Il magistrato intervenuto con Sebastiano Ardita ed Alessandro Di Battista all'evento “30 anni dalle stragi”

“La politica in particolare ha tradito l'operato di Giovanni Falcone e se pensiamo a quello che sta accadendo oggi per esempio con la messa in discussione, e non solo con sentenza Cedu, ma anche con la riforma Cartabia, del cosiddetto ergastolo ostativo; che la Dna e la Dia non hanno mai assunto quel ruolo centrale della lotta alla mafia che Falcone aveva immaginato; se pensiamo a quello che accade, purtroppo ripetutamente, nel passaggio fondamentale della politica siciliana e nazionale, dobbiamo dircelo chiaramente, l'opera di Giovanni Falcone è stata disattesa. E l'esempio è stato tradito, deluso ed ingannato”.
Non ha usato mezzi termini il magistrato Nino Di Matteo, intervenuto ieri a Milano in occasione del convegno organizzato dal consigliere regionale Luigi Piccirillo che ha visto anche la partecipazione dell'altro consigliere togato del Csm Sebastiano Ardita, di Alessandro Di Battista e del giornalista Giuseppe Pipitone in qualità di moderatore.
Un'occasione per riflettere sulla condizione in cui verte l'Italia a poco più di una settimana dalle nuove elezioni e in seguito all'uscita delle motivazioni della sentenza di secondo grado sulla trattativa Stato-mafia. Nel mezzo ci sono anche i misteri delle stragi del ’92, i depistaggi delle indagini su Capaci, via d’Amelio e le bombe del ’93, i fili neri che collegano la nascita della Seconda Repubblica alla cosiddetta strategia della tensione. Quindi la riforma della giustizia Cartabia che a detta di molti si presenta come la peggiore di sempre.
Giovanni Falcone aveva una visione politica e in quegli anni fu ispiratore della legge istitutiva della Dna e della Dda; della legge istitutiva della Dia; di una serie di modifiche del codice di procedure penali che sostanzialmente impedivano ai mafiosi arrestati di scontare la pena ai domiciliari. Fu fautore del decreto del doppio binario anche penitenziario, con un sistema che venne consacrato con il 41 bis. Prima di allora, nell'ambito della magistratura, era stato ripetutamente sconfitto in una storia giudiziaria di giudice e procuratore aggiunto costellato di delusioni (in riferimento alle varie bocciature subite nel tempo dal Csm, ndr)”.


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“Quando dico che l'opera di Giovanni Falcone e la sua passione e visione alta della politica contro il potere criminale ed il sistema mafioso sono stati in questi trent'anni, particolarmente negli ultimi, traditi ed ingannati lo dico con amarezza” ha proseguito Di Matteo per poi ricordare le parole di Paolo Borsellino sulla differenza che c'è tra la responsabilità penale e quella politica rispetto a certi fatti che spesso riguardano proprio soggetti politici ed istituzionali.
E l'amarezza si accresce in questo momento in cui “non solo nella narrazione collettiva, ma anche larga parte del Paese e delle istituzioni considerano certi fatti come archiviati” e indagini e processi che riguardano specifici momenti storici vengono considerati parte “solo del passato e che, auspicabilmente, non devono far parte del nostro futuro”.
Di fronte a tali gravità si registra un silenzio assordante delle istituzioni con un conseguente abbassamento dell'attenzione dell'opinione pubblica che perde sempre più la propria capacità di indignazione. Ed è questo il timore più grande, da cittadino prima ancora che da magistrato, che Di Matteo ha voluto rappresentare: "Temo che il nostro è un Paese che sta facendo passi indietro rispetto a trent'anni fa, quando le stragi provocarono nella parte più sana ed avveduta della popolazione un forte senso di indignazione e ribellione; un recupero di dignità che purtroppo nel tempo si è andata affievolendo fino a scomparire del tutto".
"Oggi - ha aggiunto - è divenuto normale che non si parli di una sentenza che statuisce che parte importante delle istituzioni abbiano trattato con un'ala di Cosa nostra, che abbia favorito la latitanza di Provenzano, che volontariamente non si sia perquisito il covo di Riina per dare un segnale; che condannati ed indagati di livello determinano le candidature e siano loro stessi candidati".
In questo senso la situazione è più grave di 30 anni fa. Rispondendo alla domanda sulla candidatura di Renato Schifani alla presidenza della Regione siciliana ha ribadito la propria preoccupazione: “Da cittadino sono preoccupato e vorrei che il nostro Paese recuperasse la capacità di indignarsi di fronte a queste situazioni. Il nostro Paese ha fatto dei grandi passi indietro, oggi è considerato normale il fatto che venga candidato un esponente politico che, stando alle parole di chi ha archiviato il procedimento (Schifani fu indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, ndr), ha comunque avuto rapporti significativi con esponenti mafiosi di livello".


