Sa parlare agli studenti, Antonio Mazzeo. Non solo perché è un insegnante di educazione fisica in una scuola media di Messina. Lo sa fare, perché, prima di ogni altra cosa, ha ben chiara la rilevanza del pubblico di studenti che, al Liceo Cottini di Torino, lo ha accolto giovedì 5 marzo, alcuni in un’aula magna affollata e, altri, collegati da remoto, ragazzi dalla prima alla quinta dell’istituto. Invitato dal gruppo “Articolo 11” – emanazione del collegio docenti del liceo, volto, come ribadisce il nome, a proporre iniziative in difesa della pace e in contrasto con il crescente processo di militarizzazione delle scuole – Mazzeo ha parlato, prima di tutto e soprattutto, con quei giovani a cui l’attuale situazione globale strappa certezze e ingenera inquietudini, tensioni, un profondo senso di precarietà.
Antonio Mazzeo è una figura nota del panorama antimilitarista, pacifista nazionale, uomo impegnato sui temi della pace, dell’ambiente, dei diritti umani, della lotta alla criminalità mafiosa; collabora con “il manifesto” e altre testate giornalistiche - tra le quali “Il Fatto Quotidiano” -, è tra i promotori dell’“Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università”. Nel 2020 è stato premiato con la “Colomba d’oro per la Pace” dall’Archivio Disarmo e, quest’anno, ha ricevuto il “Premio Siciliani Giovani” in memoria di Pippo Fava per il suo coraggio, il suo attivismo, che lo ha visto, tra l’altro, impegnato nella missione umanitaria della nave Handala, parte della Freedom Flotilla Coalition, partita la scorsa estate da Gallipoli e, in seguito, intercettata dall’esercito israeliano in acque internazionali. Tra le sue pubblicazioni più recenti, coerenti con il discorso affrontato al Cottini, si può citare “La scuola va alla guerra. Inchiesta sulla militarizzazione dell’istruzione in Italia” (Manifesto Libri Editore 2024).
Si diceva dei giovani, delle loro attuali incertezze e inquietudini. Da qui parte l’ospite del Cottini – accompagnato durante il dibattito dal docente di filosofia del liceo, Antonio Scalia – dal diritto alla speranza che il panorama internazionale sembra voler strappare ai più giovani, a chi, a quell’età, deve costruire un’idea di futuro, immaginare dove e come crescere. Speranze incrinate o messe a rischio dal timore di un terzo conflitto mondiale, di una guerra globale che potrebbe investire anche l’Italia, sede di basi Nato, da una crescente narrazione a favore della guerra come scenario fatale. A fronte di questa narrazione, osserva nel corso del suo intervento Mazzeo, la scuola ha esattamente il compito di raccogliere il senso di impotenza dei giovani e di ribaltare il racconto di un ineluttabile convergere verso la catastrofe mondiale. E la scuola può farlo, a detta di Mazzeo, può e deve farlo, anche perché l’Unesco – agenzia delle Nazioni unite – ha assunto quale principio fondante dell’educazione la pace, la salvaguardia del patrimonio culturale, la ricusazione della guerra e dei crimini a essa correlati.
In che modo la scuola può muoversi in questa direzione? Rispondendo con una contronarrazione, opponendo alla volontà dei “signori della guerra” – i Putin, i Nethanyahu, i Trump – la memoria storica del Novecento, quella delle giovani generazioni che si sono opposte al nazi-fascismo, in Italia, con la Resistenza o, negli Usa, con i corpi dei giovani che contestavano la guerra in Vietnam, o i bombardamenti in Cambogia o nel Laos, o, ancora, con la messa in discussione dei modelli autoritari: «la storia del XX secolo è la storia di una trasformazione progressiva, in cui giovani sono stati l’elemento centrale». Risvegliare la memoria, dunque, e contrastare, da un lato, la disarticolazione dell’idea dell’attivismo e dei movimenti di massa, recuperando il senso del collettivo, e, dall’altro, il processo di militarizzazione della scuola stessa, oltre che della società nel suo complesso.
Quanto al vocabolario della guerra, allo scenario bellico come atto fatale e ineluttabile, i cui germi sono, da tempo ormai, inoculati tra i banchi di scuola, Mazzeo precisa che si tratta di un processo attraverso il quale le forze armate le aziende dell’industria bellica entrano nel mondo dell’istruzione per fare propaganda e orientamento. Un fenomeno che, tra l’altro, si estende fino alle scuole primarie e, addirittura, dell’infanzia, con casi di bambini di tre anni portati nei poligoni militari e fatti salire sui carri armati. «Come fa un bambino di tre anni a capire che sta utilizzando un sistema che, in questo momento, sta uccidendo delle persone? Pensa che sia un gioco, ma questa è una politica che viene attuata».
