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principato teresa atlantide
Ad Atlantide l'ex magistrato e la consulente archivista Amendola: “Il boss a capo di una loggia? Lo fu anche Bontade”

Matteo Messina Denaro è certamente massone. Come si può pensare che la mafia che ha una tradizione di collegamento con la massoneria non usufruisca di tutte le possibilità che la massoneria offre?”. A dirlo è Teresa Principato, ex procuratore aggiunto di Palermo che per otto anni ha coordinato i magistrati nelle attività di individuazione e cattura dell’ex superlatitante Matteo Messina Denaro. L’ex magistrato (oggi in pensione) è stato intervistato da Andrea Purgatori in occasione della trasmissione “Atlantide”, andata in onda ieri sera su La7. “Si può dire che una parte importante della rete di protezione di cui godeva il boss era della massoneria. Ma una parte era anche della politica ‘deviata’”, ha affermato la Principato. “Del resto il padre di Matteo, Francesco Messina Denaro, era campiere del senatore D’Alì, oggi detenuto (per concorso esterno in mafia, ndr). E poi aveva impiegato il fratello, Salvatore, nella banca di D’Alì a Trapani, città molto famosa al tempo per il numero infinito di sportelli bancari e per i centri massonici”. Nel periodo in cui Teresa Principato lavorava a Palermo, la procura riuscì ad arrestare le persone più vicine al boss stragista.
Avevamo anche arrestato Leonardo Bonafede, padre di Andrea, la cui identità Messina Denaro usava negli ultimi tempi”. “Bonafede - ha spiegato l’ex magistrato - era un personaggio conosciutissimo” a Campobello di Mazara, Paese dove Messina Denaro avrebbe vissuto negli ultimi due anni. “Campobello è un Paese ad altissima densità mafiosa dove lui aveva miriadi di appoggi, per lui era come Castelvetrano in fondo”, ha aggiunto. “Quello che sconcertava è il consenso. Matteo era la gallina dalle uova d’oro, aveva uno spirito imprenditoriale veramente notevole, era colui che trovava lavoro per tutti”. Nel corso delle sue indagini che, come ha raccontato la stessa Principato, furono in qualche modo ostacolate dai vertici della procura del tempo (“non c’era assolutamente consenso attorno al mio lavoro”), l’ex magistrato ha detto che la Dda era riuscita ad accertare che Matteo Messina Denaroviaggiava moltissimo” e non solo in Italia. “Abbiamo accertato viaggi in Inghilterra. Poi Brasile a Curitiba, che era un centro di coordinamento con logge massoniche di moltissime parti del Brasile. E lui trovava rifugio tranquillamente. Così come in Spagna”.


