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Da domani saranno passati quarant'anni dalla strage di via Isidoro Carini, in cui hanno perduto la vita il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l'agente di scorta Domenico Russo.

Anche a distanza di anni sono ancora molte le "zone d’ombra" che "offuscano la verità completa sia con riferimento alla coesistenza di specifici interessi all’interno delle istituzioni sia in ordine alle modalità con le quali il prefetto è stato mandato in Sicilia a fronteggiare il fenomeno mafioso senza i mezzi necessari". L'analisi del procuratore aggiunto di Firenze Luca Tescaroli, pubblicata sul 'Fatto Quotidiano', riporta alla luce la determinazione del generale di agire in terra siciliana "senza sconti per nessuno" e che questo proposito era stato avvertito in tutta la sua "pericolosità non solo da Cosa Nostra, ma anche da quella classe politica legata a filo doppio con l’organizzazione, che non aveva esitato a fare terra bruciata attorno a quell’uomo venuto dal Nord".

"Se è vero che quel generale è divenuto un eroe nazionale, mai una vittima di mafia da morta è stata fatta oggetto di così numerose aggressioni, anche alimentate dalla sua accertata appartenenza alla P2, un’incauta adesione che ha attirato un valido uomo delle istituzioni".

È una storia assai contorta, ma che certamente ha contribuito a gettare moltissimo fango sulla figura del prefetto di Palermo.

Era l'inizio del 1976 e il reparto speciale antiterrorismo era stato smantellato. Dietro a questa operazione, secondo lo stesso dalla Chiesa, c'era stata anche l'influenza dei piduisti della Pastrengo e della legione di Milano.

Nell'autunno del 1976 al generale gli viene comunicato dal comandante generale dell'Arma Enrico Mino che nel febbraio 1977 avrebbe dovuto lasciare anche il comando di brigata di Torino e che per qualche tempo sarebbe dovuto restare 'a disposizione'. Un modo come un altro per dire 'parcheggiato'.

L'epilogo di questa vicenda si era concluso sempre nell'autunno del 1976 con la firma di Carlo Alberto dalla Chiesa su una domanda di iscrizione alla P2, 'sapientemente' offertagli da Franco Picchiotti, generale dei Carabinieri e Comandante della Legione di Roma.

Era stato lui, anche secondo la testimonianza dello stesso dalla Chiesa, a offrirgli quel 'boccone avvelenato'.

"Nell'ottobre del 1976 - aveva raccontato il generale il 23 febbraio 1982 davanti alla commissione di inchiesta sul caso Moro - mi trovai a ricevere nel mio ufficio a Torino il generale Picchiotti, che era stato vicecomandante dell'arma. Non l’avevo mai avuto come superiore diretto, non ci siamo mai conosciuti nella carriera percorsa dell'uno e percorsa dall'altro e devo dire che vi era sempre da parte mia una specie di soggezione come poteva esservi tra un generale di brigata di periferia e un vice comandante che ormai era generale di corpo d’armata.


dalla chiesa emanuela letizia battaglia

Carlo Alberto dalla Chiesa ed Emanuela Setti Carraro in uno scatto di Letizia Battaglia


Ebbene, lo ricevetti per un’ora e mezzo e mi parlò di questa massoneria, dicendomi che oramai era giusto che anche io vi facessi parte. Ovviamente resistetti dicendo che non mi interessava, che mio padre era sempre stato lontano da questi concetti, insisteva, allora io gli ho detto che ero cattolico praticante e lui mi disse che c’erano dentro anche dei cardinali. Dopo un'ora e mezzo se ne andò senza che io avessi fatto un minimo gesto di assenso. Dopo circa quindici giorni, verso il 28 ottobre, quello tornò per portami la domanda a stampa. Allora a quel punto mi dissi che volevo vedere fin dove andavamo a finire. Non si può pensare che dopo che un argomento era stato così risolutamente rigettato venisse un ex vicecomandante dell'arma a portare una siffatta domanda!"

Domanda che era datata 28 ottobre 1976. Verrà ritrovata più di quattro anni dopo nel corso della perquisizione eseguita nell'ufficio di Licio Gelli a Castiglione Fibocchi, conservata nella cassaforte dell'ufficio, in una cartellina intitolata 'sospesi'.

La Sicilia del 1982
Ricordiamo che al tempo (1982) "la compagine governativa era guidata da Giovanni Spadolini e il ministro degli Interni era Virginio Rognoni. Presidente della Regione siciliana era l’andreottiano Mario d’Acquisto. Gran parte del potere politico reale era nell’isola custodito da Salvo Lima, Vito Ciancimino e Aristide Gunnella".

Calogero Ganci, parlando con il magistrato Luca Tescaroli, ha raccontato i particolari di quel tragico giorno, il 3 settembre 1982: "Spiegò - racconta il magistrato - di aver guidato l’auto dalla quale Antonino Madonia aveva iniziato a sparare con il kalashnikov, crivellando di colpi Setti Carraro e la figura quasi leggendaria del generale, che aveva saputo combattere il terrorismo di sinistra, che apertamente aveva osato sfidare Cosa Nostra, venendo in Sicilia".

"Negli interrogatori successivi - si legge sul 'Fatto' - Ganci indicò i 13 componenti del commando operativo e le modalità organizzative ed esecutive dell’agguato. Il 12 luglio successivo, lo seguì nella scelta collaborativa il cugino Francesco Paolo Anzelmo. Senza di loro non si sarebbe mai giunti a individuare e a condannare i responsabili dei tre omicidi. Frattanto, il 10 giugno 1996, la Corte di cassazione poneva la parola fine al maxiprocesso, iniziato oltre un decennio prima, riconoscendo la responsabilità, quali mandanti, di Salvatore Riina e di altri sei componenti della commissione provinciale palermitana. La condanna di Madonia e di altro membro del commando (Vincenzo Galatolo) è divenuta definitiva, a seguito della sentenza del 22 giugno 2004 della Corte di cassazione. Il lungo percorso per giungere all’accertamento della verità è stato caratterizzato dal depistaggio del pregiudicato Giuseppe Spinoni (le cui spese legali venivano sostenute dai servizi segreti), che indirizzò le indagini verso criminali del tutto estranei e che venne, poi, condannato per calunnia".

Dieci giorni dopo la morte del generale (13 settembre 1982) il Parlamento "approvò il progetto di legge Rognoni-La Torre (Pio La Torre era stato ucciso il 30 aprile 1982) che introduceva il reato di associazione mafiosa, le misure di prevenzione patrimoniali del sequestro e della confisca, e una nuova regolamentazione volta a contrastare l’infiltrazione mafiosa negli appalti. Venne istituita una speciale commissione in seno al Csm. Si cominciò a comprendere quanto era compenetrata Cosa Nostra nel sistema del potere. Dalla Chiesa aveva capito che il pentitismo era possibile, che erano necessarie un’azione di coordinamento nazionale e la neutralizzazione degli interessi mafiosi nella Pubblica amministrazione".

Fonte: ilfattoquotidiano.it

Foto di copertina © Imagoeconomica

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