vicende del crac del Banco Ambrosiano (condannato), nell’omicidio del banchiere Roberto Calvi (assolto) e nei fatti della P3 (condannato in primo grado), Carboni ha avuto rapporti anche con Domenico Balducci. Detto Mimmo er cravattaro, Balducci era tra i più noti usurai di Campo de’ Fiori a Roma nel decennio 70-80, poi uomo di fiducia del boss siciliano operante allora nella Capitale, Pippo Calò. È stato ucciso nel 1981. Balducci, Ernesto Diotallevi e Calò furono processati per associazione a delinquere insieme a Carboni e a un rampollo dei conti Grazioli, tutti poi assolti definitivamente nel 1987 (stralciata, a causa di malattia, la posizione di Calò). È noto poi il legame fra Balducci, Diotallevi e Danilo Abbruciati: l’uomo cerniera fra criminalità romana, estrema destra, Servizi segreti e imprenditoria. Di recente, in un’audizione dell’ultima Commissione Moro, è stato confermato almeno un suo incontro con agenti del Sisde (attuale Aisi). Abbruciati è stato tra i sospettati delle indagini sulla morte di Pasolini insieme a molti altri, come ad esempio i tre boss italo-marsigliesi, Bellicini-Berenguer-Belardinelli. Una banda, quella dei marsigliesi, presente a Roma nei primi anni 70 fino al 1976, operativa soprattutto nel campo dei sequestri e legata alla P2. A indagare sui rapporti fra i loro sequestri e la destabilizzazione dello Stato sarà il giudice Vittorio Occorsio, ucciso nel 1976 da Pierluigi Concutelli, che il Fatto ha intervistato nel 2014 proprio sull’omicidio dello scrittore. Abbruciati, prima di diventare un boss della Magliana, era stato contiguo a quel clan. Nell’inchiesta Pasolini compare poi Bruno Nieddu, personaggio noto per la sua partecipazione al tentato omicidio del vicepresidente del Banco Ambrosiano, Roberto Rosone (per il quale Carboni sarà prima condannato come mandante, poi assolto), l’evento in cui Abbruciati restò ucciso. Le impronte digitali di Abbruciati e Nieddu, tra molte altre, sono state confrontate con i profili genetici individuati sui reperti della notte in cui morì Pasolini. La comparazione eseguita dal Ris è risultata negativa ma questo tecnicamente non scioglie i dubbi. Carboni ha sempre negato la conoscenza diretta con Abbruciati, confermando invece quella con Diotallevi, Calò e Balducci. Lo ribadisce anche al Fatto, per il quale, attraverso il mensile FQ Millennium, nell’aprile 2018 aveva ripercorso già alcune tappe di quegli anni. “No, mai conosciuto Abbruciati - ribadisce Carboni -, non davo tutta questa rilevanza ai rapporti di Diotallevi, che ho conosciuto tramite la zia della sua compagna, Filomena Angelini. Non c’era motivo che io negassi la mia conoscenza (di Abbruciati, ndr), mi ha presentato tante persone”. Filomena Angelini è stata imputata e poi assolta nello stesso processo conclusosi nel 1987. Carboni nega anche qualsiasi rapporto con esponenti dell’estrema destra. Tuttavia dalle carte allegate alla relazione della Commissione d’inchiesta sulla P2, salta fuori un appunto del Sismi (oggi Aise), datato 24 luglio 1982, che invece riferisce di rapporti diretti fra Abbruciati e Carboni. In particolare di “assegni di Carboni in favore di Abbruciati emessi dalla Cassa di Risparmio di Roma, agenzia 11 di Via Appia”. Non è chiaro quando. L’appunto del Sismi, mai pubblicato, registra anche il rapporto di amicizia fra Carboni e l’ex questore Francesco Pompò (imputato e poi assolto nel processo finito nell’87 e indagato anche nel vecchio processo per la strage di Bologna). Carboni, in relazione all’inchiesta sul delitto Pasolini, ci ha poi detto: “Il collegamento con me lo si spiega solo dalla mia conoscenza con Diotallevi”. Ma l’imprenditore afferma di non sapere se questo possa avere incidenza sull’omicio Pasolini, con il quale dichiara comunque di non aver nulla a che fare. Ad entrare nelle ultime indagini della Procura sull’omicidio dell’Idroscalo è poi un altro nome legato al clan dei tre marsigliesi: Antonio Pinna, di origine sarda, scomparso il 16 febbraio 1976 e il cui corpo non è mai stato trovato. Su Pinna e il suo ruolo nei sequestri con i marsigliesi ha indagato il magistrato Ferdinando Imposimato: carte acquisite nell’inchiesta sulla morte dello scrittore. Carboni sostiene di non conoscere Pinna, che entra nel caso per via del possesso di un’auto uguale a quella del poeta, ma di diverso colore: un’Alfa GT 2000. “Abbiamo fatto quello che i colleghi di un tempo non avevano fatto”, riferisce uno degli inquirenti. Tra tutti i segreti e le ombre ancora da svelare dell’Italia di quegli anni, una cosa è però certa: sul feroce omicidio di Pier Paolo Pasolini c’è ancora molto da fare.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

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