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Il pentito sentito al processo sulla morte del poliziotto. Sentita anche Giovanna Galatolo sui dialoghi a fondo Pipitone sull’omicidio e sull’Addaura

"Col giudice Falcone è capitato di discutere dell'attentato all'Addaura. E anche del poliziotto Nino Agostino. Non che mi disse che non gli piaceva, mi ha fatto il nome come se questo ragazzo fosse coinvolto nell'attentato all'Addaura”. A dirlo è Francesco Marino Mannoia, noto collaboratore di giustizia di Cosa nostra, sentito ieri in video conferenza al processo che si celebra a Palermo per il duplice omicidio dell'agente di polizia Nino Agostino e della moglie incinta Ida Castelluccio e che vede imputati Gaetano Scotto (con l’accusa di omicidio aggravato in concorso) e Francesco Paolo Rizzuto (accusato di favoreggiamento). Le parole del pentito, riportate all’attenzione del teste e della Corte dal pm Umberto De Giglio, erano state pronunciate nel 2018 dinnanzi all’ex procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, e riguardavano, appunto il colloquio avuto con Giovanni Falcone il 20 ottobre del 1989, anno in cui Mannoia iniziò a collaborare con la giustizia e anno in cui il giudice fu vittima di un attentato, poi mancato, nel suo resort all’Addaura, il 21 giugno, poche settimane prima dell’omicidio Agostino-Castelluccio, avvenuto il 5 agosto 1989. “In una delle pause degli interrogatori, lunghi, cui Falcone mi sottoponeva, Falcone mi disse che Agostino si era interessato dell’attentato all’Addaura”, aveva detto Mannoia nel 2018. Ieri in aula il pentito non ha ricordato questo passaggio perché “è passato molto tempo”, ma ha comunque confermato quanto detto in quell’occasione. "Io gli avevo parlato di fatti legati all'Addaura”, ha poi continuato sul punto, “ma lui mi disse che non poteva accettarli perché la competenza era di Caltanissetta, perché era parte offesa. Lui però si segnò tutto su alcuni fogli”, ha ricordato Mannoia dinnanzi alla Corte d'Assise di Palermo presieduta da Sergio Gullotta, a latere Monica Sammartino. “In quella circostanza gli avevo detto, (a proposito dell'Addaura, ndr) che era una situazione legata ai Madonia". All'avvocato di parte civile, Fabio Repici, che ha chiesto se era a conoscenza di rapporti tra i Madonia e i servizi segreti, la risposta di Marino Mannoia è stata secca: "Io ho detto che Nino Madonia conosceva Nino Agostino. E non ho niente altro da aggiungere sull'argomento". Nino Madonia, che aveva scelto il processo con rito abbreviato, è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio Agostino.


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Fondo Pipitone e i soldi ad Agostino, il torbido racconto della Galatolo
Dopo Francesco Marino Mannoia, sono stati sentiti nell’aula bunker del carcere Pagliarelli altri due teste: Baldassare Di Maggio e Giovanna Galatolo. Il primo collaboratore di giustizia, sentito come testimone assistito. La seconda sentita in qualità di semplice testimone. L’obiettivo dei pm è mettere a confronto, comprendere la dinamica dei fatti di quel clamoroso fallito attentato ai danni di Falcone, punto nodale di quel 1989, in cosa Antonino Agostino fu coinvolto e se quell’agguato mancato ha veramente a che vedere con le ragioni dell’omicidio dello stesso poliziotto. E poi capire di cosa si stava occupando sempre in quel periodo il poliziotto. Giovanna Galatolo, sorella di Vito e figlia, dunque, di Vincenzo Galatolo, aveva reso dichiarazioni già in passato, documentate anche nella richiesta di arresto redatta dalla procura generale ai danni di Scotto e Madonia. La Galatolo, che non ha mai fatto parte di Cosa Nostra, ha riferito chiaramente notizie de relato, come ha fatto in aula ieri non senza qualche difficoltà di comprensione nel video-collegamento. Si tratta di notizie spesso carpite casualmente grazie al suo essere familiare dei Galatolo o “per avere abitato tutta la vita in Vicolo Pipitone”, come ha affermato, dove i Galatolo vivevano. Un luogo cruciale, quello, perché sito in cui, oltre a bazzicare soggetti legati ai servizi segreti, il gotha di Cosa nostra svolgeva riunioni importanti e decideva omicidi, talvolta compiuti in loco.


