Nelle conclusioni della Commissione Antimafia elementi sul possibile coinvolgimento esterno nell'esecuzione del delitto

"Ci siamo portati dietro morti che non ci appartengono”. E' questa la celebre espressione che Gaspare Spatuzza, ex boss di Brancaccio, avrebbe detto al capomafia Giuseppe Graviano ad un appuntamento a Campofelice di Roccella, in un periodo compreso tra la fine del ’93 e gli inizi del ’94. Era quello il periodo in cui veniva pianificato l'attentato allo stadio Olimpico che avrebbe dovuto colpire un bel po' di carabinieri.
In più sedi l'ex killer di Cosa Nostra ha spiegato ulteriormente quel pensiero. “Per Capaci e via D’Amelio - ha detto Spatuzza - per quello che mi riguarda erano nemici anche miei, anche se non li ho mai conosciuti, e in quell’ottica per me andava bene anche usare modalità terroristiche…  ma quando andiamo a mettere cento e passa chili di esplosivo in una strada abitata non è più qualcosa… stiamo andando verso qualcosa che non ci appartiene più”.
Queste affermazioni, si legge nella relazione pubblicata nei giorni scorsi dal II Comitato della Commissione Antimafia sulla strage dei Georgofili, presieduto dall’ex senatore Mario Giarrusso, trovano "ulteriori e inattesi significati" grazie agli sviluppi dell'inchiesta condotta rivisitando un vastissimo materiale documentale, non solo processuale.
Il Comitato, che si è avvalso della consulenza di un magistrato come il procuratore di Lagonegro Gianfranco Donadio, in passato vice del superprocuratore della Dna Pietro Grasso, nella sua veste di senatore componente molto attivo del medesimo Comitato, ha voluto risentire collaboratori di giustizia come Gaspare Spatuzza, Vincenzo Ferro, Giuseppe Ferro, nonché Cosimo Lo Nigro, condannato per la strage dei Georgofili all’ergastolo  - a cui in sentenza risulta attribuita la condotta del collocamento dell’autobomba sotto la torre dei Pulci – il sostituto commissario della polizia di Stato Carlo Benelli, l’avvocato Danilo Ammannato, legale di parte civile nei processi celebratisi dinanzi le Assise fiorentine, e dell’esperto di esplosivi Gianni Giulio Vadalà, già perito del pm di Firenze.


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Il magistrasto Gianfranco Donadio © Imagoeconomica


L'ipotesi di un'operazione criminale di "falsa bandiera"
“Le acquisizioni dichiarative e documentali effettuate dal II Comitato e dalla Commissione – si legge nella relazione – conducono ad una possibile ricostruzione alternativa di taluni rilevanti profili modali della strage di via dei Georgofili e rendono credibile il coinvolgimento, quantomeno nella sua fase esecutiva, di soggetti estranei a Cosa Nostra”.
I processi e le sentenze definitive, allo stato, offrono una ricostruzione dei fatti precisa, ovvero che il 27 maggio, a mezzanotte, Cosimo Lo Nigro e Giuliano, alla guida di un Fiorino rubato (imbottito di esplosivo, ndr) e di una Fiat Uno, erano andati in via dei Georgofili.
Secondo la Commissione, però, "allo stato degli atti, pur essendo necessario l’approfondimento ulteriore di vari suoi aspetti, la vicenda pare presentare i tratti tipici di un’operazione criminale di 'falsa bandiera' in cui filiere criminali riconducibili al noto latitante Messina Denaro e ai fratelli Graviano, esponenti egemoni del mandamento palermitano di Brancaccio, hanno curato la logistica e il trasporto di una parte dell’esplosivo deflagrato nel capoluogo toscano così 'firmando' l’evento".
Secondo il Comitato, dunque, "plurimi elementi consentono di ritenere assolutamente apprezzabile l’ipotesi che l’autobomba inizialmente allestita in Prato dai siciliani passò di mano, poco prima del suo collocamento nel cuore di Firenze, e che, dopo la partenza del Fiorino (avvenuta intorno alle 22 del 26 maggio 1993), al rilevante quantitativo di tritolo (con relativo innesco), pari all’incirca a 120 - 130 chilogrammi, caricato nel garage dei Messana, venne aggiunta una rilevantissima carica di esplosivo di natura militare, sicché la deflagrazione di siffatta micidiale miscela ebbe effetti ancor più devastanti".

