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La rubrica di Saverio Lodato

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Casa del Sole / Giulietto Chiesa

di-matteo-nino-big0di AMDuemila - 10 marzo 2012
“Se è vero, come hanno riportato gli organi di stampa, che ieri, in occasione del processo contro Marcello Dell’Utri, il sostituto procuratore generale della Cassazione ha parlato del concorso esterno in associazione mafiosa come di un reato a cui non crede più nessuno, allora saremmo in presenza di una affermazione gravissima e irresponsabile”. Con queste parole il sostituto procuratore di Palermo Nino Di Matteo è intervenuto alla presentazione del libroLa Colpa, come è perché siamo arrivati alla notte della Repubblica”, scritto dallo storico Nicola Tranfaglia e dalla caporedattrice di Antimafia Duemila Anna Petrozzi.

“Con queste parole – ha proseguito Di Matteo - si riporterebbero, nella lotta alla mafia, le lancette del tempo indietro a 30 anni fa. Non solo. Queste affermazioni delegittimano in partenza centinaia di indagini e processi che si stanno celebrando in Italia per quel reato e vanno contro condanne definitive che concorrenti esterni alla mafia stanno scontando nelle patrie galere perché ritenuti colpevoli”.
Affermazione “gravissima e irresponsabile”, ha sottolineato nuovamente Di Matteo, “perché quelle parole, se sono state pronunciate, sono state pronunciate a proposito di uno strumento giuridico che per primi avevano applicato Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Uno strumento, il concorso esterno in associazione mafiosa, che è un’arma fondamentale per reprimere il male delle collusioni  tra la mafia, l'imprenditoria, la politica e le istituzioni. L'unico strumento che permetterebbe il vero e definitivo salto di qualità nel contrasto alla criminalità organizzata. A meno che non ci si voglia convincere che la lotta alla mafia sia solo la repressione degli aspetti militari e non la lotta contro ben più gravi forme di collusione”.
In risposta alla domanda del moderatore, Nicola Biondo, di Matteo ha a sua volta chiesto: “E’ più colpevole un magistrato che si dichiara partigiano della Costituzione – che il Csm ha giudicato in un certo modo - o un altro magistrato che con le sue affermazioni sostanzialmente ridicolizza un istituto giuridico e delegittima i processi e perfino le condanne che ne sono derivate?”
“Parlare chiaro – ha concluso - è sempre rischioso, ma è un dovere, anche nei confronti delle vittime della mafia e dei parenti di quelle vittime, presenti anche questa sera in quest’aula”.

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