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Our Voice: “La violenza di Stato non vincerà mai sulla volontà di continuare questo percorso”

Manganelli, spintoni, cordoni e camionette non hanno fermato e non fermeranno la volontà di una fetta sempre più consistente di Palermo nel richiedere verità e giustizia sugli attentati di mafia e nella pretesa di diritti sociali per chi vive la città e la Sicilia. E’ questo il messaggio che vuole lanciare il “Coordinamento 23 maggio” che ha organizzato il corteo “Non siete Stato voi ma siete stati voi” in occasione dei 31 anni dalla strage di Capaci. Per una settimana hanno fatto il giro del Paese le immagini indegne della repressione dell’iniziativa da parte delle forze dell’ordine in tenuta antisommossa. Una pioggia di critiche sta scendendo a cascata sulla questura, responsabile prima di aver redatto un’ordinanza dell’ultim’ora contro il transito del corteo in via Notarbartolo e poi di averne materialmente e momentaneamente impedito l’accesso con le botte nonostante il corteo fosse stato chiuso e nonostante gli accordi presi con la Digos per consentire comunque l’accesso all’Albero Falcone delle duemila persone in forma non organizzata. Quella di martedì è stata una repressione quasi certamente deliberata da ambienti romani che volevano tenere alla larga eventuali contestazioni contro esponenti del governo o politici appoggiati dalla mafia presenti alla “falconeide”. Ma la violenza fascio-mafiosa, spiegano le realtà del coordinamento, che rappresenta la vera natura di questa maggioranza parlamentare e di alcune delle più alte cariche della Regione, non ha vinto sull’anima popolare di questa iniziativa. Un’iniziativa partita dal basso che in questi giorni, per forza di cose, sta passando in secondo piano per lo scandalo avvenuto.


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Le manganellate non hanno censurato il corteo e la violenza di Stato non vincerà mai sulle nostre rivendicazioni e sulla volontà di continuare questo percorso”, ha affermato il movimento Our Voice, una delle 15 sigle promotrici  del corteo. Il coordinamento non vuole che questo 31° anniversario della strage di Capaci sia ricordato come l’anniversario delle manganellate e dei cordoni della Polizia ma come l’anniversario dell’antimafia intersezionale. Una nuova antimafia che prende le orme, nel suo piccolo, dall’intramontabile lotta di Peppino Impastato, e che come tale abbraccia tutte quelle questioni sociali che si intrecciano con mafia e mafiosità. “Tanti i diritti per cui lottare: dal diritto alla casa al diritto alla sanità pubblica, dal diritto al lavoro fino alla riqualificazione degli spazi dove abitiamo e studiamo”, spiega il Coordinamento. “Un insieme di istanze che rientrano - direttamente o indirettamente - nell’antimafia. Lotta alla mafia, infatti, significa anche lotta ambientalista, antifascista, antimilitarista, antiatlantista, transfemminista e antirazzista. La nostra rivendicazione rifiuta inoltre l’impunità di Stato garantita dalle connivenze, dal clientelismo e da sentenze contraddittorie”.
L’antimafia intersezionale racchiude tutto a Palermo. E sempre più persone se ne sentono rappresentate: dai migranti sotto il giogo del proletariato, alle famiglie sgomberate che vivono senza un tetto, alle donne vittime del patriarcato, fino agli studenti frequentanti istituti fatiscenti e costretti all’alternanza scuola-lavoro. Martedì queste e molte altre questioni attenenti la città sono state denunciate nel corso del corteo partito dalla Facoltà di Giurisprudenza. “Il corteo di ‘Resistenza popolare per un’antimafia intersezionale’, vuole rivendicare la necessità di inserire la lotta alla mafia in un contesto più ampio di lotte sociali, in una doppia ottica”, si legge nel comunicato lanciato dal Coordinamento. “Da un lato, la ricerca e la pretesa delle verità mancanti sulle stragi (non solo quelle del biennio ’92-’93) per rispondere a una Giustizia attesa da decenni; dall’altro, invece, l’analisi della condizione politica, sociale, culturale ed economica in cui vive la Sicilia e il Paese intero”. Questo binomio di obiettivi è riuscito per la prima volta dopo 30 anni a mettere d’accordo associazioni, comitati studenteschi e sindacati. A dimostrarlo è la lunga e coloratissima lista di realtà promotrici e quella delle realtà aderenti al corteo.


