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ingroia-antonio-web4di Antonio Ingroia - 12 maggio 2012
Si intitola “Palermo” il nuovo libro di Antonio Ingroia. Con un sottotitolo che ne svela subito l’anima tormentata: “Gli splendori e le miserie. L’eroismo e la viltà”. Questa volta il magistrato palermitano va oltre la sua storia professionale, oltre la memoria dei suoi maestri. E ragiona sul ruolo di Palermo nella storia d’Italia, una storia sempre sospesa fra la tragedia e la speranza. In libreria da venerdì prossimo, “Palermo” verrà presentato in anteprima al Salone del libro di Torino, oggi alle ore 19 con l’autore, Gian Carlo Caselli e Nando dalla Chiesa. Qui di seguito ne pubblichiamo un'anticipazione.

Palermo, storicamente, forse anche per ragioni “climatiche”, è una città esagerata in tutto e quindi ha una compresenza di eccessi che si ritrovano e si mescolano, si fronteggiano talvolta, in ogni sua espressione e manifestazione. È città di grandi disperazioni e di grandi speranze. Così come è, appunto, città che contiene in sé il sublime e l’orrendo (l’orribile, l’orrore), bellezze e macerie, l’assai dolce della sua pasticceria e le tante amarezze della sua storia. I suoi colori accesi sono sempre più intensi che altrove: niente è diluito, tutto è caricato. Raramente c’è ironia: il più delle volte il sorriso è un sorriso amaro, pesante. Palermo è una città pesante. Questa sua pesantezza, che nasce appunto da una storia difficile, si realizza e si traduce però anche in grandissimi slanci. Sicché questa incoerenza, questa contraddittorietà di fondo, caratterizza la città e i suoi abitanti. Convivono nell’animo e nella mente del palermitano entrambi gli atteggiamenti: una sorta di atavica rassegnazione che hanno splendidamente descritto coloro che sono probabilmente i più grandi narratori e scrittori siciliani, Luigi Pirandello e Giuseppe Tomasi di Lampedusa, e – sia pur in questo quadro che ha una nota di fondo dominante di scetticismo – momenti di speranza quasi illuminista. In Sciascia convivevano questi due sentimenti, queste due visioni del mondo apparentemente contrastanti. Questo se ricostruiamo in modo sommario il contesto, la temperie, il clima, il sentimento prevalente in questa città. Se invece vogliamo provare a fare una riflessione storica sugli anni più vicini, credo che Palermo, proprio perché viene da una storia recente buia – storia di lutti, storia di illegalità diffusa, storia di dominio dei prepotenti sui più deboli, appunto –, porti in sé la speranza del rinnovamento più di qualsiasi altra realtà metropolitana italiana. Non è un caso che a Palermo – solo qui e in nessun’altra città d’Italia – si sia parlato di una “primavera”. Non c’è la primavera milanese o romana: la primavera è siciliana.
Se n’è parlato negli anni Ottanta, in una prima battuta, e se n’è tornato a parlare in epoca successiva, nella “seconda primavera” siciliana, che si è realizzata negli anni Novanta come reazione, risposta, alla stagione delle stragi. È chiaro che la metafora della primavera allude all’inverno che l’ha preceduta e che quindi potrebbe essere vista come la quiete dopo la tempesta, ma non è una quiete. È invece il segnale che perfino quando tutto sembra finito – come in quella celebre frase dettata dalla disperazione di Antonino Caponnetto subito dopo la strage di via D’Amelio – improvvisamente , sorprendentemente, Palermo e i palermitani hanno tratto dalla rabbia e dalla indignazione le energie per una riscossa, per un riscatto che magari, inizialmente, è appunto rabbioso e indignato, ma poi si trasforma in un impegno in grado di avviare un movimento positivo che da Palermo può diffondersi nel resto d’Italia. Lo stesso identico meccanismo ciclico che si è prodotto negli anni Ottanta e dieci anni dopo, pari pari, negli anni Novanta. Qui il tremendo manifestarsi stragi-sta e sanguinario del potere criminale, un potere sino a quel momento tollerato dalla città che, anzi, ci ha convissuto e lo ha in parte perfino sostenuto, è stato seguito da un brusco e atroce risveglio che però non ha dato luogo, come magari ci si aspetterebbe, a una ulteriore assuefazione e rassegnazione, ma ha determinato un’insospettabile reazione. Reazione che ha poi prodotto frutti importanti con la cosiddetta “seconda primavera”, dando luogo a movimenti sociali e politici e a iniziative statali, legislative, giudiziarie.
Ogni primavera palermitana, infatti, è stata caratterizzata da varie componenti: la prima, quella degli anni Ottanta, è stata primavera sia sociale sia politica, sia legislativa sia giudiziaria; con un ritorno, una rifluenza di ciascuna componente sull’altra. Senza la primavera sociale, infatti, non ci sarebbe stata quella politica, non ci sarebbe stata la primavera legislativa e nemmeno quella giudiziaria, che dal suo canto ha dato alimento, fiducia ed energia straordinarie alla primavera sociale e a quella politica, rinvigorendole. Lo stesso è stato negli anni Novanta. Peccato che, tanto nel primo quanto nel secondo caso, dopo una fiammata sia pure intensa, sia pure non effimera ma prolungatasi per qualche anno, le primavere, invece di sfociare in altrettante estati, siano sfociate prima in un nuovo autunno e poi in un letargo invernale.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

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