I militari nelle scuole devono educare alla normalità delle forze armate, costruire il senso del dovere verso la difesa del cosiddetto “Sistema Italia”, ma, mentre formalmente il richiamo è a valori ancora ottocenteschi come la patria, nella sostanza si tratta di andare incontro alla difesa degli interessi economici di gruppi bancari, industriali, finanziari. Una propaganda, precisa ancora l’ospite del Cottini, che tenta di far interiorizzare la precarietà della vita e del corpo, tanto da rendere accettabile l’idea di perdere, qualcosa o tutto, per quei lontani, ipocriti valori: «se non è sicuro nulla, posso anche rimetterci un braccio per la patria, posso anche rimetterci un occhio, posso anche rimetterci la vita, per la patria».
Quanto ai corpi, Mazzeo ci porta nel cuore della guerra russo-ucraina. Certo, è una guerra altamente tecnologica – droni, intelligenza artificiale, sistemi automatici –, ma è ancora una guerra di corpi, come il primo conflitto mondiale, di corpi martoriati, uccisi o resi per sempre invalidi: un milione di giovani vittime, morte o mutilate, e un altro milione di ucraini giovani scappati all’estero o nascosti per sfuggire alla carneficina: «una catastrofe nel cuore dell’Europa».
Militarizzare la conoscenza serve, inoltre, a rispondere a una necessità sociale. Scomparso lo Stato sociale, che forniva diritti in cambio del servizio di leva obbligatorio come risarcimento del diritto stesso, il mondo neoliberista ha smantellato la coscrizione obbligatoria e azzerato il piano dei diritti. Oggi, però, è necessario recuperare corpi e carne da cannone, senza, però, offrire più il piano dei diritti sociali, civili, economici. Dunque, diventa necessario partire dai luoghi della conoscenza per distribuire, appunto, quel senso di precarietà della vita, del futuro, che dovrebbe rendere accettabile l’idea di spendersi per la patria. Peraltro, osserva Mazzeo, ciò potrebbe trovare un certo terreno di coltura in quel Mezzogiorno d’Italia in cui le realtà occupazionali sono pari a zero.
Il servizio di leva è un tema italiano, conferma il relatore, rispondendo alla domanda di un discente. Lo è nella misura in cui, da un lato, si stanno censendo, in vario modo, tutti i diciassettenni, e, dall’altro, si stanno discutendo alcune proposte di legge, tra le quali la sospensione della sospensione della coscrizione obbligatoria – mai abrogata in Italia – o l’aumento ingente del numero di soldati professionisti e volontari oppure, infine, aumentare il numero di riservisti, per avere una quota di militari che non perdano l’allenamento alla guerra.
È a questo processo che le scuole devono opporsi, “contronarrando”, promuovendo mozioni, nei vari organi collegiali, contro attività che prevedano la partecipazione dei discenti a incontri con l’ambiente militare, mantenendo alta la consapevolezza degli studenti. In tal senso, occorre, innanzitutto, smascherare la realtà della guerra, informando correttamente gli studenti delle ambiguità e delle complessità del mondo contemporaneo. Ad esempio, spiegando che le vittime civili non sono effetti collaterali di un conflitto, ma obiettivi intenzionali della guerra moderna, come dimostra il caso delle 180 giovani iraniane uccise nelle prime fasi dell’attacco congiunto israeliano e statunitense allo Stato sciita. Non è stato un caso, è un obiettivo “educativo”, che mette in ginocchio il governo, incapace di difendere i propri cittadini più giovani, che lancia un avvertimento: lo abbiamo fatto una volta, possiamo rifarlo ancora. Peraltro, relativamente a questa vicenda, Mazzeo si sofferma anche sul doppiopesismo dei nostri media: se fosse accaduto in Francia, in Germania o in Israele, cosa sarebbe accaduto, quale sarebbe stato l’effetto emotivo collettivo, come sarebbero state raccontate quelle giovani vite spezzate con violenza? In Iran ciò è avvenuto, ricorda non senza amara ironia Mazzeo, in nome della difesa delle donne iraniane da un regime criminale.
I temi evocati da Mazzeo si incrociano con le domande degli studenti o dei colleghi. Rispondendo al problema di come fornire informazioni utili ai discenti, per evitare, appunto, il mainstream, l’ospite del Cottini risponde che, a volte, sono le fonti ufficiali a offrire informazioni chiare e trasparenti: se l’attacco all’Iran era stato, in fondo, anticipato dal sito del comando delle forze armate statunitensi che parlava di ingenti risorse umane, belliche e strategiche spostate dall’Europa o dagli Usa verso il Medio Oriente, l’attacco russo all’Ucraina era stato monitorato sin dall’estate precedente al febbraio 2022 dal Pentagono, che rilevava le truppe di Putin schierate al confine. Le informazioni ci sono, afferma Mazzeo, bisogna solo capire perché «la stampa italiana non guarda a queste fonti ufficiali di informazione»? Anche perché, poi, se non intervieni subito, è difficile fermare il processo in atto. Ed è la guerra.
