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Al processo per il "depistaggio" l’avvocato di Salvatore Borsellino chiama in aula i poliziotti

"Questo processo è l'ultimo nel quale poter svolgere compiuta attività di istruttoria dibattimentale al fine di ricostruire quanto più compiutamente cosa sia accaduto intorno alla strage di via D'Amelio, quale sia stata la sua ideazione, quale sia stata la sua esecuzione e quale sia stata la criminosa attività di depistaggio, parte della quale è richiamata precipuamente dalle imputazioni ascritte agli [...]". Con queste parole l’avvocato Fabio Repici, legale di Salvatore Borsellino, ieri ha chiesto alla Corte d'Appello di Caltanissetta - presieduta dal Dr. Giovanbattista Tona -, di accogliere le richieste contenute nella memoria difensiva (che ANTIMAFIADuemila ha potuto visionare) in cui chiede ai giudici di non acquisire i verbali dei tre poliziotti Armando Infantino, Giuseppe Lo Presti e Nicolò Manzella, sul passaggio di mano della valigetta in via D'Amelio.
Sul banco degli imputati ci sono i poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, ex componenti del gruppo d’indagine Falcone-Borsellino guidati da Arnaldo La Barbera, accusati di calunnia aggravata per aver favorito Cosa nostra, perché avrebbero avuto un ruolo nel depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio. In primo grado, caduta l’aggravante mafiosa, Bo e Mattei sono stati prescritti, mentre Ribaudo è stato assolto “perché il fatto non costituisce reato”.
"Preliminarmente, ragioni morali prima ancora che professionali e processuali impongono al sottoscritto difensore di negare il consenso all'acquisizione dei verbali delle dichiarazioni di Infantino, Lo Presti e Manzella, perché sarebbe davvero irragionevole che esse assumano dignità di prova", ha scritto Repici, riferendosi ai sette verbali firmati dai tre agenti tra il marzo del 2019 e il novembre del 2023. Negando il consenso all’acquisizione dei verbali, l’avv. di Salvatore Borsellino ha chiesto alla Corte di ascoltarli in aula.
"Vista l’enormità delle rivelazioni fatte da soggetti che sono pur sempre (per quanto verrebbe difficile crederlo, visti i modi e i tempi delle dichiarazioni) testi istituzionali, ritiene doveroso che sulla scorta di quelle fonti (che, se ritiene, la Corte potrà valutare solo ai fini delle determinazioni da assumere sulle richieste istruttorie) indicate dalla Procura generale venga disposta attività istruttoria”, ha scritto. Assieme ai tre agenti, Repici ha chiesto che vengano ascoltati anche altri testimoni. Tra questi, gli accusatori di Arnaldo La Barbera di essersi appropriato del diario e il pentito Maurizio Avola.


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Arnaldo La Barbera © Imagoeconomica


Su via D'Amelio elementi incontestabili e incontrovertibili
Prima di avventurarsi sulla condotta e le dichiarazioni dei tre agenti, Repici fa presente alla Corte "due dati certi" attestati da “fonti di prova orale incontestabili uniti a incontrovertibili elementi di fatto e di prova logica”, oltre che da “prova documentale”. Innanzitutto, il 19 luglio 1992 Paolo Borsellino, arrivando in via D'Amelio, “teneva con sé, sulla parte posteriore dell'auto sulla quale viaggiava, la propria agenda rossa regalatagli dall'Arma dei carabinieri”. In secondo luogo, “in orario collocabile intorno alle 17:30 – ha ricordato Repici -, l'allora Capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli, in servizio al Nucleo operativo dei carabinieri di Palermo, prese in mano la borsa professionale di Paolo Borsellino (contenente l'agenda rossa), estratta dall'auto insieme o comunque alla vista di altre persone, e tenendola per la maniglia l'aveva trasportata con fare sospetto in direzione di via dell'Autonomia Siciliana". Quest'ultimo dato è noto grazie "all'apporto conoscitivo fornito da Lorenzo Baldo, vicedirettore della testata ANTIMAFIADuemila, che aveva consentito di reperire prima una foto del Capitano Arcangioli con la borsa in mano e poi addirittura spezzoni di filmati televisivi. Come si sa ne era derivato un processo conclusosi con sentenza di non luogo a procedere (non irrevocabile, quindi) nei confronti del Capitano Arcangioli e la vicenda, compreso il comportamento dello stesso ufficiale e le sue dichiarazioni nel corso degli anni, erano state oggetto della sentenza, irrevocabile, della Corte d'Assise di Caltanissetta del 20 aprile 2017 e della sentenza di primo grado del presente procedimento, oggetto del presente giudizio d'appello". "Chissà che per qualcuno i frammenti di verità nella ricostruzione dei fatti non si stessero facendo pericolosamente eccessivi e forieri di farne arrivare di ulteriori", scrive Repici.


