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Ci stupiamo ancora di un sistema che, dai tempi di Tangentopoli, non solo non è stato riformato, ma è persino peggiorato? Dove eravamo mentre in Sicilia, una figura come un ex governatore regionale condannato in via definitiva a sette anni per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra e violazione del segreto istruttorio nel processo "Talpe alla DDA", con interdizione perpetua dai pubblici uffici poi annullata grazie alla riabilitazione, decideva le sorti di tutti i siciliani? Favorire Cosa Nostra ha significato trasformare il potere pubblico in uno strumento al servizio della mafia. La Regione distribuiva concessioni, favori e protezioni — posti di lavoro, assistenza sanitaria, appalti, licenze — esclusivamente a chi era parte integrante di quel sistema, costruendo una rete capillare di clientele da cui, inevitabilmente, traevano beneficio anche le organizzazioni mafiose. È lo stesso male denunciato per anni da figure come Pippo Fava a Catania, don Pino Puglisi a Palermo, Rosario Livatino ad Agrigento, Peppino Impastato a Cinisi e tanti altri, che hanno sacrificato la propria vita per opporsi a un meccanismo di corruzione e collusione mafiosa. 

Persone che hanno scelto di affrontare un sistema che continua a prevalere nelle istituzioni, calpestando il bene comune. I tanti rappresentanti similari a "Cuffaro", disseminati in tutto il Paese, perpetuano un potere che indirizza le decisioni pubbliche al fine di trasformare l’amministrazione dei beni comuni in un mezzo per i propri interessi privati, annientando il merito e l’onestà. La fusione tra mafiosità e corruzione non è più un episodio straordinario che attira l'attenzione dei media: si è ormai trasformata in una prassi radicata che regola la gestione della cosa pubblica. Il vero peccato originale non ricade solamente sui tanti "Cuffaro" che popolano il sistema, ma su di noi cittadini. Con i nostri voti o con la nostra indifferenza nell'astenerci, continuiamo a restituire loro il potere e perfino a legittimarli. Non dovremmo quindi sorprenderci se i nostri figli sono costretti a cercare altrove il loro futuro: siamo noi stessi a condannarli con le nostre scelte o la nostra inerzia. Questo sistema corrotto affonda oggi le sue radici nella gestione incontrastata di settori nevralgici della cosa pubblica: direzioni generali, uffici appalti, servizi economico-finanziari, sanità, uffici tecnici sono diventati ingranaggi essenziali di una macchina che o sostieni o ti schiaccia.

Nessuno può considerarsi estraneo o completamente innocente. Per estirpare questo marciume non saranno sufficienti pochi anni: serviranno decenni. Non si tratta più di combattere infiltrazioni isolate giacché parliamo ormai di un radicamento completo e di una connivenza diffusa che coinvolge più livelli. Il cambiamento non può più essere affidato alla politica tradizionale o a rivoluzioni violente che in passato hanno fallito. Deve nascere da una profonda rivoluzione morale e culturale, e partire soprattutto dai giovani. Solo loro possono contrastare questa cancrena che continua a compromettere il futuro del nostro Paese.  

Foto © Imagoeconomica 

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