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Di Matteo: "Qui, collegando i vari elementi, le interlocuzioni intercorse tra Mancini e Pini e tra Pini e Ferri, si capisce che c'è stata una richiesta"

Mercoledì 19 ottobre, il plenum del Consiglio superiore della magistratura (con 11 voti a favore, 8 contrari e 3 astensioni) ha deliberato il trasferimento del procuratore generale di  L’Aquila, Alessandro Mancini, fratello di Marco (ex funzionario dei Servizi Segreti coinvolto nel caso dell’incontro in autogrill con Matteo Renzi nel dicembre 2020). La richiesta era stata avanzata dalla Prima Commissione il cui relatore è stato il consigliere togato Nino Di Matteo: nel documento di delibera si legge che “la commissione con 4 voti favorevoli e due astenuti” aveva proposto il trasferimento di Mancini “per incompatibilità ambientale e funzionale”. Nello specifico, si legge, "Mancini ha intrattenuto rapporti personali con il dott. Gianluca Pini, (ex deputato della Lega ndr) più volte indagato dalla Procura della repubblica di Forlì dall’anno 2012, anche al fine di conseguire specifiche utilità per sé e altri". Inoltre ad aprile 2021, la squadra mobile di Forlì, "su delega della Procura della repubblica", titolare di un “procedimento penale iscritto nei confronti di Pini”, aveva eseguito "un decreto di sequestro del cellulare dal cui esame emergevano alcune conversazioni via chat intercorse tra il predetto indagato e il dott. Alessandro Mancini". "Dalla lettura delle chat oggetto di acquisizione nel presente procedimento emerge", sostiene la Prima commissione, "un rapporto di consolidata amicizia e frequentazione tra il dott. Mancini ed il Pini, e non di mera conoscenza e occasionale convivialità”.  Nella vicenda compare anche il nome del magistrato in aspettativa Cosimo Ferri, esponente non rieletto di Italia Viva.  Gli inquirenti, indagando sull’ex parlamentare della Lega, avevano scoperto un incontro tra Ferri e Mancini. Mediato proprio da Pini.
I passaggi delle chat, infatti, sono molto chiari.
Il 14 gennaio 2020 Pini aveva scritto a Mancini: “Ho sentito Cosimo. Fammi sapere dove alloggi che poi ti cerca lui per vedervi”. Ricevuto l’indirizzo, Pini lo aveva girato a Ferri, spiegando che Mancini “dalle 19 circa in poi è libero. Ed è a Roma fino a domani: vedetevi e parlatevi che ci sono un paio di cose da sistemare. Grazie”. Poi aveva informato Mancini che gli aveva risposto: “Grazie mille!”. Il giorno dopo era stato Mancini che aveva scritto a Pini: “Sto per incontrarlo. Ti faccio sapere”. E dopo: “Tutto ok, grazie a te! Ti dirò quando ci vedremo”.
Il 4 marzo 2020, dopo la nomina del procuratore di Roma, Pini aveva scritto a Ferri: “Ciao Cosimo. Adesso che si è chiusa la pratica romana, ricordati per favore di Alessandro (L’Aquila)… e di Sant’Angelo (Grosseto)…”. “Grazie a te” aveva risposto Ferri, “parli di ottime persone”.
Il 17 settembre 2021 Pini si era congratulato con Mancini: “Carissimo Alessandro, ho saputo della proposta all’unanimità per L’Aquila. Lieto per te (…)”. E Mancini: “Grazie di cuore”. Poi Pini aveva in seguito scritto a Ferri: “Grazie per Alessandro, so che è andato tutto bene…”. E Ferri: “Sì, tutto ok un abbraccio”. Il 4 novembre 2021 il Plenum aveva nominato Mancini procuratore generale di L’Aquila: “Congratulazioni per il voto al Plenum. A presto (spero). Luca”, aveva scritto Pini. E Mancini: “Ringrazio sentitamente”.
In soldoni, secondo la Prima Commissione, Pini e Ferri erano coinvolti nella procedura che aveva portato alla nomina di Mancini a pg di L'Aquila.
Questa ricostruzione, secondo alcuni consiglieri non reggerebbe. Antonio D'Amato, per esempio, aveva detto in plenum che "tutta la delibera è impostata su una congettura". La consigliera Loredana Micciché, invece, aveva detto che: “Francamente se dovessi scrivere una sentenza, io non potrei che scrivere una sentenza di assoluzione. Perché non ho prove di quello che si imputa al Mancini".
Altri consiglieri invece, come il laico Stefano Cavanna, hanno avvalorato la tesi della Prima Commissione.
Va specificato che allo stato attuale non esiste nessuna prova che ci siano state delle pressioni sul Csm.
Tuttavia, come spiegato dal relatore della pratica, Nino Di Matteo: "Qui, collegando i vari elementi, le interlocuzioni intercorse tra Mancini e Pini e tra Pini e Ferri, si capisce che c'è stata una richiesta. Una sollecitazione. Non è soltanto un sospetto. Se si collegano le cose".
"Io ribadisco - ha continuato il magistrato - che da questo punto di vista, i fatti intesi, non come pressioni esercitate sul consiglio perché su quello non c'è assolutamente la prova, ma come richiesta di interessamento a Pini e a Ferri per l'attribuzione di quell'incarico, si possono desumere in maniera precisa e concordante da questi elementi di prova, che devono essere tra loro collegati. E dimostrato questo fatto, insisto nel dire che se noi vogliamo attribuire veramente un minimo di valenza alla tutela dell'immagine d'indipendenza e imparzialità della magistratura tutta, e di quel magistrato, non possiamo lasciare il dottor Mancini a fare il procuratore generale a L'Aquila".
La ricostruzione dei fatti formulata dal consigliere togato palermitano, già noto pubblico ministero, è stata infine accolta dalla maggioranza del consiglio superiore della magistratura, il quale ha poi deliberato il trasferimento.
Non è nostra intenzione tediare i lettori con termini o espressioni tecniche usate all’interno del Consiglio. Se riportiamo i contenuti delle delibere e le parole dei dibattiti tra i consiglieri (udibili tramite Radio Radicale), soprattutto su temi particolarmente sensibili, è solo per descrivere il più fedelmente possibile ciò che accade all’interno dell’organo di autogoverno dei magistrati. Certamente, dopo lo scandalo delle nomine, al centro del quale era finito Palamara, il Csm ha perso agli occhi dell’opinione pubblica molta della sua credibilità.
Ma non è tutto negativo.
I cittadini hanno diritto di sapere che ci sono ancora consiglieri, come Nino Di Matteo, Sebastiano Ardita e altri come loro: rappresentanti di quella magistratura onesta ancora in grado di prendere su di sé gli oneri dei loro uffici, senza lasciarsi condizionare da “vecchie” logiche di potere e di carriera.

Foto © Imagoeconomica

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