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Il capo mafia fondatore di una loggia
Di Matteo Messina Denaro e massoneria ha parlato, ma in diretta, anche Piera Amendola, profonda conoscitrice del mondo oscuro della massoneria, già responsabile dell’archivio della commissione parlamentare sulla loggia P2. Amendola si è occupata di terrorismo, ha diretto l’archivio della commissione antimafia, è stata consulente delle procure di Palermo, Aosta, Perugia e adesso è consulente dell’avvocatura dello Stato nel processo sulla strage di Bologna.
Dalle notizie che leggo sulla stampa Matteo Messina Denaro è stato protetto dalla massoneria regolare”, ha esordito Piera Amendola.
Le logge a cui apparteneva Alfonso Tumbarello (presunto medico massone del boss, ndr) e Antonio Vaccarino (ex sindaco di Castelvetrano deceduto e un tempo considerato vicino al boss, ndr) sono logge regolari del Goi, cioè la più importante comunione massonica italiana. Del resto questo numero di logge importante nel trapanese, in particolare a Campobello di Mazara e Castelvetrano, era già stato rilevato tanti anni fa quando ci fu l’inchiesta negli anni ’90 del procuratore di Palmi Agostino Cordova, poi dalla commissione antimafia presieduta da Rosy Bindi e dall’ultima commissione antimafia che hanno fatto monitoraggio delle logge siciliane e calabresi nel tentativo di riuscire a capire i motivi di una massiccia infiltrazione di organizzazioni mafiose in queste logge”, ha spiegato. “Il monitoraggio si è basato sugli elenchi fatti sequestrare, perché non furono spontaneamente forniti, dalle quattro maggiori obbedienze massoniche d’Italia. il Grande Oriente d’Italia, la Gran Loggia d’Italia degli Alam, la Gran Loggia Regolare d’Italia e la Serenissima Gran Loggia d’Italia. Stiamo dunque parlando di obbedienze regolari che hanno riconoscimenti autorevoli a livello internazionale. A questo punto dovremmo parlare di ‘fratelli deviati’ che appartengono a logge regolari?”, si è chiesta Piera Amendola. “E’ chiaro che questo accertamento è stato svolto soltanto su logge regolari. Ma noi sappiamo, ed è storicamente comprovato, che questa è solo la punta dell’iceberg della massoneria che opera nel trapanese. Basti pensare a quello che è accaduto nel passato. Queste logge sono rimaste occulte finché qualcuno come il coraggioso commissario Montalbano non le ha poi portate alla luce”.


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Andrea Purgatori ha quindi ricordato alla sua ospite che un collaboratore di giustizia massone (Marcello Fondacaro) sostiene che Matteo Messina Denaro abbia addirittura fondato una loggia chiamata “La Sicilia”. Una circostanza ripresa più volte anche da Teresa Principato.
A me non risulta e non conosco i verbali citati dalla dottoressa Principato”, ha risposto. “Devo dire però che non mi stupisce perché nel passato autorevolissimi collaboratori di giustizia, ma anche esponenti della destra eversiva, hanno raccontato dell’affiliazione massonica di Stefano Bontade, il quale, successivamente, avrebbe deciso di formare una sua comunione massonica autonoma, fu chiamata ‘Loggia dei Trecento’ perché più o meno trecento erano gli iscritti. Dopo la morte di Bontade, Totò Riina, anch’egli già affiliato alla massoneria, avrebbe fondato il ‘Terzo Oriente’. Quindi pensare che Matteo Messina Denaro abbia continuato, come hanno fatto i suoi predecessori, non solo ad essere massone, ma a mettersi in proprio fondando una propria loggia massonica, non mi stupisce affatto”. Inoltre, ha aggiunto, “mi stupisce il nome della loggia attribuitagli: ‘La Sicilia’. Perché la ‘Loggia dei Trecento’ di Bontade era conosciuta anche come ‘Loggia Sicilia-Normanna’, stiamo parlando della stessa realtà massonica? Forse”.


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La consulente in materia di massoneria e archivista, Piera Amendola


Bontade e il “cartello” di logge coperte siciliane e calabresi
Restando sul tema delle logge massoniche, Piera Amendola ha detto che nel trapanese ha sempre operato “una fitta rete di logge massoniche occulte, ma ci sono anche organizzazioni para-massoniche ed è bene ricordare che negli anni in cui a Trapani vi erano le logge che celavano la propria attività sotto il ‘Circolo culturale Scontrino’, vi era anche un ordine cavalleresco, forse non meno pericoloso di queste logge che era diretto da uno dei capi storici della massoneria coperta italiana, per altro vicinissimo ad Ordine Nuovo”. Questo personaggio, ha ricordato Amendola, “era a capo di un ordine templare che aveva insignito del titolo di ‘cavalieri’ molti massoni mafiosi delle logge del ‘centro Scontrino’ e portava in gite esoteriche all’estero questi fratelli per incontrare altri ‘cavalieri templari’ presso delle sedi che erano anche sedi diplomatiche, ottime per accogliere latitanti mafiosi e latitanti della destra eversiva”.
Del resto, ha ricordato ancora Amendola, “prima del 1977, la destra eversiva, attraverso la massoneria, ha tentato di coinvolgere, nei tentativi golpisti del 1970, 1973 e 1974, senza riuscirvi, Cosa Nostra. Quindi vi sono stati rapporti tra destra eversiva e Cosa Nostra, e anche tra destra eversiva e ‘Ndrangheta, dove si apre un capitolo ancora più interessante”. Nel 1977 accadde quello che la consulente ha descritto come “un fatto inedito”. “Una loggia massonica segreta propose ai vertici di Cosa Nostra di fare entrare in una o in più logge occulte due rappresentanti per ciascuna delle principali famiglie mafiose di Cosa Nostra. Si discusse molto questa proposta in seno a Cosa Nostra e la proposta, alcuni non erano d’accordo ma la proposta passò. E fu così che entrarono nelle logge coperte tutti i vertici delle organizzazioni mafiose siciliane”.


