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Qualcuno lamenta che di fronte al fenomeno della presenza criminale nelle cave di porfido del Trentino, la reazione di alcuni settori sociali abbia condizionato fin qui le vicende processuali.

Come dire che le condanne fin qui emesse dal Tribunale di Trento sono dovute non alle prove raccolte ed esibite dalla Procura della Repubblica, bensì alla “gogna mediatica”.

Parafrasando don Lorenzo Milani, noi pensiamo che le iniziative stimolate dal CLP e da QT, raccolte da varie associazioni e, soprattutto, da numerose scuole trentine sono state un segnale importante di rottura di quella indifferenza il cui dilagare, oggi, permette a pochi danarosi e arroganti di devastare il mondo e la società in cui viviamo.

Il percorso di conoscenza dei fenomeni criminali avviato presso il Liceo “L. da Vinci” di Trento dal titolo “Mafia, ma davvero?”, così come lo spettacolo nato in una classe dell’Istituto “Martino Martini” di Mezzolombardo “Perfido: per sconfiggerli dobbiamo impegnarci!”, hanno rappresentato segnali di alto valore civile nel solco dei principi sanciti dalla Costituzione repubblicana, democratica e antifascista.

Elemento importante e tratto unificante di queste iniziative è l’attenzione posta agli effetti della presenza criminale sulle condizioni di lavoro, o meglio sarebbe sulle condizioni di sfruttamento dei lavoratori, sempre più spesso imposte da imprese disposte ad instaurare patti e cointeressenza con organizzazioni criminali.

Se la Repubblica è “fondata sul lavoro” è oggi indispensabile che i lavoratori, siano italiani o immigrati, riconquistino il centro della scena e non siano ridotti a merce e magari di poco valore.

Nel processo d’Appello in corso a Trento, relativo all’indagine “Perfido”, le OO.SS. di categoria si sono costituite parte civile dopo aver avvallato per anni, con la loro subalternità al volere della lobby del porfido, il progressivo degrado delle condizioni di lavoro nel settore del porfido. Sindacati che in varie aziende, forse in virtù di condizionamenti o calcoli opportunistici, non hanno esitato a sottoscrivere accordi di conciliazione senza garanzie per i lavoratori, senza le dovute verifiche in merito ai motivi addotti dalle aziende a giustificazione della mancata corresponsione di salari e versamento di contributi assicurativi e senza specificare né le somme dovute né gli eventuali tempi di rateizzazione. Accordi di dubbia legittimità esibiti però dalle difese degli imputati per dimostrare che i lavoratori erano assistiti dal sindacato e quindi non oggetto di sfruttamento, nonostante risulti evidente dalle indagini dei CC del ROS che l’intervento sindacale era stato sollecitato dagli stessi titolari delle ditte al fine di mettersi al riparo da eventuali provvedimenti per inadempienza da parte del Comune.

Sindacati che fin qui, dopo due anni di processi, nulla hanno fatto per informare i lavoratori e promuovere la coscienza civile e democratica, per mettere al centro della riflessione le condizioni di lavoro. Nulla hanno fatto fuori dall’aula del Tribunale e ben poco anche al suo interno, dove hanno dimostrato una profonda atrofia della memoria. Sarebbe bastato rileggere quanto scritto nelle motivazioni di una sentenza di condanna, per estorsione ai danni dei lavoratori, nei confronti della Anesi Srl e del suo amministratore, passata in giudicato nel 2024, per smentire autorevolmente chi sostiene che lo sfruttamento sia un’invenzione. Una sentenza, è bene ricordarlo, scaturita da un processo originato non dalle denunce delle OO.SS. bensì dall’attività del Coordinamento Lavoro Porfido e dal coraggioso impegno di Umberto Oberosler, Ispettore del Servizio Minerario che non si è trincerato dietro le proprie competenze per non vedere la sofferenza dei lavoratori ma, andando oltre i suoi compiti formali, ha segnalato l’irregolarità relativa alla mancata corresponsione dei salari che si protraeva da tempo in alcune ditte.