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Strage di via D'Amelio © Imagoeconomica


La condotta degli agenti di Polizia
"Mai, nell’esperienza giudiziaria, un reperto di esorbitante rilievo investigativo è stato trasferito dalla disponibilità dei Carabinieri a quella della Polizia di Stato, e ciò sia attraverso formale documentazione del trasferimento sia attraverso attività mai formalizzata e per ciò solo abbondantissimamente illecita". Non usa giri di parole l'avvocato Fabio Repici per circoscrivere e analizzare il passaggio di mano della valigetta di Paolo Borsellino in via D’Amelio poco dopo la strage del 19 luglio 1992. Secondo il racconto del trio Infantino-Lo Presti-Manzella, infatti, il capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli avrebbe ceduto quella borsa, al cui interno il dottor Borsellino aveva riposto la sua agenda rossa, all’ispettore Giuseppe Lo Presti. Quest’ultimo ricorda poco di quella giornata, ma secondo i due colleghi avrebbe fatto presente ad Arcangioli come la competenza delle indagini fosse della Polizia, visto che sul luogo della strage erano intervenute per prime le Volanti. Questi verbali sono stati depositati dalla procura generale nissena al processo di secondo grado per il depistaggio delle prime indagini sulla strage che il 19 luglio 1992 uccise Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
"Dal 2019, memorie di appartenenti alla Polizia di Stato si sono miracolosamente riattivate dopo decenni di letargo e dopo lustri di omertà perfino davanti al robustissimo battage informativo che accompagnò il processo a carico del Cap. Arcangioli e hanno prodotto rivelazioni che illuminano lo scenario della strage di via D'Amelio, dell'apprensione della borsa di Paolo Borsellino e del trafugamento della sua agenda rossa in una ricostruzione psichedelica con tanto di 'luci stroboscopiche'", continua il legale citando il titolo di un articolo di Salvatore Borsellino.
Alla luce di tutto ciò, Repici considera quelle dei tre agenti come "dichiarazioni che, eufemisticamente, possono essere qualificate come sconvolgenti. Poiché in una prima fase (e anche in una prima versione) esse furono raccolte nel 2019, cioè durante il giudizio di primo grado del presente processo, se ne ricava che la Procura della Repubblica non le ritenne meritevoli di attenzione, visto che non le depositò nel presente procedimento. Ora vengono depositate, insieme ad altre raccolte in una seconda fase (e anche in una seconda versione) in tempi recentissimi, con le conseguenti richieste già formulate dalla Procura generale".


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Vincenzo Scarantino


Scarantino: un "jolly" di La Barbera
Nella memoria difensiva l’avv. Repici ha dedicato ampio spazio anche alla figura di Vincenzo Scarantino, il falso pentito della strage di via D’Amelio. In particolare, il legale di Salvatore Borsellino ha messo in luce come Scarantino fosse un “jolly” di Arnaldo La Barbera. E lo dimostra chiamando in causa il Caso Agostino. La foto segnaletica del "pupo vestito" fu infatti mostrata il 9 agosto 1990 a Vincenzo Agostino, padre del poliziotto ucciso insieme alla moglie Ida Castelluccio (incinta) a Villagrazia di Carini il 5 agosto del 1989. Sul duplice omicidio sono in corso due procedimenti a Palermo. Uno con rito abbreviato, a carico del boss del mandamento di Resuttana Nino Madonia (condannato all’ergastolo dalla Corte d'Assise d'Appello). L'altro, invece, vede imputati il boss dell'Acquasanta Gaetano Scotto, accusato di duplice omicidio aggravato in concorso, e Francesco Paolo Rizzuto, accusato di favoreggiamento. Da poco è iniziata la requisitoria.
“Correttamente la Procura generale rileva che quel verbale costituisce la prova che la Squadra mobile guidata da Arnaldo La Barbera aveva la figura di Vincenzo Scarantino come ‘jolly‘ da utilizzare per sviare le investigazioni e la giurisdizione già due anni prima della strage di via D’Amelio”, ha sottolineato l’avvocato di Borsellino. L’inserimento della foto di Scarantino tra le segnaletiche sottoposte ad Agostino serviva a “individuare il falso pentito quale ‘Faccia da mostro’”, identificato, invece, in un confronto all'americana nell'aula bunker dell'Ucciardone che si è svolto il 26 febbraio 2016, nelle vesti di Giovanni Aiello, l'uomo che era andato a trovare il figlio pochi giorni prima dell'agguato nonché ex poliziotto e agente segreto deceduto nel 2017. Un tentativo di distrazione “col prevedibile seguito di misura cautelare per Scarantino nel 1990 per il duplice omicidio Agostino-Castelluccio, le forzature a farlo confessare, magari al fine di fornire un supporto alla scandalosa causale passionale di quel delitto che la Squadra mobile di Palermo nel 1990 furiosamente tentava di accreditare – ha scritto Repici -. L’effetto, oltre al depistaggio in sé, esattamente come anni dopo accadde per la strage di via D’Amelio, sarebbe stato di eliminare presenze istituzionali (Giovanni Aiello era stato un poliziotto e sicuramente era stato al centro di relazioni criminali, istituzionali e non, ben più che allarmanti, comprovate nel processo palermitano) dallo scenario. In fondo, nascondere le responsabilità di apparati istituzionali è stato il leit-motiv del depistaggio della Polizia di Stato sulla strage di via D’Amelio”.


