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Dentro una geografia criminale che non conosce più confini

Le mafie italiane non sono più leggibili soltanto attraverso la lente del radicamento territoriale tradizionale. Quel paradigma resta essenziale, ma non è più sufficiente. Oggi il punto decisivo è un altro, la capacità di alcune organizzazioni di mantenere il controllo sociale nei territori d’origine e, insieme, di operare come soggetti economico-criminali dentro reti transnazionali che comprendono porti, broker, intermediari finanziari, società-schermo, canali logistici e fornitori di stupefacente collocati ben oltre i confini nazionali. In tale prospettiva, il narcotraffico non è un settore fra gli altri, è una delle principali matrici di accumulazione, reinvestimento e potenziamento della forza mafiosa. Occorre però evitare una rappresentazione approssimativa.

Le mafie italiane non si muovono tutte allo stesso modo nello spazio internazionale. La ’Ndrangheta si conferma, nelle ricostruzioni Europol ed Eurojust, la più strutturata nella gestione della filiera alta della cocaina, capace di presidiare segmenti cruciali tra Sud America, penisola iberica, Nord Europa e snodi italiani, con una tendenza non solo alla presenza estera ma alla vera e propria replicazione di assetti organizzativi fuori dalla Calabria. La Camorra privilegia modelli più reticolari e negoziali, fondati su brokeraggio, piattaforme logistiche e alleanze funzionali. Cosa Nostra, pur mantenendo un peso storico e una capacità relazionale rilevante, appare più spesso operare all’estero per emissari, intermediazione e riciclaggio che non tramite una colonizzazione sistematica paragonabile a quella della ’Ndrangheta. La Società foggiana, infine, si presenta come mafia autonoma e feroce, ancora fortemente ancorata al dominio territoriale e all’intimidazione, ma ormai inserita in filiere criminali che la collegano a mercati di stupefacenti, a reti albanesi e a proiezioni interregionali sempre più significative.
La differenza tra Italia ed estero, per le mafie, non è tanto nel fine quanto nel metodo. In patria, la forza mafiosa si esprime ancora attraverso assoggettamento ambientale, omertà, controllo del territorio, intimidazione diretta o indiretta. All’estero, dove quel medesimo contesto sociale non è sempre replicabile, la mafia muta pelle, si fa più imprenditoriale, più silenziosa, più finanziaria, più logistica. Ciò che perde in visibilità lo recupera in capacità di infiltrazione. È in questa trasformazione che si coglie la modernità del fenomeno: la mafia non rinuncia alla violenza, ma la usa meno quando può sostituirla con il denaro, con le relazioni, con l’opacità societaria, con il controllo delle rotte e con la disponibilità di intermediari.

Sul versante dei rapporti con i narcos, va operata una distinzione di rigore. Le fonti ufficiali più recenti indicano che i cartelli latino-americani, e in particolare i broker della cocaina andina, restano centrali nella produzione e nelle grandi forniture; tuttavia, allo stato delle evidenze pubbliche richiamate dalla DCSA, l’Italia non risulta teatro di una presenza organizzata e stabile dei cartelli sul modello di altri Paesi europei come Spagna, Belgio o Paesi Bassi. Questo significa che il rapporto tra mafie italiane e narcos si sviluppa più spesso attraverso zone di interfaccia, mediatori, piattaforme iberiche, porti del Nord Europa, reti albanesi, segmenti balcanici, basi logistiche e canali di riciclaggio. In altri termini, i narcos stanno a monte della catena; le mafie italiane, soprattutto le più sofisticate, presidiano il trasporto, la protezione, l’importazione, la redistribuzione e il reimpiego dei profitti. In questo quadro la ’Ndrangheta occupa una posizione dominante. Le operazioni internazionali degli ultimi anni, richiamate da Eurojust, DIA e DCSA, hanno documentato basi logistiche nel Nord Europa, corridoi transatlantici, utilizzo di cargo e talora di vettori aerei privati, collegamenti con il Brasile, con il Perù e con altre aree di approvvigionamento, nonché una capacità di coordinarsi con strutture albanesi e broker operanti tra Spagna, Germania e Italia. Non è improprio affermare che, sul mercato europeo della cocaina, la ’Ndrangheta abbia consolidato una centralità che la rende interlocutore privilegiato dei grandi flussi, più che semplice terminale distributivo.

