L’artista Andrei Molodkin presenta “FIRE” a Todi: un atto d’accusa contro il genocidio
“La strage degli innocenti” ritorna, ma questa volta non è confinata nella storia dell’arte: accade ora, sotto i nostri occhi, e prende forma nel progetto "FIRE" di Andrei Molodkin, inaugurato sabato scorso a Todi presso la Galleria Giampaolo Abbondio.
Al centro della mostra l’artista ha realizzato "Massacre of the Innocents", un’opera che rielabora il dipinto Barocco "La strage degli innocenti" di Guido Reni del 1611. Nel dipinto custodito alla Pinacoteca Nazionale di Bologna la tragedia biblica si inscriveva in una dimensione simbolica e religiosa. Molodkin, invece, ha deciso di riportarla al presente, senza filtri, trasformandola in un atto d’accusa contro il genocidio in corso a Gaza, contro la pulizia etnica e la violenza sistematica che continua a colpire gli innocenti.
https://www.antimafiaduemila.com/home/opinioni/234-attualita/108648-massacre-of-the-innocents-gaza-e-il-ritorno-della-strage-degli-innocenti.html#sigProIddf2d3dff07
Non si tratta di una semplice reinterpretazione: è uno statement. Una dichiarazione ad perpetuam rei memoriam, incisa nella carta, attraverso un gesto ossessivo e reiterato. Il tratto della penna Bic – apparentemente povero, quotidiano – diventa qui strumento politico. È una scelta che affonda nelle origini stesse della pratica artistica di Molodkin. E in particolare nel suo passato di militare nell’Unione Sovietica, quando ai soldati venivano consegnati pochi oggetti essenziali: un pacchetto di sigarette e una penna per scrivere lettere. In quella condizione elementare nasce il segno, e da lì si sviluppa una grammatica visiva che oggi si fa linguaggio di denuncia. 
In "Massacre of the Innocents" il blu della biro non è mai neutro: è il mezzo con cui Molodkin smaschera il potere, in un gioco visivo di chiaro-scuro. L’opera oltrepassa i confini della cornice. Passando per le varie sale l’artista mostra la composizione stratificata dell’opera e anche i volti e le storie dei protagonisti della stessa. Avvicinandosi così a un’inchiesta. Andrei non si limita a evocare la violenza, a darle forma: la nomina, la espone, le da un volto.
Anzi, più volti. Nomi, cognomi, storie delle vittime e dei carnefici emergono in una composizione che costringe lo spettatore a confrontarsi con una realtà che i social network hanno progressivamente normalizzato. Soldati israeliani accusati di crimini indicibili appaiono non più come figure astratte, ma come soggetti riconoscibili, inseriti in un sistema in cui la violenza non è solo esercitata, ma anche esibita sui social.
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Se Hannah Arendt parlava di “banalità del male” per descrivere la normalizzazione della violenza nei sistemi totalitari, Molodkin mostra chiaramente che oggi quella soglia è stata superata. Non si tratta più di banalizzazione, ma di esposizione e spettacolarizzazione del male, di una sua integrazione nel flusso quotidiano delle immagini. Una pornografia della violenza in cui le vittime innocenti vengono deumanizzate e rese meri numeri.
In linea con il pensiero di Theodor Adorno - menzionato nella presentazione dalla curatrice della mostra Giusy Caroppo - per cui l’arte è autenticamente politica proprio quando rifiuta la propaganda, "Massacre of the Innocents" non offre soluzioni né consolazioni. Espone, insiste. Non chiede di essere compresa, ma di essere attraversata: stazione dopo stazione, foglio dopo foglio, tratto dopo tratto.
E proprio in questa insistenza, in questa densità visiva e concettuale, risiede la sua forza. Andrei Molodkin ha dato vita a un dispositivo di memoria, a un archivio. Anzi, a una fotografia che assomiglia a un identikit del male, del genocidio: un’immagine che si oppone alla rimozione, alla distrazione, all’assuefazione.
Un’opera che, come quella di Guido Reni, per i prossimi quattrocento anni – almeno – non potrà essere guardata senza conseguenze.
Info sulla mostra: artribune.com
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