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tranfaglia-nicola-web0di Nicola Tranfaglia - 25 novembre 2011
Nessuno lo scrive apertamente sui quotidiani e sui settimanali né lo dice in televisione.
Forse neppure in maniera indiretta, perché fa troppo male.
Ma ormai è chiaro che la capitale del paese Italia (come lo chiamava negli anni settanta  uno storico italiano che insegnava a Parigi, Ruggero Romano) è diventata una delle capitali, se non la capitale, delle mafie che infestano oggi l’Italia, l’Europa e il mondo.

E’uno dei tanti frutti avvelenati che ci ha lasciato il populismo autoritario di Silvio Berlusconi ma che si collega a una lunga storia italiana, di cui è già stata narrata la storia negli ultimi anni.
E’ la lunga coabitazione che nasce, già  agli inizi dell’Ottocento, tra mafia e politica nel nostro paese e subisce, dopo la seconda guerra mondiale, un ulteriore rafforzamento grazie al peso  centrale della “guerra fredda” e degli equilibri difficili tra Oriente e Occidente per uno stato come quello italiano che è al confine tra i due schieramenti ma che aveva, nello stesso tempo, il più grande partito comunista del mondo occidentale, presente nei governi delle maggiori città e delle più ricche regioni del Nord e del Centro.
Era inevitabile, alla luce di questa storia negata ancora oggi soltanto da alcuni storici revisionisti e da pochi editorialisti
dei maggiori quotidiani italiani, che l’attenzione delle mafie sulla capitale in questi anni di populismo trionfante crescesse. Ormai, come ha scritto in un libro recente  Nando Dalla Chiesa, si è verificata una straordinaria convergenza tra i metodi mafiosi e quelli pubblici e uomini, vicini alle mafie, hanno potuto disporre a dismisura dei pubblici poteri.
In questa situazione quella che è - nello stesso tempo - la capitale politica, quella del cinema e del teatro (ma anche la sede centrale dei ministeri e delle assemblee parlamentari) ha assunto, per le tre associazioni mafiose di maggior peso -Cosa nostra siciliana, la ’ndrangheta calabrese e la camorra campana - un’importanza fondamentale dal punto di vista degli affari economici ma anche delle lotte interne tra i clan che si contendono il potere nel mondo della speciale criminalità mafiosa.  
Di qui i frequenti omicidi e rese dei conti che hanno avuto  luogo nei quartieri centrali della capitale (ma anche ad Ostia dove ieri sono stati uccisi due malavitosi legati alla banda della Magliana) e ce l’hanno ancora nella difesa di uomini politici anche screditati che continuano a stare in parlamento grazie alla difesa corporativa esercitata dalla maggioranza berlusconiana (ma praticata, purtroppo, a volte  anche dalle opposizioni di centro-sinistra), malgrado richieste di autorizzazione giudiziaria circostanziate e, a volte, molto pesanti.
Penso al caso noto dell’ex sottosegretario Cosentino del PDL che ha dovuto lasciare l’incarico per le accuse circostanziate della procura e dei giudici di Napoli ma la lentezza dei processi e l’opera indefessa di avvocati parlamentari che affiancano il PDL e il suo capo carismatico rendono difficile l’opera dei magistrati.
Un altro elemento ci fa pensare che la presenza delle associazioni mafiose sia forte e opprimente. Ed è il succedersi di episodi di sangue sui quali i mezzi di comunicazione avanzano, per quanto si può vedere, spiegazioni insufficienti o addirittura del tutto infondate.
Ed è significativo che non ci siano editori di qualche peso che commissionino libri a specialisti sull’assalto mafioso.
Il solo libro recente, uscito nelle settimane scorse su  Roma. L’impero del crimine del giornalista Yuri Salvetella  edito da Newton Compton editori, è del tutto insufficiente
a dare un quadro intelligibile dell’attacco in corso alla capitale sul piano economico e politico da parte delle principali associazioni mafiose. In prima linea, ovviamente, per ragioni intuibili, il Clan dei casalesi e la ‘ndrangheta calabrese.
Né la gestione cittadina da parte di un sindaco legato, con qualche conato periodico di autonomia alla destra populista, fa una politica in grado di difendere la capitale dall’offensiva in corso.
E, quanto a giornali e alle televisioni, non a caso si brancola nel buio da molti anni e non si avvertono segni di novità.
Che l’informazione quotidiana e periodica in Italia sia molto ammalata è un dato oggettivo che i giornalisti italiani, associati e no, dovrebbero denunciare con maggior forza e chiarezza ma gli osservatori stranieri delle principali testate, lo hanno visto con lucidità e ce lo ripetono ogni giorno e ogni settimana, augurandosi inutilmente che parlamento e governo intervengano per modificare la situazione attuale.
Chi scrive sa che non si può essere ottimisti prima di mutamenti politici e istituzionali che non avverranno prima del 2013.
Per ora, ed è la conclusione, provvisoria ma inevitabile di queste considerazioni su Roma capitale (subito dopo il decreto che il governo Monti ha varato, come era necessario fare, qualche giorno fa), dovremo continuare ad assistere al dipanarsi di questo attacco concentrico delle associazioni mafiose in una città in cui si concentrano troppi poteri mentre Berlusconi sembra ormai battuto ma i populismi di destra e di sinistra dominano ancora e l’amministrazione della giustizia non riesce da sola, per l’inefficienza complessiva dello Stato a sconfiggere mostri potenti che dominano economia e pezzi della politica.

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