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Su Il Fatto Quotidiano il magistrato ricorda i crimini compiuti da boss e terroristi: non si può pensare di poter interloquire con tali criminali

“Quel che l’efficace contrasto insegna è che mafia e terrorismo, se si vogliono annientare, debbono essere osteggiati da tutte le forze politiche (come è accaduto per il terrorismo interno), dagli uomini delle istituzioni e da tutti i cittadini”. A scriverlo, in un articolo su Il Fatto Quotidiano, è Luca Tescaroli, procuratore aggiunto di Firenze. Il magistrato, che attualmente si occupa negli uffici della Dda del capoluogo toscano delle indagini sui mandanti esterni delle stragi del 1993, ha commentato la sentenza d’Appello del processo sulla trattativa Stato-mafia e le motivazioni recentemente depositate dai giudici in cui viene affermato che, in estrema sintesi, trattativa tra uomini di Stato e Cosa nostra ci fu ma che venne avviata dal Ros dei Carabinieri per fini solidaristici con lo scopo di fermare le stragi mafiose. Al di là delle conclusioni della corte che in molti hanno contestato nelle ultime due settimane, Luca Tescaroli, come altri colleghi magistrati, ha ribadito il concetto che con le organizzazioni criminali non si può scendere a dialogo, tantomeno a patti. “Nessuno deve pensare di poter interloquire e negoziare con i criminali inseriti in tali contesti, se non nel caso in cui decidano di collaborare con la giustizia, perché altrimenti significa legittimare le loro condotte delinquenziali e rafforzare i loro propositi criminosi”, scrive Tescaroli.
“L’iniziativa del 1992 - che vide coinvolto un capitano, il vicecomandante e lo stesso comandante del ROS dei Carabinieri, conosciuta solo grazie alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Giovanni Brusca nel luglio-agosto 1996 – di contattare i vertici di cosa nostra per ‘capire cosa volessero’ in cambio “della cessazione delle stragi” produsse l’effetto di convincere i capi mafiosi “definitivamente che la strage era idonea a portare vantaggi per l’organizzazione’ ed ebbe un ‘effetto deleterio per le Istituzioni, confermando il delirio di onnipotenza dei capi mafiosi e mettendo a nudo l’impotenza dello Stato’, come hanno evidenziato i giudici della Corte d’Assise di Firenze del giugno 1998, che si sono occupati delle stragi del biennio ’93-’94”, ha affermato il magistrato. Su questa linea, Tescaroli ha quindi ricordato l’assassinio del Procuratore Generale della Corte d’appello di Genova Francesco Coco, “assassinato dalle Brigate Rosse l’8 giugno 1976, durante gli anni di piombo, per essersi opposto allo scambio tra il magistrato rapito Mario Sossi e quelli della XXII Ottobre, sebbene magistrati, opinione pubblica e “garantisti” fossero favorevoli”. Sempre nell’articolo, il magistrato ha ricordato altri uomini di Stato caduti per mano criminale nel corso della prima Repubblica. Tutti personaggi dalla schiena diretta che hanno sacrificato la loro libertà e la loro vita per lo Stato.
“A Palermo, il 19 luglio 1992, vennero dilaniati con un’autobomba Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta. Il 21 luglio 1979 venne assassinato il vicequestore Boris Giuliano. Il 28 luglio 1985 il commissario Beppe Montana. Il 29 luglio 1983 il giudice istruttore Rocco Chinnici, con due carabinieri di scorta e il portiere dello stabile ove abitava. Si è verificato il 6 agosto 1980 l’assassinio del Procuratore della Repubblica Gaetano Costa e lo stesso dì, cinque anni dopo, furono ammazzati il commissario Ninni Cassarà e l’agente Roberto Antiochia. Il 3 settembre 1982 è toccato al prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, alla moglie Emmanuela Setti Carraro e all’agente Domenico Russo. Il 15 settembre 1993 fu la volta di padre Puglisi e il 25 settembre 1979 del giudice Cesare Terranova e dell’agente Lenin Mancuso”. Una sequenza di crimini che “ha generato annualmente numerose cerimonie di commemorazione che inducono i parenti delle vittime, coloro che si trovavano in quelle città e molti cittadini (tanti non ancora nati quando si sono verificati quei delitti) a ricordare ogni tragedia. A cosa servono o a cosa dovrebbero servire tutti questi anniversari? Oltre a ricordare quanto è già avvenuto per rendere onore ai caduti e la pericolosità dei gruppi che si sono resi protagonisti di tali azioni, a porre in rilievo la reazione dello Stato e della società civile, a quanto le indagini e i processi hanno consentito di accertare per trarre insegnamento da quanto è avvenuto, per preservare gli strumenti repressivi che hanno consentito di ottenere quei risultati e per non commettere o ripetere errori”.

Foto © Paolo Bassani

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