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scarpinato-roberto-webdi Roberto Scarpinato - 18 maggio 2012
È in libreria “Le ultime parole di Falcone e Borsellino”, a cura di Antonella Mascali. Anticipiamo uno stralcio della prefazione.
Più trascorrono gli anni e più cresce la mia sensazione di disagio nel partecipare il 23 maggio e il 19 luglio alle pubbliche cerimonie commemorative delle stragi di Capaci e di via D’Amelio.

La retorica di Stato ha i suoi rigidi protocolli ed esige che il discorso pubblico venga epurato da ogni sconveniente riferimento alle travagliate vicende che segnarono le vite di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino, preparandone lentamente la morte. Relegando nel fuori scena della storia quelle vicende, questa forma di autocensura consegna così alla memoria collettiva una narrazione tragica e, nello stesso tempo, semplice e pacificata, che si può riassumere nei seguenti termini: Falcone e Borsellino furono assassinati perché con il loro lavoro di integerrimi magistrati, culminato nelle condanne inflitte con il maxi-processo, erano il simbolo di uno Stato che aveva sferrato un colpo mortale a Cosa nostra, mandando in frantumi il mito della sua invincibilità . I carnefici, i portatori del male di mafia, sono stati identificati e condannati. Hanno i volti noti di coloro che l’immaginario collettivo ha già elevato a icone assolute e totalizzanti della mafia: Riina, Provenzano e altri personaggi di tal fatta; per lo più ex villici che si esprimono in un italiano maldigerito, i cui tratti fisiognomici, duri e sprezzanti, quasi appaiono lombrosianamente rivelatori della loro natura crudele.
Secondo questa rappresentazione, la mafia è costituita da una minoranza di criminali che, come si usa ripetere, costituisce una sorta di fungo malefico, di tumore all’interno di una società costituita da un’assoluta maggioranza di onesti: una netta linea di confine separa la città dell’ombra, abitata dai portatori del male di mafia, dalla città della luce, popolata dagli innocenti (...). A volte qualcuno tra gli oratori si spinge ai limiti dell’arditezza, alludendo alla corresponsabilità di colletti bianchi che si muovono ambiguamente lungo quella linea di confine. E, tuttavia, quasi a voler rassicurare se stesso oltre che l’uditorio, l’oratore provvede subitaneamente a ridimensionare quest’ardita digressione – che rischierebbe di incrinare le serene certezze di tanti – specificando che nella maggior parte dei casi si tratta di «semplice» responsabilità morale e, per il residuo, di singole mele marce nel paniere delle mele buone. Del resto, in quale buona famiglia non esiste qualche pecora nera?
Fine della cerimonia e saluti delle autorità, tra le quali purtroppo siedono, talora in prima fila, anche personaggi dai dubbi trascorsi, ai quali si è costretti a stringere la mano per dovere di ruolo.
Si ritorna quindi a casa e coloro che, come me e pochi altri, hanno vissuto queste vicende in prima persona, portandone dentro segni indelebili, vengono colti da un senso di spaesamento per l’impossibilità di riconoscersi in simile narrazione degli eventi. Il peso del rimosso, della parte della storia relegata nel fuori scena, è infatti tale da stravolgerne completamente la chiave di lettura e il senso globale. La realtà che abbiamo vissuto e sofferto con Giovanni e Paolo racconta che, diversamente da quanto si ripete nelle cerimonie ufficiali, il male di mafia non è solo fuori di noi, è anche «tra noi». Racconta che gli assassini e i loro complici non hanno solo i volti truci e crudeli di coloro che sulla scena dei delitti si sono sporcati le mani di sangue, ma anche i volti di tanti, di troppi sepolcri imbiancati. Un popolo di colletti bianchi che hanno frequentato le nostre stesse scuole e che affollano i migliori salotti: presidenti del Consiglio, ministri, parlamentari nazionali e regionali, presidenti della Regione siciliana, vertici dei servizi segreti e della polizia, alti magistrati, avvocati di grido dalle parcelle d’oro, personaggi apicali dell’economia e della finanza e molti altri. Tutte responsabilità penali certificate da sentenze definitive, costate lacrime e sangue, e tuttavia rimosse da una retorica pubblica e da un sistema dei media che, tranne poche eccezioni, illuminano a viva luce solo la faccia del pianeta mafioso abitata dalla mafia popolare, quella del racket e degli stupefacenti, elevando una parte a simbolo del tutto. Mediante tale selettività a senso unico dei materiali utilizzati per la costruzione del sapere sociale sulla mafia, si pone così in essere un riduzionismo della storia globale che realizza una sorta di amnistia permanente della memoria per amnesia collettiva.
In realtà il gorgo che ha inghiottito migliaia di vite chiama in causa quello che Falcone definiva «il gioco grande» del potere, di cui il sistema mafioso sin dall’Unità d’Italia è sempre stato importante coprotagonista, come confermano, da ultimo, anche le indagini sulle stragi del 1992. Indagini segnate da inquietanti depistaggi (falsi collaboratori introdotti nel processo di via D’Amelio), dalla sparizione di documenti cruciali (l’agenda rossa di Borsellino e, prima ancora, i documenti custoditi nell’abitazione di Riina). Indagini che, come quella sulla trattativa tra alcuni esponenti dello Stato e la mafia per porre fine alle stragi, hanno anche innescato una sorta di triste sagra di Stato degli smemorati di Collegno, intessuta di tanti «non ricordo», di reciproche smentite, di rivelazioni parziali. Frammenti di verità che emergono solo a distanza di decenni dagli eventi, dopo essere stati estratti con il forcipe delle indagini penali a imbarazzati e riottosi custodi di segreti consumatisi in quel fuori scena della storia da sempre bandito dalle cerimonie ufficiali.

Tratto da:Il Fatto Quotidiano

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