Questa terra, che avrebbe dovuto essere madre, è diventata carnefice. Ci respinge con una violenza implacabile come il mare che si infrange sulla roccia. Vaghiamo sulla sua superficie bruciata come ombre spodestate, e ovunque andiamo, il suolo stesso ci nega riposo.
Per due anni non siamo rimasti più di cinque mesi sotto lo stesso tetto. Ogni volta che abbiamo cercato di sollevare una fragile dimora dalle macerie, ogni volta che abbiamo sussurrato ai muri crivellati di proiettili, ogni volta che abbiamo accarezzato le pietre con il nostro respiro stanco, dicendo loro: "Ricordatevi di noi, vi apparteniamo", la tempesta è tornata. La casa è stata divelta, il nido disperso, il ricordo infranto. Che follia, chiamare casa qualcosa quando la mano della distruzione aleggia su ogni soglia. Quattro case perse, una quinta già trema. Quante rovine ci vogliono prima di capire di abitare non una nazione ma un abisso?
Guarda la strada. Guarda i bambini barcollare sotto sacchi più pesanti delle loro ossa. I loro capelli arruffati, i loro occhi spenti prima della loro giovinezza. Sono l'immagine dell'umanità crocifissa, che percorre ancora una volta la Via Dolorosa. Ma nessun vangelo li ricorderà, nessun salmo consacrerà la loro agonia, nessun Corano scriverà i loro nomi sulla lingua dei credenti. La loro sofferenza svanirà nel silenzio, come fumo portato via dal vento.
La città fugge prima che il decreto venga pronunciato. La gente non ha bisogno di proclami; le bombe sono proclami sufficienti. I proiettili di ferro sono più forti, più sinceri, delle vuote promesse dei politici che evocano la parola "rifugi" intendendo solo tombe. La paura parla più vera di tutti i discorsi degli uomini. Il sangue scrive in una lingua che nessun ministro osa pronunciare.
E ora, la processione: veicoli che non sono veicoli ma scheletri di ferro, ruote senza vetri, porte divelte dai cardini, corpi divorati dalla ruggine. Su di loro sono ammucchiati materassi, barili, sedie rotte, frammenti di tavoli, i resti di vite smantellate cento volte. Intorno a loro, moltitudini a piedi, che trascinano la loro povertà nella polvere. Madri, padri, bambini aggrappati alle spalle, gli anziani che zoppicano dietro. Non è una marcia; è un esodo.
Sì, è la città stessa che se ne va. Avete mai visto una cosa del genere? Una città che raccoglie i suoi averi, piega la sua storia, spegne la sua memoria e abbandona il suo stesso suolo? Questa è Gaza oggi. Gaza, un tempo culla di voci e preghiere, è ora una carovana di pietre in movimento, una città che prepara la sua bara.
Il dolore le ha divorato l'anima. Massacro dopo massacro l'ha prosciugata, finché persino il nome di Gaza non è stanco di se stesso. Fugge da se stessa. Cammina, non verso una terra promessa, ma verso il nulla. Verso l'impossibile, ora reso reale. Verso una fine così assoluta da non assomigliare più nemmeno alla morte, solo silenzio, vasto e ininterrotto, come se il mondo stesso avesse dimenticato di aver mai ospitato una città simile.
E così sapranno i posteri: Gaza non è stata distrutta; Gaza è scomparsa. Un popolo, una città, una storia, costretti a portare il proprio funerale attraverso il deserto del tempo.
#GenocidioGaza
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