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gozzo-domenico-web0Non sono sofismi i rapporti con i boss
di Domenico Gozzo (*) - 27 aprile 2012
Spiace che il buon Bruno Tinti, che tanto è interessante leggere sul Fatto, ritenga – nel suo articolo pubblicato nell’edizione di ieri (“Sentenza Dell’Utri ed altri sofismi”) – che tutto quello che è avvenuto attorno al processo a Marcello Dell’Utri sia un “sofisma”; così come un “sofisma” sarebbero anche le divergenze interne alla Procura di Palermo, retta allora da Piero Grasso sulle contestazioni da muovere al presidente Salvatore Cuffaro.


E ciò perchè l’importante sarebbe ottenere una condanna “comunque sia” dell’imputato, anche per un reato meno grave e dunque, per definizione, più facile da provare (come avvenne per Al Capone con i reati fiscali, magistralmente riportato nel film “The Untouchables”). Spiace perché Tinti sembra, come purtroppo avviene spesso, vedere il bicchiere mezzo vuoto, invece di comprendere quanto sia rilevante la sentenza della Cassazione nell’ambito del problema del cosiddetto “concorso esterno” e, comunque, della perseguibilità dei reati commessi dai cosiddetti “colletti bianchi”. Dovrebbe essere un problema sentito, per qualunque democrazia che si rispetti, la possibilità di condannare il “colletto bianco” che delinque, così come analoga condanna tocca il malcapitato rapinatore o ladro, con l’implacabile certezza del dura lex, sed lex. Come campeggia nelle nostre aule di giustizia (e non l’ha certo scritto un rivoluzionario) “la Legge è uguale per tutti”.
Tinti descrive un sistema giudiziario che riesce con difficoltà a condannare il potente attinto da gravi elementi di prova. Ecco, allora, che contestare reati specifici, come diceva il procuratore Grasso, è meglio che cadere nel calderone dell’articolo 416 bis, e nei conseguenti pretesi sofismi della Cassazione. In realtà, è già errato ritenere che quelli della Cassazione siano “sofismi”, e non considerazioni in diritto, con cui si può non essere d’accordo, ma che sono comunque da rispettare. Ma è ancor di più errato ritenere che un magistrato possa avere un “pregiudizio ideologico” verso uno strumento giuridico a sua disposizione – come il cosiddetto “concorso esterno”. Se sono presenti gli elementi di legge, è dovere di qualunque magistrato perseguire l’illecito del potente come quello di qualsiasi altro cittadino.
Dunque, come riafferma oggi chiaramente la Cassazione, è certamente legittimo e doveroso l’utilizzo che la Procura di Palermo ha fatto del 416 bis nel processo Dell’Utri. Voglio poi rassicurare Tinti: abbiamo sempre cercato di contestare tutto quanto emergesse dalle carte ed avesse possibilità di essere positivamente accolto da un giudice. Nessun pregiudizio ideologico, od amori (non corri-sposti) verso determinate figure di reato. Quello che è certo – e che la Cassazione con chiarezza ripropone nella bella sentenza Dell’Utri – al di là delle diverse conclusioni (più o meno condivisibili) che raggiunge sui vari periodi storici della vita di Dell’Utri (1974/77, su cui vi è piena prova; 1978/82, su cui mancherebbe prova del rapporto con Berlusconi; 1983/92, su cui si dovrebbe provare non il fatto, ma la sua volontarietà; e dal 1993 in poi, su cui vi è inammissibilità dell’appello del procuratore generale), è che questo processo andava sicuramente fatto, e che non era un processo politico ma il processo ad un imprenditore che solo dopo venti anni dall’inizio dei fatti era divenuto politico.
Ancora, la Cassazione ha negato che sussista una violazione dei diritti della difesa di Dell’Utri, dicendo espressamente che “il fatto” per cui Dell’Utri è stato condannato “è il medesimo” rispetto a quello che per cui è stato portato in giudizio: aver esercitato “i poteri di influenza che gli derivavano dalla precisa collocazione nel mondo imprenditoriale dell’epoca e dai rapporti personali con i detti vertici di Cosa Nostra… conseguendo un risultato concreto, cioè quello dell’esborso, da parte dell’area Fininvest, di somme cospicue...”.
Se così è, la sentenza riafferma alcuni principi che legittimano in pieno l’operato dell’ufficio inquirente palermitano (e di tanti altri uffici in tutta l’Italia) e che riaffermano con chiarezza come il comportamento del concorrente esterno – ove dimostrato – deve, comunque, trovare una sanzione perché certamente antigiuridico. Se ciò è vero, allora, rimarcare il fatto dei “sofismi” appare un po’ autolesionista. La giustizia italiana ha già accertato, infatti, in due gradi del giudizio, ed ora anche in Cassazione, i rapporti di natura illecita tra Dell’Utri e importanti capi di Cosa Nostra. Sarà adesso il giudice d’appello a dover comprendere cosa è accaduto nei periodi storici 1977-’82, e 1983-’92. Per l’ultimo di questi periodi, comunque, i rapporti con i mafiosi sono stati ritenuti sussistenti, ma deve verificarsi l’esistenza del dolo richiesto. A questo punto, in un Paese normale, dovrebbe bastare quanto detto.
Come disse Paolo Borsellino, si cade spesso nell’equivoco di considerare un politico non condannato “un uomo onesto”. E aggiungeva: “E no, questo discorso non va perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire, beh, ci sono sospetti, (…) ma io non ho la certezza giuridica che mi consente di dire quest’uomo è mafioso. Però (…) i politici (…) i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza (…). Il sospetto dovrebbe indurre soprattutto i partiti politici quantomeno a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti anche se non costituenti reati”. Quindi, basterebbe un po’ di “autonoma pulizia” da parte del mondo politico, senza caricare la magistratura di improprie scelte “politiche” tra un tipo od un altro di reato. Perché non devono esistere intoccabili.

* Procuratore aggiunto a Caltanissetta

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

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