Sembra che la Mano che ha plasmato i cieli abbia distolto lo sguardo da questa terra, lasciando che la sua gente respiri dolore come gli esuli respirano il freddo dell'oscurità esterna. Gaza non è più una città; è un luogo escluso dalla creazione, un lembo dimenticato del mondo, una valle dove persino gli angeli caduti tremerebbero al solo pensiero di scendere.
Oggi avrebbe dovuto essere il mio unico giorno di riposo, l'unica ora della settimana in cui il mio spirito avrebbe potuto allentare le sue catene e scivolare nel silenzio. Ma Gaza non concede riposo a nessuna anima. Gaza è il luogo dove il riposo va a morire. Gaza non dà nulla; Gaza riceve solo il peso della sofferenza umana.
Mi sono svegliato presto, non di mia volontà, ma al suono di un tuono che squarciava il cielo come se i cieli stessi fossero in lutto. Per un istante, ho maledetto quel suono, e poi il ricordo mi ha colpito: più del settanta percento della popolazione di Gaza ora vive sotto teli invece che sotto soffitti.
E a dire il vero, chiamarle "tende" è già una pietà. Queste non sono abitazioni; Sono brandelli di tessuto distrutto che tremano al vento, veli pensati più per nascondere l'umiliazione umana che per proteggere dalla pioggia. Si ergono come fragili testimonianze di coloro che sono costretti a dormire al loro interno, come se fossero stati cuciti da angeli che avevano perso le ali.
Guardai fuori dalla finestra. Bambini correvano a piedi nudi nella tempesta, indossando leggeri abiti estivi sotto la pioggia invernale, non con la bellezza selvaggia che i poeti immaginano, ma con la silenziosa tragedia di un popolo intrappolato nella sua quarta stagione di esilio. Le loro tende cedevano sotto l'acquazzone, la terra sotto di loro si dissolveva in fango, e poiché le case che un tempo le ospitavano ora sono polvere, il cielo stesso è diventato il loro unico tetto. Un tetto che sanguina freddo, punisce le ossa e non risparmia alcun cuore sotto di sé.
Questa città è diventata il trono del dolore eterno. Qui, Dio sembra radunare coloro che ha segnato con il dolore sulla fronte. Questa non è una città. È un mausoleo della memoria, una maledizione scolpita nella terra, una ferita così profonda che richiede una nuova parola nel linguaggio dei cieli.
Un giorno, forse, gli scribi di qualche futura Scrittura scriveranno: Gaza, la terra dove camminavano gli abbandonati, dove gli angeli piangevano e dove persino le tempeste si ricordavano di piangere.
Gaza è diventata il trono del dolore eterno.
Tratto da: x.com/ezzingaza
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