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maniaci-telejato-disegno-webdi Riccardo Pennisi - 2 maggio 2012
Un'emittente antimafia. Che trasmette da Partinico (Palermo). Il cui editore è da anni vittima di minacce di ogni tipo. Ora che in Sicilia arriva il digitale, non potrà più trasmettere. E Cosa Nostra ringrazia.

Telejato, la piccola ma combattiva tv antimafia che da più di vent'anni trasmette in Sicilia, rischia di chiudere a giugno, quando l'isola passerà al digitale terrestre. La legge che regola l'abbandono delle frequenze analogiche infatti non lascia nessuno spazio alle cosiddette "tv comunitarie", cioè senza fini di lucro. Sono oltre 200 le emittenti che potrebbero sparire.

E' un vulcano di rabbia e di passione Pino Maniaci, proprietario di Telejato dal 1999: «Queste norme sono incostituzionali, si basano solo su criteri economici e favoriscono le emittenti commerciali rispetto a chi produce un beneficio sociale. Sono pronto ad azioni di disobbedienza civile. Se escluderanno la mia tv, andrò io personalmente ad accenderla sul digitale».

Telejato si è guadagnata sul campo il nome di tv antimafia. I boss del posto, che Pino Maniaci dallo schermo chiama "pdm" (pezzi di merda), e di cui fa apertamente i nomi quando si tratta di denunciare gli affari illegali della zona, non sarebbero certo dispiaciuti della sua chiusura. Negli anni, hanno anzi cercato di ottenerla coi metodi che conoscono meglio: quaranta gomme tagliate, una macchina bruciata, un'aggressione in strada e svariate minacce di morte.

La tv è visibile in 22 comuni della Sicilia occidentale, molti ad alta densità mafiosa. Per capirlo basta leggerne i nomi: Corleone, Alcamo, San Giuseppe Jato, Castellammare del Golfo, Cinisi, Montelepre. Nel paese dove ha sede, Partinico, nell'ultimo anno ci sono stati otto morti di mafia, due di lupara bianca e un tentato omicidio di un boss.

Pino Maniaci, che ha coinvolto la moglie e i tre figli nel suo lavoro, si avvale esclusivamente di collaboratori volontari, tra cui Salvo Vitale che era una delle voci di Radio Aut insieme a Peppino Impastato.

Finora la mafia non è riuscita a spegnere Telejato. Potrebbe riuscirci lo Stato, grazie ad alcuni articoli della Finanziaria varata nel 2011 da Berlusconi, e non modificati dall'attuale governo. Pino Maniaci accusa, con il suo linguaggio diretto: «Dal governo della gnocca al ministero di Passera non è cambiato niente. Monti è ricattato da Berlusconi: sulla tv è Silvio che comanda».

Nessuna delle centinaia di frequenze messe in palio dall'asta sarà infatti assegnata alle tv comunitarie, che essendo senza fini di lucro non hanno un bilancio adeguato a partecipare alla gara economica. Secondo la legge Mammì, infatti, questo particolare tipo di emittenti deve basarsi per il 60 per cento su materiale autoprodotto, e soprattutto non può trasmettere più di tre minuti di pubblicità ogni ora.

Anche tra i politici locali, molti non si rattristerebbero della scomparsa della tv di Pino Maniaci. Telejato trasmette in diretta i consigli comunali dei paesi della zona: un'operazione trasparenza non gradita agli eletti della zona.

Nel frattempo, con l'avvicinarsi delle elezioni regionali, continuano a nascere emittenti che saranno sponsor di questo o quel candidato, sostenute da forti interessi economici, che restringono le possibilità di accesso ai più piccoli: ad esempio, a Palermo esistono 50 reti locali su 18 postazioni digitali disponibili.

Non c'è speranza allora? In effetti, un emendamento sostenuto da Idv, Pd, Udc e Lega, che garantirebbe alle tv comunitarie l'assegnazione del 30 per cento delle frequenze digitali destinate alle tv locali, è stato sì approvato, ma le domande per l'ottenimento delle frequenze erano già scadute.

Molte delle 200 tv comunitarie, riconducibili ad associazioni, chiese o forze politiche, stanno decidendo di chiudere spontaneamente. Il comitato Siamo tutti Telejato, formato dalle associazioni Peppino Impastato e Rita Atria e da Libera Palermo, sta aiutando la Rete nella sua battaglia. «Fin quando avremo i riflettori accesi», dice Pino Maniaci, «io e la mia famiglia saremo vivi».

E a Partinico, Sicilia, Italia, questa non è una metafora.

Tratto da: espresso.repubblica.it

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