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L'intervento del consigliere togato del Csm, Nino Di Matteo


La verità sulle stragi
Parlando della ricerca della verità sulle stragi Di Matteo ha evidenziato come in questi trent'anni di inchieste e processi, nonostante alcune indagini siano state oggetti di depistaggi, non si può dire che non si è giunti a nulla: "Spesso non si parla di ciò che sappiamo ed è stato raggiunto. Da inchieste e processi, non solo a Caltanissetta, ma anche a Firenze e Palermo (a cui si aggiungono le recenti risultanze di Reggio Calabria, ndr) sono venute fuori circostanze che dovrebbero farci riflettere e dovrebbero impegnare il Paese a pretendere che il percorso di verità sia completato. Invece non è così e quei pochi magistrati ed esponenti delle forze dell'ordine che continuano ad impegnarsi in questo senso vengono continuamente delegittimati e guardati come degli sciocchi, come quegli 'ultimi giapponesi' che continuano a fare una guerra che non c'è più". Di Matteo ha così ricordato alcuni fatti, riguardanti le sette stragi avvenute tra il 1992 ed il 1994, in particolare concentrandosi sull'Attentatuni di Capaci, dove Falcone fu ucciso con determinate modalità, mentre poteva essere ucciso a Roma in maniera meno eclatante.

La sentenza trattativa
Durante l'evento, ovviamente, si è parlato anche delle motivazioni della sentenza d'appello sulla trattativa Stato-mafia e Di Matteo, pur confermando il rispetto della sentenza di assoluzione per alcuni imputati, ha evidenziato come nelle tremila pagine della motivazioni vi sia scritto, tra le altre cose, che “la trattativa che pezzi importanti dello Stato condussero con Riina fu in parte politica. C'è scritto che questi uomini dello Stato hanno agito per favorire la cosiddetta ala moderata, rispetto quella oltranzista stragista. Nell'ala moderata c'era un soggetto come Provenzano che per fatti di quel periodo era stato condannato per omicidio. Ecco, quando dicono che è stato smontato il teorema della trattativa, dovrebbero andarci a sbattere. C'è scritto che la mancata perquisizione del covo di Riina fu fatto per rafforzare il dialogo in atto. Questi sono fatti riportati in quella sentenza di assoluzione. Ed io mi chiedo, e sono preoccupato da cittadino, e non da magistrato: possibile che in questo Paese queste conclusioni non abbiano scatenato un dibattito di tipo politico, culturale, civico, oltre che giudiziario? Possibile che un Paese democratico possa accettare di leggere in sentenza che lo Stato tratta con vertici moderati della mafia per sconfiggere la tensione stragista?”.


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Ma questo è un Paese che ha anche metabolizzato condanne definitive come quelle che hanno riguardato Silvio Berlusconi per frode fiscale o quella di Marcello Dell'Utri per concorso esterno in associazione mafiosa.
Ed è questo uno degli argomenti sviluppato proprio da Alessandro Di Battista. L'ex Cinquestelle ha ricordato a tutti l'anomalia per cui “Berlusconi potrebbe diventare presidente del Senato, quindi la seconda carica dello Stato. Marcello Dell’Utri rilascia interviste e viene trattato come un intellettuale”. “Ma la cosa più grave e che più mi indigna - ha proseguito - per fare una ragionamento sulle responsabilità politiche e non solo penali (dato che anche Berlusconi è un condannato in via definitiva per frode fiscale), è quel 'grazie per essere venuto' che gli ha detto il Presidente del Consiglio Mario Draghi quando lo ha ricevuto poco prima di incassare il 'Sì' al suo governo da parte di tutti i partiti e purtroppo anche da parte del Movimento Cinque Stelle che forse ha compreso le proprie responsabilità”.
Di Battista ha auspicato che si possa aprire una nuova “stagione di attivismo civile anche al di fuori delle istituzioni, di indignazione”, quindi ha sottolineato il problema della memoria nel Paese (“tendiamo, infatti, a dimenticare la nostra storia, le nostre radici e il fatto, ad esempio, che l’Italia è una repubblica fondata sui depistaggi, dalla strage di Portella della Ginestra a quella di via d’Amelio”) e, per l'appunto, l'incapacità di indignazione. “Potrà anche essere reato solo per mafiosi trattare con lo Stato e non viceversa - ha aggiunto - ma, davanti alle delegittimazioni e agli attacchi diretti a Di Matteo e a quel pool antimafia di Palermo che ha istruito il processo sulla Trattativa Stato-mafia, ricordiamoci che quei magistrati sono riusciti comunque a far condannare dei mafiosi per la trattativa”. E poi ancora: “In Italia i responsabili non sono solo coloro che commettono o hanno commesso reati, ma anche chi crede che questi reati siano normali”.


