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caselli-gian-carlo-web2di Mariagrazia Gerina - 10 maggio 2012
«C’è un vizio congenito del nostro paese: quello delle facili amnesie, con tendenza alla rimozione di ciò che è accaduto, persino quando si tratta di fenomeni drammatici che hanno sconvolto l’Italia come il terrorismo storico». È da quell’ingranaggio storto nella memoria collettiva, che il procuratore capo di Torino, Giancarlo Caselli, vuole partire per ragionare di ciò che è accaduto a Genova. Le indagini in questo caso spettano ad altri, premette.

E però non tace le sue riflessioni. E i suoi timori. Perché all’orecchio di chi il terrorismo rosso l’ha visto nascere e combattuto nella sua Torino quando era ancora un giovane magistrato, persino le parole usate oggi dai cronisti per raccontare questo nuovo attentato meritano attenzione: «Sottolineare, come leggo in alcune cronache, che è stato sparato un solo colpo, mirato con precisione alla gamba, senza intenzione di uccidere, mi dà da pensare».

Crede che ci sia stata una sottovalutazione del rischio che il terrorismo tornasse?
«Credo che riflettere, ricordare, ragionare su come sono nate le br storiche sia importantissimo. Con le amnesie si rischia di facilitare il riproporsi di ciò che era già stato, senza mettere in campo gli anticorpi necessari. Negli anni Settanta, le prime violenze furono decisamente favorite da un clima di indifferenza, disattenzione, sottovalutazione, se non indulgenza.
E a volte addirittura vera e propria contiguità. Mi riferisco alla stagione dei "compagni che sbagliano", delle teorizzazioni irresponsabili "né con lo Stato né con le br", che furono benzina sul fuoco della violenza politica. Perché se quelli che sbagliano continuano ad essere definiti compagni non si sentono ripudiati e perciò continuano a sbagliare».

Vede qualcosa di simile oggi?
«Senza nessuna pretesa di stabilire delle analogie, perché nessuno sa ancora cosa sta davvero succedendo, dico che sarebbe di nuovo sbagliato sottovalutare o registrare con indifferenza ciò che sta accadendo.
Quando leggo cronache preoccupate di sottolineare che è stato sparato un solo colpo, mirato con precisione alla gamba, senza intenzione di uccidere, senza che nulla faccia pensare a una qualche organizzazione alle spalle degli attentatori, mi sembra di cogliere una rappresentazione del fatto un po’ sottodimensionata. Altro possibile errore è la sostanziale indulgenza verso la cosiddetta violenza diffusa».

C’è un nesso tra quella che chiama “violenza diffusa” e il terrorismo?
«Attenzione può darsi che siano mondi completamente diversi, separati tra loro. Però viviamo nell’era della globalizzazione: tutto si tiene e tutto comunica. Per cui, da mondi anche diversi possono trasmigrare germi di infezione che si alimentano reciprocamente. Noi oggi viviamo un clima pesante, di intolleranza, di violenza verbale. Basta leggere i due comunicati pubblicato su Indymedia dopo l’attentato di Genova: in sostanza, si sostiene che sparare alle persone è giusto.
E il fatto che un messaggio di condivisione e di compiacimento trovi ospitalità su un sito di larga diffusione mi sembra, per chiamare le cose con il loro nome, una forma di irresponsabile connivenza. Certo non è così che si prendono le distanze. Quantomeno si alimentano confusione e ambiguità».

In quali ambienti può essere maturato il gruppo che ha colpito a Genova?
«A questo non posso rispondere, bisognerebbe sapere di che cosa sia precisamente si tratta. Prendo atto che c’è stata una gambizzazione. Quindi una azione tipicamente terroristica. Che la procura ha rubricato come tale.

Il fatto che non ci sia ancora una rivendicazione cosa significa?
«Può volere dire tutto e niente. Possono essere nuovi brigatisti che si comportano diversamente dai vecchi oppure nuovi soggetti disposti alla pratica della violenza armata. Mi preme però dire: attenzione con l’ambiguità. Dobbiamo isolare politicamente la violenza, comunque si manifesti. Registro invece una forte tendenza a giustificare i mezzi, se i fini sono di un certo tipo. Il rischio di un imbarbarimento progressivo e di una deriva democratica è davvero dietro l’angolo».

Perché hanno colpito ora?
«Non lo so. Prima vorrei sapere chi sono quelli che hanno colpito e quali sono i loro obiettivi. Solo come riflessione, ricordo però che il terrorismo rosso storicamente ha colpito più pesantemente nei momenti di maggiore difficoltà e tensione del nostro paese, sfruttandoli strumentalmente a proprio uso e consumo.
Al di là dei proclami, il terrorismo è incapace di elaborare una propria linea politica autonoma. Perciò è costretto a inserirsi nei movimenti di forte tensione e magari di cambiamento della società, spesso bloccando questo cambiamento e determinando una involuzione del sistema».

Tratto da: L'Unità

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