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Il capitano dei carabinieri, Giovanni Arcangioli, con in mano la borsa di Paolo Borsellino


La Barbera, la borsa e l'agenda rossa di Paolo Borsellino
Sul possesso della borsa e dell'agenda rossa di Paolo Borsellino da parte dell'ex capo della Squadra Mobile di Palermo Arnaldo La Barbera, l'avvocato Repici ha distinto due frammentazioni. Ovvero la presenza dei reperti presso gli uffici della Mobile e la disponibilità degli stessi nei luoghi privati del dirigente. Repici, ha fatto riferimento ad una "situazione curiosa". "Da un lato, è noto a chiunque che il decreto di perquisizione e i verbali di sequestro non sono soggetti al segreto investigativo e per forza di cose sono stati notificati alla signora Angiolamaria Vantini, moglie del Dr. Arnaldo La Barbera, e alla Dr.ssa Serena La Barbera, figlia del Dr. La Barbera, entrambe, a quanto si è letto sulla stampa, persone sottoposte a indagini per qualche titolo di reato collegato alla disponibilità giunta a loro dell'agenda rossa del Dr. Paolo Borsellino - si legge nella memoria -. Per altro verso, sulla stampa qualunque cittadino ha letto stralci di quel decreto di perquisizione, con l'indicazione puntuale di risultanze investigative e di fonti di prova orale sul punto in questione. E ciò, per come già osservato, senza alcuna violazione del segreto delle indagini". "Per sconcertante paradosso, dunque, oggi persone congiunte del Dr. Arnaldo La Barbera hanno (e doverosamente, ci mancherebbe che non fosse così!) piena cognizione di risultanze di indagine che indurrebbero a ipotizzare che l'agenda rossa del Dr. Borsellino sia stata fino al momento della sua morte nella disponibilità del Dr. Arnaldo La Barbera, trapassando al suo decesso nella disponibilità della moglie e/o della figlia, fino a epoca recente; al contempo, ai familiari del Dr. Paolo Borsellino viene negata cognizione di quegli stessi elementi", ha continuato. Per l'avvocato di Salvatore Borsellino gli elementi emersi a mezzo stampa "rendono assolutamente inevitabile la rinnovazione istruttoria" sul punto.

Avola: tra dichiarazioni e depistaggio
La memoria si interessa anche delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Maurizio Avola (uscito dal programma di protezione) riguardo alla strage di via D'Amelio. In particolare, Repici ha chiesto alla Corte di ascoltare Avola, che si era autoaccusato della strage, tirando in ballo anche i boss catanesi Aldo Ercolano e Marcello D’Agata. Pentito nel 1994, solo 2020 Avola ha rivendicato la sua partecipazione nell’eliminazione di Borsellino. Il pentito aveva ricostruito la sua versione con il libro di Michele Santoro "Nient’altro che la verità". Ne conseguì un comunicato dalla procura di Caltanissetta, allora diretta da Gabriele Paci, per smentire le affermazioni di Avola. I pm nisseni hanno poi chiesto l’archiviazione per l’ex killer catanese: richiesta recentemente rigettata dal gip, che ha ordinato nuove indagini.


