Esperto di guerra e terrorismo, il docente affronta il conflitto russo-ucraino in maniera scientifica, apre gli occhi al lettore e smonta chi lo delegittima

Buffone”, “negazionista”, “professore dalle idee strampalate” e soprattutto “putiniano”. Di epiteti infelici Alessandro Orsini, esperto di terrorismo e fino a qualche settimana fa - prima che venisse sospeso per le sue posizioni - lustre direttore dell'Osservatorio, da lui fondato, sulla sicurezza internazionale della Luiss, ne ha sentiti tanti in questi mesi. Sgambetti, delegittimazioni, insulti e perfino minacce. E’ questo il prezzo che il professore sta pagando da quando ha iniziato ad esprimersi sull’Ucraina e la guerra che da fine febbraio imperversa tra gli uomini di Vladimir Putin che l’hanno invasa combattendo con ceceni e milizie filorusse e quelli di Volodymyr Zelenksy, il comico divenuto presidente dell’Ucraina, che può contare anche sui battaglioni nazisti ucraini e contractors stranieri. Interpellato già da inizio marzo per le sue puntuali analisi geopolitiche, Orsini è subito finito sotto la furia di buona parte dei media e della classe dirigente per le sue osservazioni controcorrente circa il conflitto in corso. “Le mie analisi sulla guerra toccano consorterie potenti”, aveva detto a Piazza Pulita.
Una voce fuori dal coro la sua, che ha fatto da apripista a tante altre, altrettanto autorevoli, e anch’esse stanche dell’unilaterale narrativa sulla guerra, imbevuta di cieco atlantismo e ipocrisia, vomitata agli italiani dal governo Draghi e sposata dai big dell’informazione, divenuti ormai ufficio stampa di palazzo. I suoi interventi in televisione, specie in RAI, sempre più frequenti e sempre più attesi, sono stati più volte ostacolati, sia dai grandi dirigenti della tv di Stato, che dagli ospiti chiamati per il contradditorio. Ciò che Orsini illustra viene criticato a priori, senza quasi mai scendere nel merito, da personaggi che non masticano di geopolitica, di terrorismo, di guerra, e che puntualmente sputano il loro livore in studio o in articoli di giornale. Orsini ha quindi deciso di mettere la parola fine a tutto ciò. Come? Con un libro, l’ennesimo che va ad aggiungersi alla lunga lista di libri da lui scritti. “Ucraina. Critica della politica internazionale”, questo è il titolo del libro editato da Paper First, la casa editrice de Il Fatto Quotidiano, per il quale Orsini ha iniziato a scrivere da qualche mese. L’obiettivo del volume è chiaro: “Sin dalla mia prima apparizione televisiva - scrive Orsini - ho invitato il pubblico a riflettere sulle cause dell’invasione russa giacché nessun conflitto internazionale ad alto potenziale nucleare può essere superato se le sue cause non vengono rimosse”. Il professore esprime così nella sua totalità (parliamo di oltre 300 pagine) la propria visione su quanto di drammatico in Ucraina sta accadendo e chissà per quanto continuerà ad accadere. E, soprattutto, fino a che punto.


ucraina critica politica orsini


Un libro per comprendere
Orsini, in “Ucraina. Critica della politica internazionale”, vuole rispondere alle domande più chiacchierate del momento. L’autore accompagna il lettore per la mano ai fini di una comprensione generale dell’attuale situazione in Est Europa. E ci riesce senza neanche troppi sforzi. Il libro è infatti scorrevole e ampiamente documentato. Orsini ha fatto ricorso a numerose fonti per la redazione, come uno studio sociologico e ha diviso il volume in quattro parti. La prima parte ricostruisce le tappe cruciali dello scontro tra Nato e Russia dal 1999 a oggi. La seconda mette a nudo l’arretratezza culturale dell’Italia in materia di sicurezza internazionale e spiega la strategia americana del dissanguamento della Russia, introducendo il pensiero strategico di Mearsheimer. La terza rivela il suo progetto politico-culturale e il modo in cui lo persegue attraverso i media per contribuire alla lotta contro la colonizzazione del mondo della vita da parte del sistema. La quarta analizza le strategie con cui i media dominanti distorcono l’informazione in favore delle politiche di guerra del blocco occidentale. Il libro, infine, si chiude con la spiegazione del metodo della sociologia comprendente di Max Weber e presenta la relazione di Orsini sull’Ucraina, in Senato, del 4 dicembre 2018.