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Le rivendicazioni degli studenti
Grande spazio, la settimana scorsa, è stato dedicato ai giovani studenti e studentesse della città che di spazi ne rivendicano sia a scuola che nei quartieri. “Questo nuovo modo di fare antimafia non poteva che partire dalle scuole, dalle studentesse e dagli studenti, da chi vive ogni giorno il disagio di una scuola pubblica depredata dalla politica dei tagli e dalle riforme che distruggono”, ha detto Claudio Pecoraino, studente dell’istituto Regina Margherita. “La scuola è oggetto di una malagestione totale delle risorse economiche che invece di potenziarla la rendono marginale, tanto che la dispersione scolastica ha raggiunto tassi inquietanti e pericolosi che consentono alla criminalità organizzata di proliferare. Studiamo in strutture fatiscenti e non a norma dove rassegnarsi ad un futuro che non esiste è la normalità”, ha spiegato. “Non potenziare la scuola e scardinare ciò che di buono funziona nell'apparato scolastico nazionale è una scelta politica ben precisa: lasciarci ignoranti e convincerci che il famoso merito è riservato solamente a chi si piega, poiché costretto, ad un sistema sociale malato e discriminatorio dove prevale il mercato su uno Stato incapace di muoversi”. I ragazzi e le ragazze sono anche attenti e attente al contesto sociale dove vivono. “Lo Stato ci abbandona sempre di più. I nostri quartieri vivono nel pieno controllo mafioso e i giovani cadono nella droga, e quindi nella morte. Noi questo non lo permetteremo più”, ha detto al microfono Alessandro Salerno, studente dell’IS Majorana.


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Critiche anche all’alternanza scuola-lavoro e all’impiego dei giovani in strutture militari. “La militarizzazione all’interno delle scuole è un fatto di gravità inaudita che lascia spazio a una mentalità che fatichiamo a lasciarci alle spalle, terreno fertile di neofascismo e criminalità organizzata”, ha esclamato Giulia Corso, rappresentante dell’IIS Kiyohara Parlatore. “Noi studenti diciamo basta a questa retorica per cui si va a scuola solo per lavorare. Per di più se all’interno delle basi militari. Noi siamo prova vivente di una militarizzazione mal riuscita che romanticizza una propaganda costituita da sangue e violenza. Di recente è stato previsto un percorso di alternanza scuola-lavoro all’aeroporto militare USA-NATO di Sigonella coinvolgendo 350 studenti siciliani”, ha denunciato la giovane.

Guerra è mafia
E a proposito di guerre, ha preso parola Elio Teresi Forum Sociale Antimafia “Peppino Impastato”. “Nessuno parla di quanto le guerre danneggiano l’ambiente. L’osservatorio mondiale per i conflitti ha stabilito che circa il 22% delle emissioni di Co2 nel mondo sono dovute alle guerre. Un giorno di guerra in Ucraina emette nell’atmosfera l’anidride carbonica consumata da 100mila abitanti”, ha affermato.
L’ambiente viene devastato in modo mafioso da chi investe in armi, da chi continua a guadagnarci con la produzione. E la Sicilia non è immune da questo. Abbiamo una base militare a Niscemi, che è centro di comando più importante per le comunicazioni militari, abbiamo la base NATO di Sigonella e quella di Trapani Birgi”, ha ricordato Elio Teresi. “Un anno dopo la morte di Peppino Impastato i suoi compagni venuti da tutta Italia accolsero la gente con uno striscione che diceva: ‘La mafia uccide, il silenzio pure’. Noi oggi non possiamo più restare in silenzio”, ha affermato. “lo diceva pure un generale americano poco prima che scoppiasse la seconda guerra mondiale: ‘La guerra è mafia’. Noi dobbiamo avere il coraggio di dire che sulla guerra fanno affari le mafie, gli Stati e le economie sporche. Non possiamo più permettere a chi fa la guerra di essere gente che decide per noi. La mafia è una montagna di merda e anche la guerra è una montagna di merda!”.


