Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti per migliorare la navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’uso del sito stesso. Per i dettagli o per disattivare i cookie consulta la nostra cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque link del sito acconsenti all’uso dei cookie.

Ultima udienza prima della pausa estiva. Si torna in aula a settembre

Quando il 5 agosto 1989 l’agente di polizia Nino Agostino venne ucciso assieme alla moglie, Ida Castelluccio, non tutti in Cosa nostra erano al corrente del delitto. Persino il Capo dei capi, Salvatore Riina, avrebbe chiesto al capomandamento di San Lorenzo Salvatore Biondino di scoprire chi aveva commesso l'omicidio del poliziotto. A riferirlo in aula, nel processo che vede imputati Gaetano Scotto (con l’accusa di omicidio aggravato in concorso) e Francesco Paolo Rizzuto (accusato di favoreggiamento), in corso davanti alla Corte d’assise di Palermo, presieduta da Sergio Gulotta, il collaboratore di giustizia Giovan Battista Ferrante, ex soldato del mandamento palermitano di San Lorenzo.
Rispondendo alle domande dell'avvocato di parte civile Fabio Repici, il pentito ha riferito di alcune riunioni che si sarebbero svolte dentro il "Baglio" o 'Vicolo Pipitone'. Luogo da cui, secondo il pentito Vito Galatolo, si sono decisi numerosi delitti (come quello del Generale Carlo Alberto dalla Chiesa, Cassarà, Chinnici e Montana).
"In quel periodo le riunioni si facevano periodicamente" e in una di queste vi sarebbe stato anche Salvatore Biondino il quale aveva detto "che avevano ammazzato questo poliziotto (Nino Agostino, ndre che si stava cercando di capire cosa era successo, perché e chi era stato. Perché a quanto pare nessuno sapeva chi era stato" ha detto Ferrante.
Ma lo stava facendo di sua iniziativa? Ha chiesto poi l'avvocato Fabio Repici.
"No - ha riposto il pentito - gli era stato chiesto da Salvatore Riina".
Durante la deposizione sono stati toccati anche altri argomenti: il fallito attentato all'Addaura e i rapporti tra Ferrante e Enzo Galatolo, boss dell’Acquasanta di Palermo.
Contro il giudice Giovanni Falcone e i colleghi della delegazione elvetica dovevano essere fatti esplodere 58 candelotti di Brixia il 21 giugno 1989. "Salvatore Biondino mi disse che Nino Madonia aveva chiesto quell'esplosivo e quindi l'abbiamo preso e glielo abbiamo dato" ha detto Ferrante.
Per quanto riguarda invece i suoi rapporti con l'ex boss dell'Acquasanta, Ferrante ha dichiarato che un paio di volte si era recato a casa sua in merito al delitto del Vice Questore Cassarà, ucciso il 6 agosto 1985. Delitto nel quale Ferrante aveva avuto un ruolo: "Io con l'auto rubata dovevo bloccare l'uscita eventualmente dell'auto" del dottore Cassarà dalla via Croce Rossa. Dal momento che gli altri testimoni non erano presenti la corte ha fissato la prossima udienza per il 13 settembre quando, salvo imprevisti, saranno sentiti i collaboratori di giustizia Gaspare Mutolo e Vito Lo Forte.

Foto © Deb Photo

ARTICOLI CORRELATI

Marino Mannoia: ''Con Falcone parlai di Agostino e del fallito attentato all'Addaura''

Processo Agostino, Galatolo: ''Contrada, Aiello e La Barbera venivano a Fondo Pipitone''

Omicidio Agostino, Galatolo: ''E' probabile che ne parlai con Vito Lo Forte''

Processo Agostino, dopo Paolilli e Guiglia ecco la versione Di Bella sulla perquisizione in casa

Si pente la figlia del boss Galatolo. Potrebbero emergere nuove verità sull'Addaura

ANTIMAFIADuemila
Associazione Culturale Falcone e Borsellino
Via Molino I°, 1824 - 63811 Sant'Elpidio a Mare (FM) - P. iva 01734340449
Testata giornalistica iscritta presso il Tribunale di Fermo n.032000 del 15/03/2000
Privacy e Cookie policy