zelisky img 123433

Il presidente ucraino, Volodymyr Zelens'kyj


Premessa: Russia, “umiliazioni” sul piano nazionale
Nell’illustrare le ragioni che hanno portato la Russia ad invadere l’Ucraina, l’autore fa un passo indietro di quasi trent’anni, alla Russia post sovietica, per inquadrare il contesto politico-sociale che ha portato al collasso del Paese, all’ascesa di Putin e al sentimento anti-statunitense russo. Orsini parla di costanti “umiliazioni” subite da Mosca “per mano dell’Occidente”. Alcune interne, altre esterne. “Gli anni Novanta sono stati tragici per la Russia”, esordisce Orsini sul punto. “Crollata l’Unione Sovietica, la crisi di Mosca fu talmente grave che molti osservatori temettero addirittura che lo Stato russo si sarebbe dissolto”.
Quel periodo storico venne caratterizzato, nell’interezza, dalla presidenza (1991-1999) di Boris Eltsin, l'"ubriacone” che, “affiancato da un gruppo di riformisti inesperti, come il vicepresidente Egor Gajdar e Viktor Černomyrdin, e da consiglieri del Fondo monetario internazionale, si era lanciato in una campagna di riforme liberiste”, ricorda Orsini. Riforme che il presidente russo attuò e che provocarono “conseguenze disgreganti”. “La politica di liberalizzazione dei prezzi di Gajdar fu talmente rapida e frontale che prese il nome di “terapia d’urto”. Un urto incassato dalle classi meno abbienti. “Ad arricchirsi fu soprattutto una minoranza di beneficiati, i cosiddetti ‘oligarchi’, mentre la corruzione e l’inefficienza dilagavano”, osserva Orsini. “Pensionati, operai e militari scivolavano nella povertà, in contrasto stridente con quei concittadini che si abbandonavano a un ostentato consumismo occidentale”. “Tra il 1992 e il 1993 la crescita del debito estero della Russia fu smisurata”, aggiunge Orsini. “I prezzi aumentarono di 22 volte e i salari di 10. Il Pil russo si dimezzò insieme con la produzione industriale. Il tenore di vita peggiorò secondo i principali indicatori; la mortalità aumentò e le aspettative di vita si abbassarono; la popolazione si contrasse anche a causa del processo di emigrazione che investì soprattutto i lavoratori molto qualificati”. Queste - e molte altre - furono le cause interne alla società russa provocate dalle scelte politiche di Eltsin, di fatto marionetta occidentale, che portarono a una totale sfiducia rispetto agli Stati Uniti e alla convinzione della loro natura prevaricatrice.