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Tra queste notizie anche alcune informazioni sul poliziotto Agostino. Di questi avrebbero parlato alcuni suoi familiari in una riunione. “Ne ho sentito parlare da mio zio Pino, mio zio Raffaele, mio zio Vito, da mio padre e da altre persone che erano lì”, ha ricordato in aula la donna . “Quando ne ho sentito parlare c’era anche Nino Madonia, ero entrata in stanza per portare caffè nel salone di casa nel secondo piano e diciamo che ho sentito che dicevano ‘questi soldi li dobbiamo dare a questo, questi a quello…’”.
A suo dire si parlava di soldi. “Io quando sentivo il nome di Agostino non distinguevo il suo nome da quello dell’altro poliziotto, Piazza (l’altro poliziotto ucciso da Cosa nostra il 16 marzo 1990, ndr). Io pensavo che Piazza era il cognome e Agostino era il nome perciò ho sentito questo dialogo. Non ci ho fatto caso più di tanto ma ho sentito che gli dovevano dei soldi. Il perché però non lo sapevo. Sapevo che avevano questa disposizione di dare dei soldi a questi due, però tutto mi immaginavo tranne che potevano essere poliziotti, in un primo tempo non lo sapevo. Dopo un po’ di tempo ho saputo che hanno ucciso un ragazzo con la moglie… il telegiornale parlava che era scomparso un altro ragazzo sempre poliziotto… allora lì ho capito più o meno la situazione”.




Continuando con l’esame, De Giglio ha ricordato alla teste ciò che affermò nell’interrogatorio del 10 settembre 2013 in cui diceva di aver saputo, da sua zia Concetta, che ad “Agostino avevano dato una cifra in cambio di informazioni sugli orari di Falcone…”. Soldi per pedinamenti, insomma. Sul punto, però, in aula la collaboratrice ha negato tali parole: “Io non ho mai detto che Agostino aveva dato orari per Falcone… questa cosa non esiste… Mi ricordo tutto quello che ho dichiarato. Questi orari di Falcone non esistono. Forse qualcuno ha collegato le cose ma io non l’ho dichiarato mai”. De Gliglio le ha quindi riletto le sue dichiarazioni, questa volta rilasciate il 29 novembre 2013 in cui affermava addirittura che Agostino era stato ammazzato perché “non ha mantenuto i patti, faceva il doppio gioco. Si è tenuto falcone, perché falcone non era lì (si intende all’Addaura dove il magistrato aveva la villa, ndr) né all’orario né nei dintorni… ha rischiato perché non è andato d’accordo né con i servizi e manco con la mafia”. E ancora, rileggendo alcune delle carte agli atti, De Giglio ha ripescato un terzo verbale, questo però del 2017 in cui le veniva chiesto del perché dei soldi ad Agostino? “Lo dovevano pagare per una notizia, per un qualcosa che doveva sapere, doveva dirgli”, ha risposto. “Agostino lo dovevano pagare per far sapere se Falcone usciva o meno, gli orari che aveva Falcone, per gli orari del bagno…”. Il riferimento era a quando Falcone era solito farsi il bagno al mare all’Addaura. La Galatolo, però, risponde solo in merito a quest’ultimo passaggio. “Il bagno a mare era il fattore della bomba - ha detto la donna in aula - gli avevano messo la bomba lì e non avevano dato specifico orario di questo…”. La risposta è al plurale perché include, oltre ad Agostino, anche Andrea Piazza, ritenuti, secondo i vecchi verbali della Galatolo, a libro paga della sua famiglia perché figure dalle quali, almeno in teoria, attingere informazioni sui movimenti di Falcone sotto retribuzione. Ma su questo punto riscontri non ce ne sono, i magistrati hanno più di un dubbio. L’ipotesi è che Agostino si occupasse della cattura dei latitanti. “Lei ricorda per quale motivo Agostino doveva prendere soldi dalla vostra famiglia?”, le ha chiesto il pm.