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Stefano Bontade, il Capo dei Capi di Cosa Nostra prima della scalata sanguinaria dei corleonesi, “a questo punto riuscì a mettere in porto un progetto di straordinario interesse, vale a dire unificare le logge coperte siciliane con quelle coperte calabresi, cioè creare un ‘cartello’, un’unica holding di massoneria coperta. Le logge calabresi a questo punto diventarono fondamentali, entrarono in questo cartello mafioso-massonico ed entrò, in particolare, la loggia che nel 1979 Franco Freda (estremista neofascista processato per la strage di Piazza Fontana, ndr), in quel momento latitante, aveva fondato a Reggio Calabria. Freda si trovava in Calabria dove si svolgeva a Catanzaro il processo per la strage di Piazza Fontana. Quindi in questo patto di unità d’azione fra massoneria deviata, organizzazioni mafiose ed esponenti della destra eversiva, la Calabria ha un ruolo molto importante. Bontade poi venne ucciso (fu assassinato nel 1981, ndr) e questo progetto venne ereditato da Totò Riina. Ma la cosa interessante credo sia, e non è stata sufficientemente approfondita, che la ‘Loggia dei Trecento’ aveva uno stretto rapporto con la P2. Gelli si recava spesso in Sicilia, incontrava Bontade, gli esponenti Cameini, cioè l’organizzazione massonica che aveva aiutato Michele Sindona durante il finto sequestro siciliano. Poi avviene questo incontro tra Bontade e Gelli prima del delitto di Piersanti Mattarella e della strage alla stazione di Bologna. C’è ancora tutta una storia che dovremmo riuscire a capire meglio”, ha affermato.


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La massoneria in Calabria e i processi calabresi
Sempre parlando di massoneria, Amendola ha parlato di quanto emerso nelle aule di tribunale calabresi.
Dai processi calabresi, del procuratore Nicola Gratteri di Catanzaro e in quelli di Reggio Calabria del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo continua a venir fuori l’esistenza di molteplici logge massoniche occulte infiltrate dalla criminalità mafiosa. Allora probabilmente queste alleanze non hanno più il potenziale eversivo che hanno avuto fino agli anni ’90 ma restano egualmente pericolosissime”, ha detto la consulente. “I capi bastone in queste logge hanno l’opportunità di sedersi attorno a un tavolo con rappresentanti di altri poteri: potere politico, potere economico-imprenditoriale. Ed assumere decisioni che non dovrebbero assumere e che interferiscono gravemente sul corretto funzionamento delle istituzioni e del sistema democratico. Del resto c’è anche da domandarsi come mai questi sodalizi e queste alleanze continuano ad essere così forti. Probabilmente nel Mezzogiorno lo Stato è lontano, a volte assente, e questi sodalizi massonici criminali operano con uno Stato occulto in un momento in cui i partiti sono in crisi”. “Non c’è più una progettualità eversiva - ha ribadito Amendola - ma vi è comunque un’attività che inquina fortemente la democrazia italiana”.

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