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Intervistato da Mow, l’ex magistrato parla dell’asse Palermo-New York e delle ‘profezie’ di Baiardo

La fine del predominio dei corleonesi con l’arresto e la morte dei loro capi, da Riina a Provenzano fino a Matteo Messina Denaro, ha fatto riemergere il ruolo delle famiglie della ‘mafia tradizionale’ che era stata sconfitta dai corleonesi negli anni ‘80 e che oggi è riemersa, ripristinando i legami con la mafia newyorkese, che in realtà non si erano mai interrotti”. A dirlo è stato l'ex magistrato Antonio Ingroia, oggi avvocato, nel corso di un’intervista con il magazine MowMag. Ingroia, che ha lavorato al fianco dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, non di rado ha condiviso, durante la sua carriera da magistrato, collaborazioni investigative con l’FBI per numerose indagini che, partendo da Palermo, sono arrivate fino agli Stati Uniti. Ancora oggi, i legami tra Cosa nostra e la mafia newyorkese rappresentano un grande pericolo, oltre che un grande affare per le due compagini, da sempre in grande sintonia. Lo ha dimostrato anche la recente operazione “New Tower”, che attraverso il coinvolgimento di investigatori italiani e statunitensi, ha portato all'arresto di ben 17 persone tra Palermo e New York. “Oggi - ha spiegato Ingroia - la mafia americana conta assai più di quanto contasse una decina d’anni fa. Piano piano questo ramo di Cosa Nostra che arriva fino Oltreoceano, che sembrava essere un ramo secco, ha ripreso ad essere vitale e pericoloso.” - prosegue - “Ricordo che andavo spesso negli Usa e avevo ottimi rapporti, anche personali, sia con i procuratori federali degli Usa che con gli agenti dell’Fbi e della Dea specializzati in indagini di mafia e traffico internazionale di stupefacenti. Abbiamo avuto sempre una grande collaborazione da parte degli Usa su questo versante”.

Falcone e Borsellino: un modello vincente apprezzato soprattutto all’estero
Poi, il ricordo di Falcone e Borsellino: due pionieri dell'antimafia, apprezzati anche al di là dei confini nazionali. “Sono stati loro, Falcone soprattutto, a tracciare la strada sulla rotta investigativa Italia-Usa. Falcone, non a caso, è considerato negli Usa come un mito, una leggenda, perché ha insegnato moltissimo non solo a noi italiani - ha sottolineato Ingroia - ma anche ad intere generazioni di magistrati ed investigatori americani. All’epoca Falcone e Borsellino operavano in modo più artigianale, non c’era ancora stato l’avvento di internet e dell’informatica. Ricordo la scrivania di Giovanni Falcone dove lui affiancava con cura gli assegni come tessere di un domino, dove ricostruiva gli intrecci del grande riciclaggio internazionale. Così come ricordo le pazienti rubriche scritte a mano da Paolo Borsellino, dove annotava le ‘schede’ personali in ordine alfabetico dei mafiosi siciliani ed americani e gli intrecci fra gli uni e gli altri. Due campioni, ma anche due grandi uomini, di grande umiltà, coraggio e dedizione al bene comune. E poi bravissimi e pazienti maestri di tanti allievi, io fra questi, avendo avuto l’onore ed il privilegio di avere iniziato i miei primi passi da magistrato al loro fianco”.

Governo Meloni
Durante l’intervista rilasciata a MowMag, l’ex magistrato ha condiviso anche alcune riflessioni sul governo di Giorgia Meloni, contraddistinto da un inizio promettente sul fronte della lotta alla mafia, ma che sembra essersi affievolito in fretta sia nella determinazione che nell’entusiasmo. “Il governo ha iniziato facendo promesse importanti ed impegnative, dicendo di voler riprendere il modello di Falcone e Borsellino. All’inizio ha preso dei provvedimenti coraggiosi sul fronte del regime carcerario dei mafiosi, ma poi piano piano si è sempre più disinteressato al tema preso da altre ‘emergenze’, come se la mafia dopo l’arresto di Matteo Messina Denaro fosse finita e non fosse più un’emergenza”.

Baiardo il 'profeta'
Infine, Ingroia ha commentato anche la vicenda di Salvatore Baiardo che, intervistato da  Massimo Giletti, ha predetto l’arresto del boss stragista Matteo Messina Denaro. “È rimasto finora un mistero. Escludo che abbia tirato a indovinare e ci abbia azzeccato. Non è un mago e neppure un profeta. Evidentemente aveva delle informazioni e su incarico di qualcuno interno a Cosa Nostra ha lanciato dei messaggi, finendo così per rivelare, ma solo in parte, che dietro le quinte ci fosse una ‘trattativa’ in parte interna a Cosa Nostra proprio con Messina Denaro ed in parte ‘esterna’, con lo Stato, con la nuova politica che si stava insediando. Poi - ha concluso - ha ritrattato tutto. Oggi è indagato dalla Procura di Firenze. Devo avere fiducia che i magistrati sveleranno certi misteri, anche quelli più oscuri ed imbarazzanti, anche se nutro molti dubbi perché sono troppo pochi in Italia a volere davvero la verità a tutti i costi”.

Foto © Imagoeconomica

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