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Per i magistrati nei primi anni '80 cominciò a legarsi ad importanti membri di Cosa Nostra, tra cui l’ex latitante. Ora è in cella per concorso esterno

I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione”. A parlare era Pippo Fava, direttore de “I Siciliani”, assassinato da Cosa Nostra nel 1984. La sua intervista ad Enzo Biagi, da cui sono estrapolate queste parole, torna alla mente ogni volta che un parlamentare, o ex parlamentare, finisce al “gabbio” per fatti di mafia. L’ultimo di questi è Tonino D’Alì. L’ex senatore trapanese (classe ’51), entrato in Forza Italia a cavallo tra il ’93 e il ’94, è la raffigurazione cartesiana di quella categoria di personaggi descritta da Fava il 28 dicembre 1983. D’Alì era in Parlamento (è stato a Palazzo Madama per 24 anni); era un banchiere (i D’Alì possedevano la Banca Sicula e lui fu AD della banca fino al ’93); era ai vertici della nazione (fu Sottosegretario agli Interni nel governo Berlusconi-2 dal 2001 al 2006).
D’Alì non era un mafioso ma era comunque uno di quei politici che ha sguazzato per anni nel pantano mafioso. Era un borghese della mafia. Per intenderci, la stessa “borghesia mafiosa” di cui ha parlato il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia quando ha descritto la caratura della rete di fiancheggiatori di Matteo Messina Denaro. Ed è proprio del rapporto tra D’Alì e i Messina Denaro, visti i tempi, che sarebbe utile parlare. Partiamo dall’inizio. Il ''barone D’Alì'', come lo chiama Rino Giacalone, direttore di AlQamah.it ed esperto di mafia trapanese, venne “allevato” dallo zio Antonio, presidente della Banca Sicula e iscritto alla P2 (tessera n° 303), proprio nella banca della famiglia, una delle più antiche della Sicilia. A Trapani i D’Alì hanno fatto il bello e il cattivo tempo, hanno inficiato nel destino economico e politico della città. E potevano contare su una famiglia importante, quella dei Messina Denaro per l’appunto. A Trapani tutti lo sapevano da decenni e più magistrati hanno indagato su questo legame. Pentiti, testimoni e carteggi hanno fornito a diverse corti di Tribunale prove e indizi nell’infinito iter processuale con cui si cercò, con successo, di accertare i rapporti dell’ex senatore con Cosa Nostra e i Messina Denaro.


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L'arresto di Matteo Messina Denaro lo scorso 16 gennaio


Il primo processo cominciò nell’ottobre 2011 e si è celebrato, come tutti gli altri, con la formula di rito abbreviato. L’accusa è di concorso esterno in associazione mafiosa. I pm avevano chiesto una condanna a 7 anni e 4 mesi. Il gup, però, prescrisse e assolse D’Alì per alcuni dei fatti contestati. Nello specifico venne prescritto per la vendita fittizia di un terreno in Contrada Zangara, a Castelvetrano, di proprietà di D’Alì ai Messina Denaro tramite il prestanome, poi pentito, Francesco Geraci. Vendita che sarebbe servita per favorire la mafia a riciclare 300 milioni delle vecchie lire. E venne assolto per gli appalti pilotati, le pressioni per fare trasferire funzionari di Stato scomodi, come l’investigatore Giuseppe Linares che dava la caccia a Messina Denaro o il prefetto Fulvio Sodano che si scontrò con i boss perché aveva impedito che i clan mettessero le mani sulla Calcestruzzi Ericina, confiscata al boss Vincenzo Virga, e il rapporto “do ut des” con la mafia. I pm Paolo Guido e Andrea Tarondo fecero ricorso in Appello ma D’Alì si portò a casa lo stesso risultato del primo grado di giudizio: assolto per i fatti successivi al 1994 e prescritto per le contestazioni di eventi precedenti al 1994. Un esito processuale che ricorda molto quello di Giulio Andreotti. In Cassazione però, nel gennaio 2018, i giudici ermellini ribaltarono questo fortunato destino processuale del berlusconiano ritenendo che i giudici di merito avevano “illogicamente e immotivatamente svalutato il sostegno” elettorale di Cosa nostra trapanese a D’Alì. Inoltre parlarono di una sentenza con "cadute logiche" che compieva una "illogica cesura" tra le condotte contestate e rigettarono anche le conclusioni della sentenza impugnata riguardo alla vicenda D’Alì-Sodano perché contenente “due crepe insuperabili” e un “vuoto motivazionale” nel “costrutto argomentativo”. Quindi rimandarono tutto alla corte d’Appello di Palermo dove poi, nel luglio 2021, l’ex senatore è stato condannato a 6 anni per concorso esterno in associazione mafiosa e interdetto per 3 anni dai rapporti con i pubblici uffici. D’Alì si è sempre dichiarato innocente respingendo ogni accusa. Non era d’accordo la procura generale che aveva chiesto 7 anni e 4 mesi.
E’ stato il politico a disposizione dei Messina Denaro, prima del vecchio don Ciccio e poi del figlio Matteo, tuttora ricercato (ora in carcere, ndr)”, aveva detto il procuratore generale Rita Fulantelli nella sua requisitoria. E ancora. “Con il suo operato ha consapevolmente e fattivamente contribuito al sostegno e al rafforzamento di Cosa Nostra mettendo a disposizione le proprie risorse economiche e successivamente il proprio ruolo istituzionale di Senatore della Repubblica e di Sottosegretario di Stato”. I giudici di corte d’Appello del processo bis hanno sposato la tesi dell’accusa.