La donna delle stragi
Un punto cardine all'attenzione del Comitato è sicuramente stato quella della possibile partecipazione nella fase esecutiva di una giovane donna, al pari di quanto avvenuto nella successiva strage di via Palestro in Milano.
Così è stato riesumato "l'identikit (realizzato dalla Polizia, ndr) - mai reso pubblico dagli inquirenti e dalla Procura di Firenze - raffigurante il volto di una giovane donna con i capelli a caschetto, asseritamente presente al collocamento da parte di due ignoti di un pesante borsone in un Fiorino bianco in via dei Bardi, nel centro di Firenze intorno alla mezzanotte del 26 maggio 1993, e ciò in un momento anteriore e prossimo all’esplosione dell’autobomba in via dei Georgofili".

Il testimone mai sentito
Di quella donna aveva parlato Vincenzo Barreca, il portiere del condominio, che sorge proprio di fronte al luogo cruciale dell’attentato, che raccontò già poco dopo la strage di aver sentito, poco prima della mezzanotte, una discussione “abbastanza animata” tra due uomini sul marciapiede proprio di fronte le sue finestre.
Poi aveva visto arrivare un’auto di colore grigio metallizzato, il numero di targa iniziava con le lettere RO, che si ferma all’altezza dei due: “forse Mercedes” dal “musetto basso” ed una mascherina con supporti verticali. Barreca a questo punto aveva visto scendere dall’auto una giovane donna con capelli neri, corti e lisci vestita elegantemente con i tacchi che imprecava contro due uomini che caricavano un borsone su una macchina. E disse che c’era anche un furgone tipo Fiorino.
La Commissione mette in evidenza l'anomalia per cui, "per tantissimi anni non è stato esaminato dai magistrati inquirenti" tanto che "il suo nome nemmeno compare nella lista testi depositata dal pubblico ministero nel processo 'Bagarella', conclusosi nel giugno 1998".


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Nel corso del tempo "il contenuto delle esternazioni del dichiarante subisce dei mutamenti arricchendosi di dettagli in occasione delle dichiarazioni verbalizzate il 7 luglio del 1993 dalla Digos".
Secondo quanto si legge nella relazione "significative novità" si presentano "nell’audizione compiuta da una delegazione della Commissione alla fine del 2019".
“Egli - si legge - ha ricordato che i due uomini avevano a loro disposizione un’auto blu, del colore delle auto dell’Aeronautica, che era caduta loro una ‘mappa’ di Firenze ove due punti erano segnati con dei cerchi rossi e che il pesante borsone era stato trasferito, alla presenza di una donna giunta con una Mercedes direttamente sul Fiorino”.

Chi alla guida del Fiorino?
Altre dichiarazioni esaminate dalla Commissione sono quelle di Andrea Borgioli, testimone oculare che era stato già sentito e valorizzato nelle sentenze. Questi disse di "aver notato discendere dal Fiorino, dopo averlo parcheggiato nel punto dove, circa 25 minuti dopo, sarebbe esploso, un giovane poco più basso di lui. Il Borgioli - fa notare il Comitato - precisò, in detta occasione, di essere alto un metro e ottantasette. Cosimo Lo Nigro (ovvero il mafioso che nelle sentenze è indicato come essere stato l'uomo alla guida del Fiorino, ndr) è alto un metro e settanta".
Anche questa sembra essere una falla importante della ‘ricostruzione ufficiale’.
Secondo la relazione del Comitato tutto ciò “induce a ritenere logicamente credibile il fatto che sia avvenuto un cambio del conducente del Fiorino”.
E sul punto Spatuzza, alla Commissione, ha fornito una propria interpretazione: "Se ne stiamo discutendo e si parla di questo (uomo, ndr) alto, io vi dico: se seguiamo questa logica allora Lo Nigro, che so, duecento metri, trecento metri prima, a un chilometro deve consegnare questo Fiorino a questa terza persona". Quindi ha aggiunto che, tuttavia, gli sembra strano che quando arriva a casa Lo Nigro gli dica "abbiamo centrato".
Tutti questi elementi, per la relazione del Comitato II della Commissione Antimafia, "legittimano l’ipotesi che nelle ore che separano la partenza del Fiorino da Prato al collocamento dell’autobomba in via dei Georgofili possa essere avvenuto un rafforzamento della carica con introduzione a bordo del veicolo di un ulteriore quantitativo di esplosivo ad alto potenziale”.
La Commissione basa questa ipotesi sull’audizione del consulente di allora dei magistrati fiorentini in materia di esplosivi, Gianni Giulio Vadalà, dirigente della Polizia.