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Richiesta di verità e giustizia, stop a passerelle ipocrite
Durante il serpentone oltre agli striscioni e ai cori contro la mafia e i suoi accordi con lo Stato sono state ricordate le stragi del 1992 e del 1993, gli omicidi eccellenti e non, si è parlato anche di trattativa Stato-mafia.
Oggi, nella giornata della strage di Capaci non possiamo accettare che ci siano passerelle e commemorazioni ipocrite a rappresentare il sentimento di una città intera”, ha esordito Andrea La Torre, leader di Attivamente e rappresentante dell’istituto Rutelli di Palermo.
Chiediamo verità e giustizia, le stesse che ci vengono negate da decenni. Non accettiamo la narrativa falsa secondo la quale dietro le stragi ci siano soltanto i mafiosi”. “Quando parliamo della strage di Capaci - ha affermato - dobbiamo invece parlare di stragi di Stato, come tantissime altre stragi avvenute dal 1947 a Portella della Ginestra. Stragi che hanno nei depistaggi la loro base. Fino a quando non avremo risposte sui quesiti irrisolti delle stragi avremo una democrazia zoppa che non ha fatto i conti coi suoi scheletri nell’armadio. Una giustizia finta che non rende giustizia ai suoi martiri”, ha concluso.


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Non esistono bandiere che si mettono sui martiri”, ha poi detto Marta Capaccioni, studentessa della facoltà di Giurisprudenza e referente di Our Voice. “Le istituzioni possono avere il diritto di parlare di lotta alla mafia solo se non si sono corrotte con la mafia”, ha detto riferendosi alle polemiche sorte prima della commemorazione. “Il sindaco di Palermo ha detto che le istituzioni devono dare per prime l’esempio, ma di quale esempio parla se ha accettato il sostengo elettorale da parte di uomini condannati per mafia come Dell’Utri e Cuffaro?”, ha esclamato la giovane. “Non è “Stato” uno Stato che protegge per 30 anni la latitanza di Matteo Messina Denaro, uno Stato che considera le carceri come discariche sociali, uno Stato che assolve sé stesso. Uno stato che afferma essere lecito dialogare con i vertici della mafia per interessi nazionali anche se questo dialogo ha provocato altre morti”, ha detto riferendosi al processo sulla trattativa Stato-mafia.
E’ vergognoso il racconto portato avanti dai giornalini sulla sentenza del processo trattativa Stato-mafia nonostante ci siano 5 sentenze passate in giudicato che dicono che trattativa c’è stata. Lotta alla mafia significa lotta sociale, lotta giovanile e popolare”, ha concluso.


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La lotta per i diritti dei lavoratori
Fare lotta alla mafia significa anche combattere per un lavoro sicuro e ben retribuito, e quindi contro tutte quelle forme mafiose di controllo e di proletariato che schiacciano i lavoratori. Per questo al corteo hanno aderito realtà sindacali come la CGIL Palermo, “Officina del Popolo” o Stravox, associazione che tutela i diritti dei migranti a Palermo.
Non possiamo parlare di lotta alla mafia dimenticando quanto accade ai lavoratori neri che vengono sfruttati da mattina a sera nelle campagne dove i mafiosi hanno il potere di alzare la voce”, ha affermato Amadou di Stravox.
Ogni giorno noi lottiamo per il diritto alla casa, contro il lavoro nero e per un lavoro sicuro e ben retribuito che non ci metta sotto scacco di poteri criminali e di uno Stato che ci ricatta e chiede di scegliere tra lavoro ed ambiente pulito”, ha poi affermato Gabriele Rizzo di “Officina del Popolo”. “Noi vogliamo tutto!”, ha esclamato.


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Quindi il turno di Mario Ridulfo, segretario provinciale della CGIL: “Questa è una manifestazione contro i mafiosi, contro coloro i quali con la mafia fanno affari e hanno nome e cognome e siedono molto spesso nei luoghi del potere”, ha detto il sindacalista. “Sono contigui al sistema di potere criminale. ‘Pecunia non olet’, i ‘piccioli’ bisogna seguirli fino in fondo, anche i voti sono piccioli per chi governa questa città e questa regione”, ha affermato. “Questa è una manifestazione per una città che vuole futuro, uno sviluppo, lavoro dignitoso e diritti. Non è possibile immaginare uno sviluppo di questa città con la mafia. Noi non faremo un passo indietro, non torneremo a una stagione che già abbiamo vissuto. Questa città ha il diritto ad essere felice, ad avere diritti”.

Foto © Pietro Calligaris

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