carri armati fila deposit

Foto: it.depositphotos.com


Premessa: Russia, “umiliazioni” sul piano internazionale
Di umiliazioni, sul piano internazionale, Mosca ricevette la più pesante con il bombardamento della Nato in Serbia (24 marzo-10 giugno 1999). “Eltsin era fortemente contrario a quell’intervento militare, ma dovette subirlo perché non era abbastanza forte per opporsi all’Occidente”, ricorda il professore. “La Nato attaccò la Serbia per imporre a Slobodan Milošević di firmare un accordo tecnico-militare per la fine della guerra in Kosovo (28 febbraio 1998-11 giugno 1999). Il bombardamento avvenne senza l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza dell’Onu”. Diecimila i raid della Nato effettuati in 78 giorni. Le stime del governo di Belgrado parlano di un numero di serbi deceduti compreso tra i 1.200 e i 5.000. “I bombardamenti occidentali aggravarono l’esodo dei kosovari, costretti a scappare da Milošević e pure dalla Nato”, aggiunge Orsini. Secondo Putin, riporta l’autore, “l’intervento contro la Serbia era stato organizzato dal blocco occidentale per mettere in ginocchio un Paese filo-russo e colpire gli interessi di Mosca nel suo momento di maggiore debolezza”. Una tesi condivisa anche da alcuni storici italiani, puntualizza Orsini. La Serbia, infatti, “era un alleato fraterno della Russia per ragioni politiche, economiche e culturali: entrambi condividono l’appartenenza al mondo ortodosso e l’uso dell’alfabeto cirillico. I maggiori intellettuali americani concordano sul fatto che il bombardamento della Serbia abbia spostato l’opinione pubblica russa su posizioni ostili all’Occidente”. Fino a quel momento, infatti, come sostiene Noam Chomsky, una fetta della popolazione russa era disponibile all’apertura a Washington per costruire una nuova struttura di sicurezza europea post-guerra fredda. Un’inversione di rotta - puntualizza Chomsky - poi accelerata con l’invasione dell’Iraq e il bombardamento della Libia”. Ed è qui che la Russia ha ottenuto altre umiliazioni, dopo le nuove preoccupazioni provocate dall’espansione della NATO in Est Europa con due ondate: la prima nel ’99, in cui la NATO ha assorbito la Polonia, la Repubblica Ceca e l’Ungheria; e una seconda ondata, nel 2004, con l’inglobamento dell’Estonia, della Lettonia, della Lituania, ma anche della Romania, della Slovacchia, della Bulgaria e della Slovenia.
“Se cerchiamo di comprendere le cause dell’invasione dell’Ucraina osservando soltanto le relazioni tra l’Unione europea e la Russia”, osserva Orsini “ci chiudiamo in un orizzonte angusto, che offre poche spiegazioni”. “Se, invece, ampliamo lo sguardo ai rapporti tra il blocco occidentale e la Russia su scala globale, la complessità cresce e le motivazioni dell’invasione di Putin diventano più chiare”. Il focus passa dunque, come detto, sull’Iraq, che era finito, secondo Washington, sotto la morsa fondamentalista di Al Qaeda e l’autoritarismo sanguinario del dittatore Saddam Hussein, accusato dagli USA di avere legami coi terroristi e di aver fatto produrre armi di distruzione di massa. Entrambe le affermazioni statunitensi si sono rivelate menzognere in poco tempo, ma nel mentre Bush ordinò ai suoi l’invasione del Paese il 20 marzo 2003 nonostante gli Stati Uniti fossero stati gli unici, insieme a Spagna e Inghilterra a votare a favore dell’intervento al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. L’invasione, contraria al diritto internazionale, oltre a provocare circa due milioni di morti irachene (dato che ingloba anche quelle dovute a carestie e fame provocate della devastazione della guerra), provocò ingenti danni alle casse russe che in Iraq aveva fiorenti accordi commerciali. “Colpire l’Iraq - scrive Orsini - significa colpire gli interessi della Russia, proprio come è accaduto con la Serbia nel 1999”. L’Iraq era alleato della Russia e quell’invasione spazzò via ogni possibilità, caldeggiata al tempo, di un ingresso di Mosca nella NATO anche in chiave anti terrorismo dopo l’11 settembre. L’altra “umiliazione”, a detta di Orsini, è quella legata alla guerra civile in Libia del 2011 contro il presidente Muammar Gheddafi e prima di quella troviamo la Georgia, ”un altro Paese in cui la Nato (nel 20016, ndr) ha avviato una forte penetrazione, suscitando le ire di Putin e dei russi”. Tornando alla Libia, “il bombardamento della Libia e l’abbattimento di Gheddafi, che rischiava, tra le altre cose, di aprire alla Russia le porte del Mediterraneo centrale, un luogo strategico per la Nato”, “fu un danno per la Russia”, osserva l’autore. “Si pensi, per citare un solo esempio, che l’arsenale militare della Libia era composto per il 90% da forniture sovietiche. Poco prima del bombardamento della Nato, Putin aveva investito molto in Gheddafi, con cui aveva stretto intese commerciali tra i 5 e i 10 miliardi di dollari. Gli accordi - spiega Orsini - prevedevano anche un contratto per la costruzione di una ferrovia per collegare Sirte e Bengasi, che avrebbe favorito gli interessi di una compagnia russa. Il solo contratto ferroviario aveva un valore di 2,2 miliardi di dollari. Inoltre, Putin contava di ricevere da Gheddafi l’autorizzazione a utilizzare il porto di Bengasi per le proprie navi. Il che avrebbe rappresentato un grande affare strategico per la Russia, bisognosa di aprire nuovi varchi alla sua flotta nel Mediterraneo. Gheddafi aveva cattivi rapporti con gli Stati Uniti e pensava che un legame più stretto con la Russia avrebbe potuto bilanciare le pressioni americane in suo favore”.
L’intervento militare in Libia “confermò l’idea dei russi che la Nato fosse un’organizzazione sopraffattrice e sanguinaria”, sostiene Orsini. “Dopo la Serbia e l’Iraq, Putin vide nell’abbattimento di Gheddafi un’altra prova dell’aggressività dell’Occidente e della sua tendenza a trattare la Russia con ostentata superiorità”. Di fatti, secondo Orsini, “la causa principale della crisi ucraina, non l’unica ovviamente, è da ricondursi all’espansione della Nato verso i confini della Russia giacché la paura non può essere eliminata in un sistema anarchico in cui gli Stati non possono mai essere sicuri delle reali intenzioni dei propri vicini”.