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Il collaboratore di giustizia, Gaspare Spatuzza, scortato fuori da un'aula di tribunale


L'inedito confronto tra Ferro e Spatuzza
Un importante passo nell'accertamento della verità vi è stato dopo l'escussione dei due collaboratori di giustizia Vincenzo Ferro (ex mafioso che non si è mai fatto un giorno di carcere, ndr) e Gaspare Spatuzza, messi a confronto su un dato molto importante inerente i movimenti delle auto del commando mafioso.
Dopo alcuni tentennamenti, di fatto, Ferro ha dovuto ammettere davanti alla Commissione, in primo luogo che non vi era Spatuzza sulla Golf uscita ad accompagnare il capo del commando, ma Giuseppe Barranca, che prima della strage è salito su un camion diretto al sud.
Su quella Golf colore carta da zucchero, dunque, non c'era Spatuzza ma lui stesso.
Inoltre ha dovuto anche ammettere che Spatuzza è stato sicuramente più preciso sul riferire l'orario di uscita da casa del commando.
Ferro nei processi aveva sempre indicato un orario di poco anteriore alla mezzanotte il momento dell'effettiva partenza del Fiorino con i due componenti del commando (Francesco Giuliano e Cosimo Lo Nigro).
Per Spatuzza, invece, i due sarebbero partiti dalla casa dello zio di Ferro, a Prato, quando la partita (la finale della 38ª edizione della Coppa dei Campioni tra Olympique Marsiglia e Milan iniziata alle 20 e 15 del 26 maggio e finita con un 1-0 per i francesi prima delle 22 e 15) era in corso o finita da pochissimo tempo.
Dopo il confronto, dopo aver mostrato alcune difficoltà, Ferro ha ritrattato la propria prospettazione confermando la tempistica offerta da Spatuzza.
E' un fatto noto che l'esplosione dei Georgofili arriva alle ore 1.04 di notte.
Gaspare Spatuzza, ritenuto credibile dalle Procure, ha ribadito ai commissari che la miccia prevista per l’esplosione richiedeva un minuto. Il trasferimento da Prato al centro di Firenze richiede mezz’ora.
Dunque cosa è successo in quel cuneo di tempo pari a due ore in cui il Fiorino, stando all'analisi dei contributi dichiarativi, "sparisce nel nulla"?
Tale circostanza, secondo la Commissione, permette di affermare come ipotesi che l’auto piena di tritolo mafioso possa essere anche arrivata in via Bardi in un orario coincidente con quello della scenetta vista dal portiere di via de' Bardi, Barreca.
E' anche da questo che si forma il convincimento della presenza di soggetti esterni a Cosa Nostra anche nelle fasi di esecuzione delle stragi.
Le responsabilità da accertare sul biennio stragista del 1992 e del 1993 prosegue senza sosta. E' nota l'attività della Procura di Firenze con l'apertura del fascicolo sui mandanti esterni delle stragi che vede protagonisti Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri, ma anche l'iscrizione di una donna nel registro degli indagati con l'accusa di essere coinvolta nell'attentato di via Palestro a Milano del 27 luglio 1993.
La verità sulle stragi in Continente passa anche da queste indagini che ora potranno avvalersi anche degli spunti offerti dalla Commissione parlamentare.

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