Smascherare la realtà della guerra, magari analizzando criticamente il coinvolgimento dell’Italia nei conflitti. A partire dall’ultimo, che, di fatto, ci vede coinvolti, per quanto all’italiana – ironizza Mazzeo –, ossia attraverso l’escamotage terminologico di una partecipazione meramente logistica, al fine di aggirare i vincoli costituzionali. Per quanto non direttamente coinvolta nella guerra contro l’Iran, l’Italia è operativa, asserisce Mazzeo: aerei da pattugliamento e droni sono partiti e partono dalla base di Sigonella, dotati di sofisticate apparecchiature elettronico per mappare obiettivi terresti. Non è un’operazione di intelligence neutra, per quanto il governo si ostini a dichiararla tale, ma parte integrante della guerra moderna, poiché fornisce le informazioni necessarie per scegliere e colpire i bersagli.
Ma non c’è solo questo. Il nostro Paese ospita il Muos – a Niscemi, la cittadina franata di recente –, uno dei quattro terminali terresti al mondo di un sistema satellitare attraverso il quale transitano ordini e comandi per le operazioni di guerra in corso; non uno strumento Nato, ma di esclusiva pertinenza statunitense. E così altre basi, come Aviano, da cui giorni fa alcuni cacciabombardieri sono stati trasferiti in Germani e da dove sono partiti per partecipare alle operazioni militari, e Napoli Capodichino, sede del comando delle operazioni navali della Marina militare statunitense per il Mediterraneo e il Medio Oriente. Senza contare che, dopo gli Stati Uniti, l’Italia è il secondo Paese al mondo per numero di militari schierati nell’area mediorientale e nel Corno d’Africa.
Mazzeo rinvigorisce la memoria dei presenti non solo facendo riaffiorare il peso delle giovani generazioni nella storia del Novecento, ma anche ribadendo il ruolo italiano nelle guerre che hanno preceduto la recente, e tutt’altro che conclusa, vicenda iraniana. Lo fa, tra le altre cose, rispondendo a uno studente che gli domandava come mai la sinistra fosse schierata a favore della pace, a differenza della destra. Lo fa problematizzando la questione, precisando a quel giovane uomo che il nostro Paese, negli anni Novanta del secolo scorso, partecipò direttamente al bombardamento della ex Jugoslavia – definendolo un atto di polizia internazionale – mentre era guidata da un governo di centro-sinistra, con a capo Massimo D’Alema. Ma l’Italia, aggiunge Mazzeo, fu coinvolta anche nella vicenda libica del 2011 e, più di recente, nel sostegno fornito alle «politiche genocide di Israele contro il popolo palestinese».
Quanto al tema destra-sinistra, l’ospite del Cottini confessa che il termine sinistra «mi inquieta tanto» e non solo per la questione libica o slava: perché quando si vota in Commissione difesa in Parlamento per progetti militari – «ogni giorno va in discussione un progetto da un miliardo, un miliardo e mezzo, due miliardi» –, tali progetti vengono approvati quasi all’unanimità; «per cui, ecco, destra, sinistra…». E, ancora, il Muos è stato deciso dai governi di centro-sinistra, in Italia, poi, semmai, il centro-destra «ci mette il carico d’assi, per via della sua ideologia suprematista, razzista […]. Ma dobbiamo avere consapevolezza che, purtroppo, c’è stata una continuità che noi paghiamo cara».
Una ricetta impegnativa, ma non impossibile, quella che Mazzeo presenta ai discenti e agli insegnanti del Cottini. Decostruire narrazioni, riportare i più giovani davanti alla realtà, non semplificandola, ma arricchendola delle sue ambiguità, restituire alla scuola il compito di avviare questa decostruzione e problematizzazione, governare le incertezze dei più giovani, proprio partendo dalla memoria del passato, dallo smascheramento del presente, al fine di restituire alle nuove generazioni il compito proprio di ogni classe d’età in crescita, quello cioè di farsi forza motrice del cambiamento, resistendo, partecipando attivamente, in qualsiasi modo. Il corteo, lo sciopero, il boicottaggio economico, l’incrociare le braccia dei portuali di Genova o di Livorno o di Ravenna.
Ci sono tanti modi per dire no alla guerra, quel fenomeno ineluttabile e fatale al quale dovremmo avviarci, perché non c’è alternativa e in nome di interessi che non ci appartengono. Riscoprendo il valore di una pace che non è un’opzione marginale per un popolo come quello italiano che mostra ancora «una repulsione reale verso la violenza, verso la guerra».
Una nota di colore. Mentre Mazzeo e qualche docente conversavano davanti a scuola, una pattuglia della polizia si è avvicinata. Gli agenti hanno guardato nella nostra direzione, senza dire nulla. Hanno comunicato qualcosa a qualcuno e, poi, si sono allontanati. Chissà perché erano là?
Foto © Paolo Bassani
Guerra e pace: Antonio Mazzeo al Liceo Cottini di Torino
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- Franco Plataroti
