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"Sarei potuto andare a prendere un caffè in quel bar a Firenze, e mi sarei trovato lui davanti senza saperne nulla. È una vergogna, è una vergogna che uno degli assassini di mia sorella fosse già libero". Pietro Campagna ha una voce forte ma scossa. Le parole escono come un fiume in piena, di rabbia e dolore. Ha 54 anni ed è un carabiniere del Nucleo radiomobile di Messina. E di anni ne aveva 21 quando il 12 dicembre 1985 Graziella Campagna, sua sorella di 17 anni, fu uccisa con cinque colpi di lupara che le sfigurarono il volto. Lei stirava in una lavanderia di Messina, e trovò in una tasca della giacca di un certo “Ingegner Cannata” un’agenda che rimandava alla vera identità del suo cliente.
Quell’uomo era Gerlando Alberti junior, boss latitante di Cosa Nostra. Graziella fu uccisa qualche giorno dopo dal boss e dal suo fedelissimo Giovanni Sutera.
Quando Sutera uccise Graziella era latitante per l’omicidio, tre anni prima, di Vittorio Grassi, un gioielliere di Firenze. Sutera è stato condannato a 25 anni per l’omicidio di Grassi e, dopo oltre 20 anni di processi, all’ergastolo per quello di Graziella. Nel 2014 il Tribunale di Sorveglianza ne ha disposto la semilibertà, e nel settembre 2015 la liberazione condizionale. Fino al nuovo arresto, per traffico di stupefacenti, di ieri.

La sua famiglia neanche sapeva che Sutera fosse libero da tre anni?
"Oggi ne veniamo a conoscenza solo perché è stato arrestato per traffico di droga. Ma come si fa a concedere la libertà a chi in quella stessa città ha ucciso un gioielliere e due anni dopo, in Sicilia, una bambina di 17 anni. L’hanno fatta inginocchiare e non ne hanno avuto pietà. Non ci hanno pensato due volte a ucciderla con cinque colpi di lupara. Sono senza parole... ".

Qualcosa da dire però ce l’ha...
"Faccio un appello alla Procura generale di Firenze. Chiedano la revoca della liberazione condizionale, sono ancora in tempo altrimenti per i nuovi reati rischia di essere di nuovo fuori fra qualche anno". Non sono ancora trascorsi cinque anni, quindi si può ancora intervenire...
"Se i miei colleghi carabinieri, che ringrazio, non avessero arrestato Sutera, fra due anni la sentenza per la morte di Graziella sarebbe stata cancellata. Mia sorella e il gioielliere ucciso sono stati condannati al fine pena mai"

Sia la semilibertà, che poi la sospensione condizionale però sono benefici previsti dalla legge...
"Ci vuole coraggio a regalarli in questa maniera. Come si può dare la libertà a chi non ha mai mostrato segni di pentimento o non ha mai dato un contributo allo Stato? Sutera è stato condannato all’ergastolo ed è giusto che lo sconti fino all’ultimo giorno di vita. Quella vita che a mia sorella fu rubata a 17 anni".

Che cosa ricorda di quei giorni? Lei lavorava in Calabria, erà già carabiniere...
"Mi mancava la terra sotto i piedi, vedevo la mia famiglia distrutta. Mia madre ha avuto il coraggio di andare al cimitero solo dopo 12 anni, mio padre è morto di dispiacere".

La prima condanna per l’omicidio di mafia, dal 1985, è arrivata solo nel 2004...
"Sono stati venti anni di veleni e depistaggi, più lunghi dell’intera vita di Graziella. È successo di tutto: il primo processo fu insabbiato, mentre in primo grado le motivazioni della sentenza di condanna vennero depositate tardi, e Gerlando Alberti Junior nel 2006 fu scarcerato. Poi venne rimesso il libertà nel 2010, per motivi di salute ma grazie all’avvocato Fabio Repici venne di nuovo rinchiuso in carcere".

Ha mai perso la fiducia nella giustizia?
"A volte ho pensato anche di vendicarmi da solo. Ma per la famiglia in cui sono cresciuto e la divisa che porto ho capito che la strada giusta era quella della legalità".

Ha già spiegato a sua madre cosa è successo?
"Aspetterò qualche giorno. Ancora non ho il coraggio di guardarla negli occhi e dirglielo".

Tratto da: La Repubblica

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