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L'intervento del consigliere togato del Csm, Sebastiano Ardita


Il regime del 41 bis e la vicenda carceraria di Bernardo Provenzano
Un altro tema fondamentale affrontato durante il dibattito è stata la questione carceraria, relativamente al regime del 41bis e più nello specifico alla vicenda che ha riguardato la figura di Bernardo Provenzano. Quest’ultimo, esponente dell’ala più moderata di Cosa nostra e numero due dell’organizzazione mafiosa dopo Totò Riina, venne arrestato dopo tantissimi anni di latitanza l’11 aprile del 2006. In quel periodo Direttore generale dell’ufficio detenuti del DAP era proprio Sebastiano Ardita, attuale consigliere togato del Csm, il quale più volte ha raccontato le pressioni ricevute da varie parti istituzionali, al fine di far trasferire Provenzano dal carcere a cui era stato destinato. Il capomafia si trovava, in effetti, nella sede di Terni che, come ha spiegato Ardita, era una “struttura blindata e sicura”, “dove era stato costruito tutto un repartino speciale”, che era stato predisposto per accogliere Totò Riina. “Quando venne arrestato Provenzano all’interno del sistema istituzionale si mosse qualcosa per cui questo detenuto doveva stare da un’altra parte”, ha raccontato il consigliere. “Mi venne segnalato da più parti la possibilità di mandarlo all’Aquila o a Rebibbia, ma erano due sedi impensabili. Rebibbia perché aveva una sua permeabilità e l’Aquila perché c’era una controindicazione importante: la presenza di Giuseppe Piddu Madonia, considerato il numero 2 di Cosa nostra, cioè l’altro gestore della linea moderata che si andava profilando. Quindi era inopportuno mandarlo in quella sede”.


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Valutazioni che fanno comprendere quanto ogni scelta, soprattutto nell’ambito carcerario, possa essere delicata e determinante per la sicurezza dell’intera collettività. “Qualche giorno dopo”, ha continuato Ardita, “andai a vedere quali fossero le condizioni di Provenzano e lo trovai in una situazione di massima sicurezza. Il giorno dopo che tornai da Terni lessi sul giornale una notizia allarmante. All’ingresso del carcere il figlio di Riina aveva pronunciato una frase a voce alta di questo tenore: ‘Questo sbirro qua lo hanno portato’. Una frase minacciosa nei confronti di Provenzano che dava l’idea di una situazione di precaria sicurezza all’interno della struttura penitenziaria: questa notizia palesemente falsa supportò un rinfocolare di note, richieste e lettere di spostare Provenzano”. Alla fine, grazie ad una presa di posizione forte del consigliere, Provenzano non venne trasferito. E in effetti poco tempo emerse un fatto inquietante: “Il suggeritore di questa operazione era stato Ciancimino Junior”, il quale, “da ciò che ho letto, aveva avuto questa informazione da Carlo Franco, noto agli uffici che hanno condotto le indagini sulla Trattativa e mancato arresto di Provenzano. Quindi la situazione tempo dopo si fece più chiara”. Questa vicenda è stata emblematica del pericolo che si corre quando viene diffusa una falsa notizia, la quale può portare “a compiere attività del tutto fuori dalla linea istituzionale”, con il rischio che “ci siano deformazioni e deviazioni che non hanno nulla a che vedere con l’ordinario svolgersi della vita carceraria”.