La Camorra, dal canto suo, si muove con una razionalità diversa ma non meno insidiosa. Le fonti Eurojust e DCSA mostrano gruppi camorristici inseriti in traffici di cocaina e hashish tra Spagna, Italia e Germania, con una particolare attitudine a servirsi di broker residenti all’estero, di reti iberiche e di soggetti albanesi o spagnoli per alimentare i mercati campani e, in casi documentati, anche aree pugliesi. La Camorra tende meno a “occupare” e più a “connettere”: non necessariamente governa tutta la catena, ma è abilissima nel collocarsi nei punti in cui la catena produce massimo profitto con minimo rischio apparente. Quanto a Cosa Nostra, le fonti pubbliche più solide continuano a evidenziarne la capacità di instaurare relazioni commerciali nel traffico di droga e di stringere alleanze con altre mafie italiane, soprattutto quando l’operazione richiede massa critica, coperture e reimpiego. Il suo ruolo, nelle evidenze disponibili, appare oggi più marcato nei segmenti dell’intermediazione, del riciclaggio e del raccordo tra mondo criminale ed economia legale che non in una direzione esclusiva delle grandi rotte della cocaina. Non si tratta di una marginalità, ma di una metamorfosi: meno esposizione militare, più funzione di snodo, protezione e reimmissione dei capitali nel circuito lecito. Dentro questo scenario si colloca la Società foggiana, che non può più essere liquidata come fenomeno periferico o locale. Le relazioni giudiziarie più recenti continuano a descrivere il territorio foggiano come segnato dalla presenza di quattro mafie autonome, precisando che la flessione statistica dei procedimenti per associazione mafiosa non ha affatto significato rassicurante, poiché il clima di intimidazione e omertà continua a comprimere l’emersione giudiziaria del fenomeno. È un passaggio decisivo: meno iscrizioni non equivale a meno mafia; può significare, al contrario, più paura, più controllo, più silenzio.

I fatti recenti verificatisi a Foggia confermano tale lettura. Nell’ottobre 2024 le ffoo hanno dato conto ad un’operazione con 39 arresti contro il clan. Nel settembre 2025 sono stati individuati gli autori di un duplice omicidio attribuito a esponenti dinaltro clan. Nell’ottobre 2025 altro arresto di un latitante ritenuto elemento di spicco della Società foggiana. Nel gennaio 2026 ulteriori 9 arresti hanno riguardato un’indagine sul traffico di cocaina e hashish, con ricostruzione di un canale di approvvigionamento facente capo a un referente albanese operante a Foggia. Non siamo dunque di fronte a una mafia immobile, né a una criminalità confinata nel repertorio tradizionale delle estorsioni o degli atti intimidatori. Siamo di fronte a un soggetto criminale che conserva la brutalità del dominio territoriale e insieme si inserisce in circuiti di droga, protezione logistica e collegamenti extraregionali.

Ed è proprio questo il punto più allarmante. La Società foggiana, per quanto emerge dalle fonti pubbliche oggi disponibili, non appare ancora documentata come partner paritario dei grandi cartelli latino-americani nei termini in cui lo è la ’Ndrangheta. Ma ciò non la rende meno pericolosa. Al contrario, la colloca in una posizione funzionale di altissimo valore criminale, terminale territoriale di distribuzione, custode di arsenali e latitanti, gestore della paura ambientale, attore capace di saldare violenza locale e filiere esterne. Una mafia che controlla il mercato finale, i luoghi di consegna, le coperture imprenditoriali, le piazze e il silenzio sociale offre alla filiera del narcotraffico un servizio prezioso, anche senza sedere stabilmente al tavolo dei fornitori transoceanici. Questa è una inferenza prudente, ma coerente con le risultanze documentali disponibili. Le relazioni della Procura Generale aggiungono un dato ulteriore, di straordinario rilievo, la proiezione della criminalità foggiana verso il basso Molise, con riferimenti a gruppi dediti al narcotraffico, alle estorsioni, al traffico di rifiuti, al riciclaggio tramite conti correnti rumeni e a contatti corruttivi con la pubblica amministrazione. Qui si coglie la vera traiettoria evolutiva del fenomeno. La mafia foggiana, se non contrastata con strumenti adeguati, può passare da mafia di territorio a mafia di cerniera, meno folclore criminale, più impresa illecita; meno isolamento locale, più capacità di interfacciarsi con reti esterne; meno sola violenza, più contaminazione economica e amministrativa.

Il punto, allora, non è domandarsi se le mafie italiane abbiano rapporti con i narcos. La risposta, sul piano investigativo e giudiziario, è già nei fatti…quei rapporti esistono, ma secondo gradazioni, ruoli e forme differenti. La domanda corretta è un’altra, quale posto occupa ciascuna mafia italiana nella divisione internazionale del lavoro criminale? La ’Ndrangheta domina la grande importazione di cocaina; la Camorra connette mercati, broker e reti distributive; Cosa Nostra presidia relazioni, intermediazioni e riciclaggio; la Società foggiana si candida sempre più a essere struttura territoriale funzionale, feroce e affidabile per l’innesto di filiere esterne nei mercati locali e interregionali.
Per questa ragione, limitarsi all’arresto del pusher, al sequestro episodico o alla lettura municipalistica del fenomeno equivale a combattere l’ultima ruota del meccanismo. La vera indagine deve retrocedere lungo la filiera, dal dettaglio alla logistica, dalla logistica al broker, dal broker al porto, dal porto al cartello o al grossista, e da lì ai patrimoni, alle società, ai professionisti, ai flussi finanziari. Quando la mafia entra nel narcotraffico, non compra solo droga, compra relazioni, corrompe vulnerabilità, acquisisce capitale, occupa mercati, altera concorrenza, costruisce omertà. Ed è precisamente in questa saldatura tra violenza, impresa e silenzio che il fenomeno mafioso contemporaneo esprime la sua forma più evoluta e più difficile da recidere.
La mafia contemporanea non conquista più territori con il rumore delle armi, ma con il silenzio degli affari, entra nei porti con la droga, esce dalle banche con il denaro, e nel mezzo si insinua nelle istituzioni, dove il confine tra legalità e complicità diventa impercettibile.”
 
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