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La rubrica di Saverio Lodato

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Casa del Sole / Giulietto Chiesa

di Giorgio Bongiovanni - 10 marzo 2011
“Sarebbe un bell’inizio per lui se oggi facesse un pentimento onesto e sincero”. Con questa sorta di augurio affettuoso si è aperto il confronto tra il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza e il suo tanto venerato capo, che una volta chiamava “Madre Natura”, Giuseppe Graviano.


Ma, dopo un confidenziale “Ciao Gaspare” e “Ciao Giuseppe”, le cordialità sono finite immediatamente.
Con un linguaggio contorto, spesso criptico e allusivo il boss di Brancaccio non ha mai risposto direttamente ad alcuna domanda del Presidente, cercando di innervosire Spatuzza con il classico repertorio mafioso delle “tragedie” e delle “calunnie”.
Il suo ex braccio destro, però, non si è lasciato intimidire, ha voluto rimarcare le distanze chiedendo che Graviano gli si rivolgesse dandogli del “lei”, salvo poi essere egli stesso a contravvenire alle formalità quando, deluse le sue utopiche aspettative, ha sbottato: “Ma dilla la verità! Non te ne vergogni? Ancora di fronte ad una vergogna così di un bambino ucciso (il processo è per la morte del piccolo Giuseppe Di Matteo per cui entrambi sono imputati ndr.) ancora stai a fare discorsi e tragedie, calunnie … ancora stai a difendere l’indifendibile”.
Infranto il codice di sudditanza che regolava il rapporto tra i due il confronto si è trasformato in una stretta schermaglia tra le divagazioni di Graviano e le accuse di Spatuzza che si sono fatte sempre più precise con l’elenco dei familiari di Totuccio Contorno e Marino Mannoia “scannati” dietro suo ordine e la tragica storia di una donna indotta all’aborto poiché incinta di un uomo d’onore.
“Mi hai fatto uccidere un bambino mai nato – ha gridato Spatuzza in aula. – Io l’ho voluto chiamare Tobia, per avere un punto di riferimento”.
Graviano, con un’aria di superiorità più volte sottolineata dal presunto lignaggio della propria famiglia contrapposto arrogantemente alle condizioni nettamente meno abbienti di quella del suo ex soldato, ha cercato di delineare le reali ragioni delle accuse di Spatuzza, legate a questioni di carattere economico.

Senza mai fare un nome e ordinando, come se ancora lo potesse fare, che nemmeno il pentito ne facesse, Graviano ha rivangato, inventato secondo Spatuzza, vecchie questioni che la Corte non ha voluto più di tanto sondare sia per la mancata pertinenza con i temi a processo sia per la fumosità delle circostanze.
Insomma ognuno sulle sue posizioni, lontanissime, almeno per ora. Sollecitato da una domanda del difensore del pentito Graviano si è lasciato poi sfuggire una velata minaccia.
In un momento di acceso battibecco in cui Spatuzza gli contestava di non aver accettato con lui il confronto al processo Tagliavia, “gli è mancata la parola”, Graviano ha annunciato: “Se ci sarà un processo per me e per altri, perché si riferiva ad altre persone, e sappiamo benissimo quali sono le persone che lui nomina, lo faremo un confronto, ne riparliamo di fronte alla Corte d’Assise”.
I nomi non li pronuncia, ma è più che chiara l’allusione alle dichiarazioni di Spatuzza che coinvolgono Berlusconi e Dell’Utri. Così come nell’udienza di Torino quando aveva lasciato intendere che in condizioni migliori di detenzione avrebbe potuto anche parlare, Graviano dà ad intendere che il suo silenzio mafioso potrebbe anche infrangersi.
L’altra volta, sarà per combinazione, l’isolamento diurno gli era stato revocato, in questo caso l’eventuale dialogo sembra molto meno diretto, ma di questa gente è sempre bene non fidarsi.
In tempi di pentiti di scarsa “levatura” criminale con poche informazioni di rilievo Spatuzza appare come un’ esemplare eccezione.
Colpiscono infatti la forza e la determinazione con cui ha affrontato e persino umiliato quel suo capo per cui all’epoca avrebbe compiuto qualsiasi crimine. L’ha sfidato con le sue convinzioni anche sul piano dell’onore e del rispetto mafioso, oltre che sulla dignità che si è ormai riconquistato da uomo pentito dei suoi errori. E ne è uscito vincitore. Le parti si sono rovesciate, è stato Spatuzza a condurre il gioco, senza alcun cenno di paura e di sottomissione, consapevole della gravità dei propri errori e dell’orrore dei delitti commessi.
Io personalmente, da cristiano, credo nel ravvedimento di Spatuzza, e mi auguro che trovi la forza dentro di sé di dire davvero tutto quanto a sua conoscenza. Se anche gli altri seguissero il suo esempio potrebbero constatare di persona come con la verità si rompe l’incantesimo dell’inganno mafioso, come con la dignità si mette nell’angolo anche un boss spietato e irredimibile della caratura di Giuseppe Graviano. Come con la verità si vince anche la paura.

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