L’intervista del sostituto procuratore nazionale antimafia al Fatto Quotidiano
“Va ricordato anche che in tutti i Paesi europei in cui vige la separazione delle carriere si è poi arrivato a una forma di controllo dell’attività del pm da parte del ministro della giustizia. Questa riforma costituzionale non deve essere valutata come elemento a sé stante, ma si inserisce in un quadro di riforme che negli ultimi anni stanno portando sempre più a una sorta di scudo di protezione per i potenti”.
Lo ha detto il sostituto procuratore nazionale antimafia Antonino Di Matteo, ex consigliere togato del Csm in un’intervista a Giuseppe Pipitone esprimendo forti timori riguardo al decreto Sicurezza e alle riforme in discussione, denunciando un progressivo spostamento di equilibri istituzionali a favore dell’esecutivo. Commentando le posizioni del ministro Tajani sulla separazione della polizia giudiziaria dalla magistratura, Di Matteo ha dichiarato: “Faccio il magistrato da 35 anni e ho sempre apprezzato la professionalità delle nostre forze di polizia. Per la polizia giudiziaria la migliore garanzia per condurre le inchieste senza sentire il peso della dipendenza gerarchica dall’esecutivo è proprio la dipendenza funzionale dal pm”. Ha quindi concluso: “Le parole del ministro degli Esteri, dunque, dipingono il contesto migliore per dare al governo il controllo delle indagini, dopo l’eventuale vittoria al referendum”.
Sul decreto sicurezza
Il magistrato ha messo in guardia sul pericolo di derive autoritarie: “Dal mio punto di vista, il provvedimento rischia di violare alcuni principi costituzionali, conducendo a una svolta autoritaria con la criminalizzazione del dissenso” ha detto definendo il decreto sicurezza “l’ennesima tappa di un percorso che tende ad alterare il normale equilibrio della separazione dei poteri, per concentrarli nelle mani dell’esecutivo”.
Particolarmente critica è la sua analisi della norma che disciplina il fermo di polizia: "La norma prevede che sia possibile fermare un cittadino ritenendolo un pericolo solo sulla base di alcuni 'elementi di fatto'''; ha poi aggiunto che tale criterio “si presta ad abusi perché è interpretabile in maniera diversa” e ha proseguito sottolineando: “Si citano alcuni casi, ma non in modo tassativo. La legge lascia spazio ad altri generici motivi. Questa parte è talmente vaga da risultare interpretabile in modo arbitrario”.
Il magistrato ha evidenziato il punto debole della disposizione: “non si prevede un concreto controllo del pm sull’esistenza di questi fantomatici motivi di sospetto. Visto il poco tempo a disposizione, gli elementi sono difficilmente verificabili. In questo modo la norma può integrare casi di vera e propria criminalizzazione del dissenso. Quindi c’è il rischio che il cittadino venga privato della sua libertà senza un provvedimento motivato dell’autorità giudiziaria”.
Altro aspetto contestato è il trattamento riservato alle forze dell’ordine nelle indagini che li riguardano. Il pm ha definito questo meccanismo “un meccanismo di disparità di trattamento che mette a serio rischio il principio costituzionale dell’eguaglianza dei cittadini innanzi alla legge”. Ha precisato: “Per chi viene inserito in questo “separato modello”, si prevede di chiudere le indagini entro 30 giorni o 120 in caso di incidente probatorio: un limite molto esiguo. Questo può aprire la strada in futuro a un trattamento di favore nei confronti di determinate categorie”. Ha poi aggiunto: “E temo possa essere avvertito come privilegio ingiustificato per le forze dell’ordine. In questo senso penso sia grave e odioso il tentativo politico e mediatico di creare strumentali contrapposizioni tra magistratura e forze di polizia”.
Infine, tornando alle sue esperienze al Csm, Di Matteo ha replicato alle dichiarazioni del ministro Nordio sui magistrati che manifestano: “non capisco come mai il ministro parli di giustizia domestica per i magistrati e non abbia – se non in pochissime occasioni – impugnato le sentenze della sezione giurisdizionale del Csm che ritiene troppo morbide, come la legge gli consente di fare. Questo è un dato di fatto”.
Fonte: il Fatto Quotidiano
Foto © Paolo Bassani
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