guerra ucraina img 1234153


Le cause 5 interne dell’invasione russa
Nel libro, l’autore, dopo aver richiamato le cause internazionali dell’invasione russa, ha osservato, riassumendole, le cause interne della politica russa. Orsini si limita a citare cinque fatti documentati “che hanno convinto l’opinione pubblica russa che l’invasione dell’Ucraina fosse una mossa necessaria”. “Nel mio schema - puntualizza il docente della Luiss - i fatti elencati di seguito possono essere considerati le cause interne o domestiche dell’invasione, che si aggiungono alle cause internazionali”. Le cause interne sono numerose ma Orsini ne indica soltanto cinque: “1) la rivoluzione del 2014 contro Janukovyč; 2) il fallimento degli accordi di Minsk; 3) le violenze contro gli ucraini filo-russi; 4) il traguardo della Nato inserito nella Costituzione ucraina; 5) le esercitazioni della Nato in territorio ucraino”. La prima causa interna dell’invasione “è stato il rovesciamento del regime filo-russo in Ucraina in seguito a una serie di manifestazioni iniziate il 21 novembre 2013 a Kiev”, spiega Orsini.
“I manifestanti protestarono contro la decisione del governo di sospendere una serie di accordi commerciali che avrebbero legato più strettamente l’Ucraina all’Unione europea”. Gli ucraini si divisero tra i sostenitori dell’Ue e quelli di Mosca. “La rivoluzione, nota anche come Euromaidan, dal nome della principale piazza di Kiev, avrebbe portato al rovesciamento del presidente Viktor Janukovyč, il 22 febbraio 2014, e alla sua fuga. “La rivolta contro Janukovyč fu sostenuta dagli Stati Uniti”, puntualizza Orsini. “Putin sentì di aver subito un’altra umiliazione per mano del blocco occidentale. Per paura che le proprie basi militari cadessero nelle mani della Nato, Putin invase la Crimea, dove ha un’importantissima base navale a Sebastopoli. Una volta annessa la Crimea, la Russia è stata punita dal blocco occidentale con le sanzioni e l’esclusione dal G8. Il rovesciamento di Janukovyč provocò lo scoppio della guerra civile nel Donbass, composto dagli oblast’ di Donetsk e Lugansk. Il 14 febbraio 2014 i separatisti ucraini filo-russi hanno celebrato un referendum per l’indipendenza riportando una vittoria molto ampia (80% Sì contro 20% No)”. Orsini ricorda quindi che l’indipendenza del Donbass “fu riconosciuta soltanto da Russia, Bielorussia, Nicaragua, Sudan, Siria, Venezuela e Repubblica Centrafricana”. E aggiunge, citando i dati Ocse, che “la guerra civile nel Donbass è proseguita provocando circa 14mila morti dal 2014 fino al giorno dell’invasione russa”. Le notizie delle morti degli ucraini filo-russi “accompagnavano la quotidianità dei cittadini russi esasperando la loro indignazione e il loro nazionalismo”. Orsini ha poi ricordato, su questo punto, che la parte orientale dell’Ucraina “è prevalentemente russofona e russofila”.


soldato ucr deposit

Foto: it.depositphotos.com


“L’Ucraina era un Paese diviso ben prima che scoppiasse la guerra civile nel 2014”, aggiunge. La seconda causa interna dell’invasione secondo Alessandro Orsini “è stato il fallimento degli accordi di Minsk per porre fine alla guerra civile, firmati il 5 settembre 2014 dal Gruppo di Contatto Trilaterale sull’Ucraina composto dai rappresentanti di Ucraina, Russia, Repubblica Popolare di Donetsk (dnr) e Repubblica Popolare di Lugansk sotto l’egida della Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OCSE). Agli accordi di Minsk sono seguiti gli accordi di Minsk II, firmati l’11 febbraio 2015 da Ucraina, Russia, Francia e Germania, anch’essi naufragati nonostante il coinvolgimento delle principali potenze europee. Putin ha sostenuto che la mancata applicazione degli accordi di Minsk da parte del governo ucraino è stata una delle cause che hanno condotto all’invasione”. La terza causa interna, invece, “comprende tutte le violenze contro i cittadini ucraini filo-russi da parte dell’esercito ucraino o di milizie armate filo-occidentali. Una delle violenze che ha reso l’opinione pubblica russa favorevole all’invasione è stato l’incendio della casa dei sindacati di Odessa, il 2 maggio 2014, dove sono morti 42 manifestanti filo-russi in seguito a una serie di scontri armati con le forze ucraine filo-occidentali. Tre giorni prima dell’invasione, il 21 febbraio 2022, Putin ha dichiarato che avrebbe fatto tutto il possibile per punire i responsabili di quel terribile rogo umano”. Infine, la quinta causa interna, “sono state le esercitazioni della Nato in Ucraina” che Orsini elenca nel suo libro. La prima esercitazione militare della Nato, denominata ‘Sea Breeze’ (“brezza marina”), si è svolta dal 28 giugno al 10 luglio 2021 e ha coinvolto ben 32 nazioni. “In quell’esercitazione - osserva Orsini - un cacciatorpediniere inglese aveva attraversato le acque del Mar Nero, rivendicate dalla Russia dopo l’annessione della Crimea del 2014”. Una chiara provocazione, come l’aveva definita la portavoce del ministero degli Esteri russo, Marija Zacharova, che parlò dell’operazione ‘Sea Breeze’ come “una provocazione della Nato per sfoggiare i muscoli’” aggiungendo che la NATO “mentre afferma la propria disponibilità al dialogo, in realtà sta deliberatamente esasperando la situazione lungo il perimetro delle nostre frontiere, aumentando il rischio di un incidente armato”. Dopo ‘Sea Breeze’ “c’è stata un’altra maxi esercitazione dell’occidente dal 17 al 30 luglio a Javoriv, denominata Three Swords (“tre spade”), vicino al confine con la Polonia”, si legge nel libro. “Anche questa è stata definita dall’agenzia Reuters una esercitazione di ‘ampie dimensioni’, che ha coinvolto anche gli Stati Uniti, la Polonia e la Lituania”. “Dopodiché, il 20 settembre 2022, la Nato ha iniziato un’altra esercitazione militare denominata ‘Rapid Trident’ (“tridente rapido”), di nuovo a Javoriv, per un totale di dodici Paesi”.