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Tribunale di Caltanissetta


“Tuttavia – ha scritto Repici – è evidente che nel presente processo non si possa far finta che quelle 'rivelazioni' (molto più psichedeliche di tutto quanto visto fino a oggi e insuperabilmente illuminate da 'luci stroboscopiche') non esistano. Ciò posto, l’attività di depistaggio nell’ambito della quale gli imputati avrebbero posto in essere le condotte a loro contestate, di fatto avrebbe implicato anche l’ipotesi che, con la criminosa gestione di Scarantino, abbiano voluto occultare la responsabilità di uomini d’onore della famiglia catanese di Cosa Nostra, quali Maurizio Avola e Aldo Ercolano”. Quindi l’avvocato chiede di ascoltare Avola “sulle ragioni e sui tempi delle sue dichiarazioni al riguardo della strage di via D’Amelio, sui contatti da lui avuti con terzi soggetti al riguardo di tali dichiarazioni”.

Parti civili e difese dubbiosi della memoria difensiva di Repici
In conclusione, nella memoria difensiva l’avv Fabio Repici ha chiesto di ascoltare Guido Longo, Luigi Savina, Gioacchino Genchi, Francesco Paolo Maggi, Giovanni Arcangioli, Marco Minicucci, Emilio Borghini, Paolo Fassari e Claudio Sanfilippo. Oltre a chiedere l'acquisizione di alcuni verbali. Il pm Bonaccorso e le altre parti civili, Fabio Trizzino (legale dei figli di Paolo Borsellino), Rosalba Di Gregorio (Giuseppe La Mattina), Giuseppe Scozzola (Gaetano Scotto) e Giuseppe La Spina (avvocatura dello Stato) si sono opposti a numerosi testimoni ritenuti superflui nel procedimento dibattimentale.
Bonaccorso, inoltre, ha ribadito che gli atti dell’inchiesta sui familiari di La Barbera al momento non sono ostensibili, confermando la volontà di ascoltare i poliziotti Andrea Grassi, Gabriella Tomasello, Armando Infantino, Giuseppe Lo Presti e Nicolò Giuseppe Manzella. E assieme a loro anche Maurizio Zerilli, all’epoca capo della “squadra B”, autore di due diverse relazioni di servizio sulla quale secondo l’accusa bisognerebbe fare chiarezza.
Quanto alle difese, gli avvocati Giuseppe Seminara, legale di Mattei e Ribaudo, e il collega Giuseppe Panepinto, difensore di Bo, hanno chiesto una settimana di tempo per poter leggere la memoria di Repici e presentare le possibili opposizioni.

Le parole del "Capo dei capi" entrano nel processo
Nel corso dell'udienza, il sostituto procuratore Maurizio Bonaccorso, applicato nel processo di appello, ha avvisato il presidente Giovanbattista Tona e le parti, del nuovo deposito, con le intercettazioni nel carcere di Opera, registrate l’8 novembre 2013, tra Riina e Alberto Lorusso, boss della Sacra corona unita, in cui si “evidenzia un progetto omicidiario, insieme al cognato Leoluca Bagarella nei confronti di La Barbera, lamentando il fatto che i Madonia si erano opposti e si erano messi di traverso”. “I Madonia erano confidenti dei Servizi Segreti…, c’era una legge che interessava a loro… e loro convincevano Riina a lasciare La Barbera, il commissario La Barbera, gli dicevano non lo dovete toccare. Dice, ma poi come mai non l’hanno ucciso…, dice, non lo so ma lo vorrei sapere perché non l’hanno ucciso. Il poliziotto… carabiniere… (incomprensibile) ammazzare e non l’hanno ammazzato. Il carabiniere con uno di Caltanissetta si… dei servizi segreti, abitava a Milano, allora”. Il video e le trascrizioni delle parole del capo dei capi, Totò Riina, entreranno dunque nel processo. Nel colloquio tra Riina e Lorusso, il capo dei capi parla anche di presunte spie: “Se avessi avuto contatti con questi, con queste spie, spie che dicono loro, questi spioni sono loro, gli spioni sono loro, le spie sono loro. Le spie erano Saro Riccobono, Tano Badalmenti, Stefano Bontate… questi collaboravano tutti però, questi. Perciò, invece di dire che eravamo spioni noialtri, questi erano quelli che combattevano a noialtri”.

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