Nelle motivazioni della sentenza emessa dal Tribunale di Trento il 3 aprile 2019 e passata in giudicato nel 2024, l’amministratore della ditta veniva ritenuto colpevole del reato relativo alla violazione dell’art. 81 cpv, 629 e 56, 629 cp., “perché in qualità di legale rappresentante della società Anesi Srl (…) con minaccia consistita nel prospettare il licenziamento dei dipendenti, costringeva Khayal Mohamed, Hu Zuozhu, Mislimi Idris, Zhou Guanxiao e Wu Guanxu a firmare una dichiarazione con la quale attestavano sotto la loro responsabilità di avere ricevuto tutti gli stipendi loro dovuti sino al mese di Giugno 2014 e compiuto atti idonei e diretti in modo non equivoco a far firmare la stessa dichiarazione a Feska Fatmir, dopo avergli consegnato la lettera di licenziamento con preavviso di due mesi, sottoponendolo ad indebita pressione psicologica, non riuscendo in questo caso nell’intento e rendendo operativo il licenziamento, ottenendo con tale condotta, che alla diffida già intimata dal Comune di Lona-Lases n. 4392 del 12.08.2014 alla società Anesi Srl di provvedere (…) al pagamento degli stipendi per gli anni 2013 e 2014, non seguisse la sospensione e/o la revoca della concessione per inadempimento delle condizioni del disciplinare di cava (…)” (da motivazioni depositate il 9 luglio 2019).

Dal contenuto delle dichiarazioni dei lavoratori che erano a credito, emergeva che gli stessi, erano stati costretti a firmare dei fogli con cui si dichiaravano soddisfatti dalla società sotto la minaccia di perdere il lavoro”. Nella sentenza si menzionano le richieste che nei mesi precedenti il C.L.P. aveva inviato denunce ai Sindaci dei Comuni interessati chiedendo delle verifiche in merito alle segnalazioni da parte dei lavoratori occupati alla cernita di mancata corresponsione dei salari e versamento dei contributi. Successivamente anche il Servizio Minerario della PAT (Ispettore U. Oberosler) aveva accertato che alcuni dipendenti del settore porfido “avevano crediti molto consistenti, nei confronti dei concessionari”; per quanto riguardava la Anesi Srl avevano rilasciato dichiarazioni in tal senso: Khayal, Feska, Mislimi e Hu Zouzhu. Vennero accertati crediti pari a 50.000,00 euro nei confronti di Khayal e 38.000,00 euro nei confronti di Feska, che il Nania giustificava con “l’assenza di liquidità”. Senonché, dagli accertamenti della P.G. su un arco temporale di 10 anni risultavano entrate annue pari a 600.000,00 euro, tali anche per gli anni 2013 e 2014. Dal sequestro della documentazione presso la SELDAT, risultavano 11 dipendenti ed emergeva che i lavoratori cinesi venivano retribuiti con paga sindacale e quindi formalmente non producevano cottimo come gli altri dipendenti. Ammontando i canoni relativi agli anni 2013 e 2014 rispettivamente a 34.000 e 20.000 euro, essendo l’ammontare del costo della manodopera occupata di circa 300.000 euro/annui e non essendovi giacenze di materiale invenduto, la giustificazione fornita dal Nania appariva non congrua. A ciò si aggiunga la truffa al Comune (secondo capo d’imputazione) messa in atto negli anni 2013 e 2014, per un ammontare complessivo pari a euro 48.501.

Leggendo le motivazioni della sentenza di condanna si apprende inoltre che “Feska voleva garanzie vere e non si accontentava più delle parole dopo aver subito per oltre quattro anni maltrattamenti vari in quanto privato della retribuzione, o sottopagato, problemi a causa dei quali le sue condizioni di vita erano di mera sussistenza, considerato anche le esigenze di cura della figlia disabile”. Sempre nelle motivazioni si legge che “Il caso di Feska dimostra come l’azienda non mancasse di liquidità in quanto le entrate in banca erano di E 600.000,00 all’anno, gli stipendi ne valevano per E 300.000,00, mentre la merce veniva subito venduta, come riferito dai testimoni predetti. A ciò si aggiunga che fino a tutto il 2010, vigente la precedente gestione Ravanelli, non vi erano stati problemi di pagamento delle retribuzioni, quindi, Nania non aveva alcuna ragione di non pagare gli operai”. “In buona sostanza – continua il giudice – la società sottoponeva, volontariamente, i dipendenti al trattamento deteriore in una ottica di sfruttamento e massimizzazione del profitto che ha cercato di mantenere in vita finché gli è stato possibile con la connivenza dell’Amministrazione comunale”.

Immagine realizzata con il supporto dell'I.A.

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