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L'intervento di Alessandro Di Battista


La lotta alla mafia assente dal dibattito politico
Di Battista ha anche parlato della campagna elettorale che si sta sviluppando in questa calda estate puntando il dito contro l'assenza di due grandi temi: la lotta alla mafia e il conflitto di interessi.
“In Italia - ha detto l'ex deputato - siamo passati dall’avere magistrati, come Paolo Borsellino, che sapendo di essere morti che camminavano hanno ugualmente proseguito nel loro lavoro, all’avere politici e giornalisti che hanno paura di prendere posizione perché temono che gli si possa ridurre il conto in banca o perdere un avanzamento di carriera, nonostante si parli di fatti accertati da sentenze definitive. Il conflitto di interessi è legato al fenomeno della corruzione. Oggi nessun politico prende più le mazzette. Il sistema correttivo odierno funziona grazie alle consulenze. Questo è il sistema da affrontare. Un sistema in cui alcuni politici non fanno determinate leggi o battaglie perché poi vengono premiati da organizzazioni criminali, poi trasformate in organizzazioni imprenditoriali (e la regione Lombardia ne è l’esempio essendo una delle regioni più mafiose d’Italia). Questi temi sono indissolubilmente legati al conflitto di interessi. E dobbiamo anche seguire il tema delle nomine. Non dobbiamo limitarci alle semplici candidature impresentabili. Una volta finite le elezioni si proclamano nuovi deputati e inizia l’iter delle nomine. In questo meccanismo spesso chi è nominato gestisce potere e questo tema è nascosto”.
Sul conflitto di interessi ha ricordato come questo non sia solo riferibile alla figura di Berlusconi, ma riguarda “anche i politici, le banche, la grande imprenditoria, i giornali, riguarda anche i pezzi grossi dei sindacati e i partiti politici. Un tema che apparentemente non è legato alla mafia, ma sì è legato ad un mal costume, all’immoralità, alla mancanza di etica”.


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La riforma Cartabia: non rende giustizia e rafforza il sistema correntizio
Sulla riforma Cartabia si sono espressi sia Ardita sia Di Matteo. Il primo ha spiegato sul lato tecnico come funziona oggi il sistema di elezione al Consiglio superiore della magistratura e come la riforma della ministra andrà a rafforzare il potere esercitato dalle correnti e diminuisca, quasi annullandola, la possibilità che un candidato indipendente possa essere eletto senza aderirvi. In effetti attualmente, come ha spiegato Ardita, “è possibile anche che un gruppo di magistrati, di colleghi ritengano di appoggiare un candidato indipendente, riesca a farlo eleggere. È successo per esempio a Nino Di Matteo, che è riuscito ad essere eletto anche se non faceva parte di nessuna corrente. Questo consentiva ad una piccola formazione di avere uno spazio, una possibilità. Questa nuova legge ha dei collegi binominali, quindi i primi due che prendono più voti in ogni collegio, vengono eletti. Così diventa difficile per chi non ha una forza come quella delle correnti poter ottenere una elezione”.
Dopo l'intervento di Ardita anche Di Matteo ha voluto evidenziare alcune assurdità presenti nella riforma Cartabia, in primis quella norma in cui si impedisce a quei magistrati che fanno parte del Csm o che ne hanno fatto parte negli ultimi due anni, di potersi eventualmente candidare alle elezioni. “Parliamo di sedici magistrati su diecimila - ha detto Di Matteo - Il problema non sono io, ma il fatto che quando si fanno leggi che riguardano i magistrati e che sono palesemente incostituzionali si dovrebbe riflettere”. Altre note dolenti della riforma Cartabia è poi il rischio che ci sia “una magistratura sempre più burocratizzata, sempre meno libera e più timorosa; con magistrati che per fare carriera saranno sempre più attenti a non disturbare i potenti; pronti a ingraziarsi il favore dei Capi degli uffici per non essere poi stroncati dai pareri; pronti ad accontentare gli avvocati e soprattutto prestare attenzione alle statistiche con pm che verranno indotti a non rischiare processi difficili”. Ed è anche da queste cose che si avrà una giustizia forte con i deboli e debole con i forti, aumentando quella mancanza di fiducia da parte del cittadino nelle istituzioni. Ed è anche così che si tradisce la memoria di Falcone e Borsellino.

Foto © ACFB

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