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Io so che ho sentito in quel tratto di momento che sono entrata nel salone…”, ha esordito sul punto. “Io ho sentito che gli dovevano dare dei soldi per delle notizie che lui doveva dare, però se le notizie erano esatte e l’orario era quello o meno non lo so. Ma che Agostino e Piazza si prendevano il sole in quel tratto di scogliera (poco dopo la teste ha detto che i due poliziotti avrebbero per caso visto Falcone all’Addaura mentre prendevano il sole, ndr)… era quello il discorso… che l’hanno visto lì e dicevano: ‘Ma come eravate li e non avete preso l’orario?’”. Secondo la donna, Agostino avrebbe preso soldi dal mandamento di Resuttana per seguire i movimenti di Falcone, ma come mai, allora, a detta del cugino Vito Galatolo, pentito ritenuto attendibile, che al tempo, ancora minorenne, faceva da palo insieme a lei e ad altri parenti in via Pipitone, Agostino e Piazza erano tra coloro che vennero cacciati quando si erano presentati a fondo Pipitone? La vicenda è ingarbugliata. Se Agostino veniva pagato dal clan, vuol dire che era soggetto noto ai membri dello stesso, non era un poliziotto qualunque, non era una minaccia, quindi perché allontanarlo? “Li avvisavamo per rimproverarli (Piazza e Agostino, ndr) quelli scappavano subito”, aveva detto sempre a processo Vito Galatolo ricordando che i due fotografavano chi entrava ed usciva dalla “casuzza” della via.


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I Galatolo e il fallito attentato all’Addaura
A questo punto è stato il turno dell’avvocato di parte civile Calogero Monastra chiedere ulteriori chiarimenti alla donna. “Lei ha parlato del fallito attentato all’Addaura, qualcuno le ha riferito di aver visto Agostino all’Addaura?”, le ha chiesto il legale. “Sì, c’è stato chi ha detto che c’era Agostino (all’Addaura ndr). Una volta è venuto mio cugino Angelo Fontana… Noi due siamo come fratelli, più che cugini, ci sono cose che ci confidiamo e diciamo di nascosto. Angelo mi ha detto che c’erano due poliziotti erano fermi all’Addaura… avevano dato fastidio a qualcuno e li hanno fatti fuori per questo. Queste cose (dell’Agostino all’addaura, ndr) le ho sapute da Angelo Fontana”, ha ribadito. L’avvocato ha quindi chiesto alla teste se avesse parlato di Agostino all’Addaura con l’altro cugino, Angelo Galatolo, figlio di Giuseppe Galatolo. “Vi siete mai confrontati?”. “Con Angelo no”, ha risposto la testimone. “Mio fratello mi aveva spiegato certe cose. Poi avevo assistito o meglio sentito che lo rimproverava (riferito al cugino Angelo Galatolo, ndr) suo padre e mio padre perché aveva perduto il telecomando… Era un’occasione farlo scoppiare in aria… qualcosa del genere… diciamo che ho sentito le grida che gli diceva che ha fallito. Le grida si sentivano dal palazzo, loro erano nello scantinato”. Il riferimento è al fatto che Galatolo si sarebbe reso responsabile del fallimento dell’attentato contro Falcone, come scrive la procura generale nelle oltre mille pagine di mandato d’arresto contro i due boss imputati nel processo. Galatolo si sarebbe gettato in mare per paura con il telecomando nel momento cruciale. Una versione, questa, confermata in aula anche da Vito Galatolo.. E per questo venne duramente ripreso dai membri della sua famiglia che gli avevano pertanto impedito di divenire uomo d’onore. Nel frattempo, però, per salvare la propria reputazione, Galatolo aveva diffuso diverse versioni: che aveva visto dei poliziotti in divisa (senza specificare i nomi); che aveva visto Agostino; che aveva visto Agostino non il giorno dell’attentato ma nei giorni precedenti; che non aveva voluto commettere l’attentato per evitare una strage di bagnanti; e che in realtà non doveva essere un vero attentato ma solo un segnale per Falcone. Tutte versioni che hanno contribuito a intorbidire ancora di più i dialoghi interni agli appartamenti di via Pipitone che la Galatolo aveva captato e riferito, come un telefono senza fili, ad altri membri della famiglia. Dinamiche che i pubblici ministeri stanno cercando di analizzare, con eventuali riscontri, per capire se verosimili o meno.
L’udienza è stata rinviata al 22 luglio e si terrà in corte d’Assise d’Appello. In aula verranno sentiti Giovanbattista Ferrante, Gaspare Mutolo, Vito Lo forte e Joseph Cuffaro.

Foto e Video © Emanuele Di Stefano

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