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Raccolsero confidenze dai collaboratori di giustizia Vito Lo Forte e Rosario Spatola

Udienza veloce quella odierna per il processo sul duplice omicidio del poliziotto Nino Agostino e della moglie Ida Castelluccio. Imputati davanti la Corte d’Assise di Palermo (presidente Sergio Gulotta), ci sono il boss dell’Arenella Gaetano Scotto (accusato di concorso in omicidio) e Francesco Paolo Rizzuto (accusato di favoreggiamento).
Il primo ad essere sentito è stato Giancarlo Scafuri, ufficiale dell'Arma dei carabinieri già in servizio al ROS, che in due periodi diversi fu in servizio a Palermo. Prima al nucleo negli anni Novanta era in servizio a Palermo. Così come riferito alla Procura generale nel 2017 ha raccontato di aver avuto ripetuti contatti telefonici con il collaboratore di giustizia Vito Lo Forte. In un'occasione in particolare lo contattò presso l'ufficio a Monreale: "Mi manifestò varie problematiche inerenti al programma di protezione. Ricordo che ogni volta manifestava una certa paura che appartenenti di Cosa nostra, personaggi di spessore legati a Cosa nostra potessero ucciderlo. Se fece nomi? Sì quello di Gaetano Scotto. Lo Forte sosteneva di essere stato oggetto di pedinamenti ed attentati, che qualcuno lo voleva ammazzare. E al centro c'era sempre questa figura". Rispondendo alle domande del legale della famiglia Agostino, Fabio Repici, il teste ha poi aggiunto che Lo Forte gli riferiva anche del fratello di Scotto, Pietro, in particolare dicendo che "questi lavorava in una società di telefonia e lo colpiva il fatto che questi era perfettamente in grado di intercettare le telefonate".
Successivamente è stato ascoltato l'ex colonnello, in congedo, Salvatore Cirafici. Quest'ultimo è stato chiamato a riferire in merito alle confidenze che ricevette dal collaboratore di giustizia Rosario Spatola quando fu affidato all'Alto Commissariato antimafia, dove prestava servizio.
"Mi parlava dei servizi segreti e di persone appartenenti ai servizi" ha detto anche oggi.
Nel dicembre 1993 Cirafici, parlando di Spatola, disse: "Dopo l'arresto di Contrada, nei primi di gennaio '93 lo Spatola, che aveva mio numero di telefono, mi chiamò per dirmi che aveva piacere di incontrarmi per farmi gli auguri. In quel momento mi fece i complimenti per l'attività svolta dalla Dia in merito anche all'arresto di Contrada. A mia volta gli manifestai il mio apprezzamento per il fatto che aveva collaborato con la polizia giudiziaria dando un significativo contributo per le indagini. In questo contesto io gli esternai alcune ipotesi di lavoro che avevo elaborato esclusivamente sulla base di un'attenta lettura degli articoli di stampa riguardanti Contrada, che avevo raccolto durante le indagini. Dissi effettivamente allo Spatola, senza tuttavia specificare che si trattava di semplici ipotesi di lavoro fondate sull'analisi di articoli di stampa, che il dottor Contrada era probabilmente implicato per reati ben più gravi di quelli attribuitegli nell'ordinanza di custodia cautelare, e per esempio nell’omicidio Agostino e della moglie di questi”. Oggi ha confermato il riferimento: "Se è scritto, sicuramente l'ho detto e lo confermo. Ma come ho detto erano ipotesi di lavoro, alle quali mi sarebbe piaciuto dedicarmi. Ma in quel periodo alla Dia era un periodo convulso e pieno di lavori". Alla contestazione del legale Fabio Repici rispetto ad alcuni riferimenti su Agostino e l'attentato all'Addaura, rispetto al dato che l'esplosivo nella villa di Falcone potesse essere arrivato via terra e non via mare, ha aggiunto: "Se è scritto è perché l'ho detto. Lo dissi sicuramente per stimolare Spatola. In quel momento, come era successo per Contrada, son subito partito con l'ipotesi investigativa. Non ricordo che mi disse nulla sulle mie riflessioni. Non ricordo che sia uscito fuori nulla".
Il processo è stato poi rinviato al prossimo 27 gennaio quando dovrebbero essere sentiti i collaboratori di giustizia Francesco Marullo, Calogero Ganci, Marco Favaloro e Antonino Avitabile e Antonio Patti.

Foto d'archivio © Emanuele Di Stefano

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