Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti per migliorare la navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’uso del sito stesso. Per i dettagli o per disattivare i cookie consulta la nostra cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque link del sito acconsenti all’uso dei cookie.



L'ex magistrato del pool di Palermo: "Ciò che sostenemmo non erano chiacchiere o invenzioni giudiziarie"

"Chi avviò quella Trattativa non era un eroe della Repubblica. Anzi, ha tradito lo Stato e la Costituzione. Queste cose bisogna dirle. E bisogna dire che Paolo Borsellino e Giovanni Falcone non avrebbero mai trattato con i mafiosi sanguinari e stragisti. Invece questi uomini dello Stato hanno fatto questa scelta. Una scelta che i giudici (d'Appello ndr) hanno definito essere stata fatta per fini solidaristici, per impedire altre stragi. Bhe direi 'alla faccia': visto che" ci sono state altre stragi dopo quella trattativa, "vennero uccisi altri cittadini innocenti, altro che 'fini solidaristici".
È tagliente il commento dell'avvocato ed ex pm del processo Trattativa Stato - Mafia Antonio Ingroia in merito alle motivazioni della sentenza del processo di Appello del Trattativa depositate nei giorni scorsi.
"Quella trattativa è stata avviata da uomini dello Stato", ha detto Ingroia in un video su Facebook, "con coloro quali erano gli assassini di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Francesca Morvillo, e gli uomini e le donne delle loro scorte".
Si mettano l'anima in pace quindi i detrattori e i "sedicenti opinioni makers" che per anni "hanno detto che noi pm di Palermo del tempo" (Antonio Ingroia, Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia, Francesco Del Bene e successivamente Vittorio Teresi ndr) eravamo dei "visionari" e che "quell'accusa (attentato o minaccia a corpo politico dello Stato) era costruita sul nulla". La trattativa c'è stata.
Ma quegli ufficiali dei carabinieri, Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, sono stati assolti perché, contattando il sindaco mafioso Vito Ciancimino, secondo i giudici di Appello, "non vollero rafforzare la minaccia mafiosa allo Stato per strappare al Governo concessioni favorevoli agli interessi mafiosi, ma, semmai avrebbero voluto tali concessioni come male e come mezzo necessario per sventare una minaccia in atto". Ovvero fermare le stragi.
La sentenza emessa dalla Corte d’Appello aveva disposto anche l'assoluzione dell'ex senatore Marcello Dell'Utri (“per non aver commesso il fatto”), mentre aveva anche ridotto la pena a 27 anni per il boss corleonese Leoluca Bagarella e confermato quella per il medico-boss Antonino Cinà.
In sostanza "sono stati condannati i mafiosi che avevano portato avanti questo progetto" mentre nei "confronti dello Stato i magistrati di Palermo hanno affermato che quelle furono delle 'improvvide' iniziative, cioè incapace di ammettere o considerare eventualità sfavorevoli. Infatti tali condotte hanno "rafforzato i mafiosi nel loro proposito criminale, perché li hanno rafforzati nella loro determinazione di proseguire nella stagione stragista" in Sicilia "e fuori dalla Sicilia". "Insomma quello che noi sostenemmo in quell'indagine era tutto vero, era tutto fondato, altro che chiacchiere e invenzioni giudiziarie".
Al di là di tutto rimane una domanda: "in nome di quelle che i giudici chiamano 'indicibili ragioni di interesse dello Stato, indicibili ragioni di Stato diremmo", chi ha dato l'ordine di prendere questi contatti?" Cioè chi ha dato l'ordine agli uomini del Ros di prendere i contatti con Vito Ciancimino?
Quali erano queste indicibili ragioni di Stato?
"Noi vogliamo che queste ragioni indicibili vengano pronunciate, vengano svelate, vengano indagate".
Ingroia ha ricordato che c'è ancora la possibilità che la sentenza venga impugnata dalla procura generale di Palermo e che altri magistrati abbiano "la possibilità di investigare ancora più a fondo sulla base di questa sentenza che dimostra che i capi più sanguinari della mafia Totò Riina e Bernardo Provenzano di fatto (loro e la loro organizzazione) sono stati protetti". "Riina - ha continuato - è stato protetto "con la mancata perquisizione del covo". Circostanza che gli stessi giudici della corte di Appello "hanno ammesso che fu una scelta deliberata, sostanzialmente per non inasprire il conflitto tra stato e mafia e per non far saltare quell'inizio di trattativa che era iniziato".
Invece per Provenzano "si è scelto di proteggerne la latitanza perché, questo scrivono i giudici, perché si doveva mantenere in libertà il 'moderato' capo" di Cosa Nostra poiché era "funzionale e congeniale rispetto alla Trattativa Stato - Mafia. Sono delle cose terribili. Sono delle cose enormi".
"Io credo che sia il momento di fare luce, verità e chiarezza su questi fatti terribili, che perfino questa sentenza ha evidenziato”.
Verità e chiarezza sulle vicende di "questo Stato parallelo che” non ha solo “tradito Giovanni Falcone e Paolo Borsellinoma che è stato “anche assassino”. Ingroia ha concluso dicendo che si deve auspicare che "il prossimo Parlamento abbia la forza per fare una vera, reale, commissione parlamentare d'inchiesta che mette alla sbarra tutti i responsabili di questa stagione di sangue di cui lo Stato è stato il principale responsabile".

ARTICOLI CORRELATI

Sentenza Trattativa, lo Stato traditore guardi i suoi morti
Di Giorgio Bongiovanni

Giuseppe Conte rompe il silenzio della politica sulla sentenza-Trattativa
di Saverio Lodato

Una sentenza che costruisce il Nuovo Mondo
di Saverio Lodato

Appello Trattativa, Di Matteo: ''Lo Stato ha trattato con la mafia. E' inaccettabile''
Di Giorgio Bongiovanni e Luca Grossi

Sentenza Trattativa, Scarpinato: ''Rilegittimata e giustificata convivenza con la mafia''

ANTIMAFIADuemila
Associazione Culturale Falcone e Borsellino
Via Molino I°, 1824 - 63811 Sant'Elpidio a Mare (FM) - P. iva 01734340449
Testata giornalistica iscritta presso il Tribunale di Fermo n.032000 del 15/03/2000
Privacy e Cookie policy