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L'ex prefetto di Trapani, Fulvio Sodano


"D'Alì ha certamente assunto degli impegni seri e concreti a favore dell'associazione mafiosa e ciò lo si può desumere dalla sua già stabile, affidabile, comprovata e ventennale disponibilità a spendersi in favore di Cosa nostra". Il nuovo processo ha dunque sostenuto che "D'Alì ha concluso nel 2001 un patto (l'ennesimo) politico/mafioso con Cosa nostra in forza del quale il sodalizio gli ha garantito l'appoggio elettorale che ha consentito all'imputato di essere nuovamente eletto al Senato (elezione che poi ha costituito da viatico per l'acquisizione dell'incarico di sottosegretario al ministero dell'Interno", si legge nella sentenza, rispetto all'accordo che sarebbe proseguito fino al 2006, anno in cui si concluse la legislatura. In 138 pagine di sentenza, inoltre, si riassumono i rapporti consolidati con i Messina Denaro, dal vecchio Francesco “Ciccio”, padre dell’ex “primula Rossa”, alla ‘vicinanza‘ al figlio Matteo. Del resto Matteo Messina Denaro conosceva i D’Alì da quando era ragazzino. I Messina Denaro erano i campieri nei terreni di Castelvetrano posseduti dalla famiglia D’Alì e negli anni ’80 un Matteo Messina Denaro poco più che ventenne venne assunto nell’azienda di famiglia D’Alì come bracciante agricolo: “Figurava assunto, uscì fuori da attività investigativa… che la famiglia D’Alì pagasse i contributi”, testimoniò in aula al processo di Capaci il commissario di Castelvetrano, Matteo Bonanno, al quale la difesa di D’Alì replicò depositando un verbale del capo mafia di Castelvetrano di 30 anni fa in cui ammetteva di avere lavorato per quell’azienda, “ma non per Antonio D’Alì” nel tentativo di allontanare ogni ipotesi di copertura della latitanza, definita una “subdola suggestione”. Antonietta Aula, l’ex moglie di D’Alì, invece, alla giornalista Sandra Amurri, ha confessato di aver trovato un biglietto di auguri per le nozze del padre di Messina Denaro. “Congratulazioni, Francesco Messina Denaro e famiglia”. “Don Ciccio lo conoscevo bene, era un uomo gentile”, ha aggiunto Antonietta Aula. E “Matteo era un ragazzo molto vivace... Andava molto bene a scuola, mi chiamava signora Antonietta. Lo tenevo sempre sulle ginocchia, l'ultima volta che l'ho visto aveva vent'anni".
Lo scorso 13 dicembre la prima sezione penale della corte di Cassazione ha rigettato il ricorso presentato al processo bis dai difensori dell’ex sottosegretario all’Interno e ha condannato definitivamente D’Alì a sei anni per concorso esterno in associazione mafiosa. L’indomani il verdetto dei giudici ermellini l’ex senatore si è costituito al carcere Opera di Milano. Trentadue giorni dopo Matteo Messina Denaro è stato arrestato dal Ros. Alcuni pentiti ed ex magistrati ritengono che si sia fatto catturare, cioè si sia costituito. Proprio come si è costituito D’Alì. E c’è chi ritiene, come l’ex magistrato Massimo Russo, che la cattura del primo e la condanna del secondo potrebbero non essere poi così scollegate tra loro. “Le coincidenze nella mafia - ha detto a “Non è l’Arena” - hanno sempre una spiegazione”.

Foto di copertina © Imagoeconomica

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