putin fiore ima 1739711

Il presidente della Federazione russa, Vladimir Putin © Imagoeconomica


Nella testa di Putin
Orsini, basando il suo libro sul metodo comprendente di Max Weber, analizza le “innumerevoli costellazioni storiche” (per citare il sociologo tedesco) che hanno portato Putin a prendere la decisione di far muovere le truppe verso Kiev. “Alla vigilia dell’invasione, Putin era consapevole che la Russia aveva subito un numero troppo grande di rovesci per mano occidentale e ha pensato che, se avesse lasciato passare qualche altro anno prima di attaccare, l’Ucraina sarebbe diventata più potente militarmente e la stima prevedibile dei soldati russi uccisi nei combattimenti sarebbe diventata più alta”, scrive Orsini.
“Putin ha poi ascoltato le parole di Biden, il quale, prima dell’invasione, ha fornito garanzie assolute alla Russia che gli Stati Uniti non sarebbero intervenuti per difendere gli ucraini, come si legge in un comunicato ufficiale della Casa Bianca indicato in nota”. Prima di sfondare il fronte, ricorda l’autore, “Putin ha anche incassato le medesime rassicurazioni da parte dell’Unione europea e della Nato: entrambi hanno garantito a Putin che non avrebbero combattuto al fianco degli ucraini. Queste garanzie occidentali, nella prospettiva psicologica di Putin, sono equivalse a una luce verde all’invasione e, in effetti, è stata tale o, quantomeno, ha avuto quegli effetti”. “L’Occidente, assicurando a Putin che non sarebbe entrato nel conflitto, ha fornito un potente incentivo all’invasione russa dell’Ucraina”, spiega il professore.
Putin ha poi tenuto conto delle pressioni interne. “Non soltanto i suoi generali, ma anche la maggioranza dei russi ha paura della Nato, ed è animata da un orgoglio nazionale umiliato molte volte negli ultimi trent’anni”. Infine, Putin, secondo Orsini, “ha preso atto che la sua strategia di lungo periodo, tessuta con incredibile pazienza e sangue freddo, è stata un successo: dopo l’annessione della Crimea nel 2014, nonostante le sanzioni dell’Occidente per punire quell’impresa, la Russia ha saputo legare energeticamente a sé un’Europa sprovveduta”. In tal modo, spiega il docente, “Putin ha fatto finanziare una parte cospicua delle spese di guerra agli Stati dell’Unione europea che, come l’Italia, pagano miliardi di euro all’anno per comprare il suo gas e il suo petrolio”. Risultato: “ad aprile 2022, due mesi dopo l’invasione, l’Europa importava più del 40% del gas dalla Russia e versava ogni giorno circa 850 milioni di dollari nelle casse di Putin secondo i dati di Brugel, un istituto di ricerca di Bruxelles”.


soldato ucr img 123153

© Imagoeconomica


Censura e disinformazione
Nel suo libro, Alessandro Orsini dedica svariate pagine alla censura e alla disinformazione della stampa italiana - e non solo - in merito a quanto sta accadendo in Ucraina. “Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’Italia è caduta in un clima oscurantista”, esordisce sul punto l’autore. “I siti di informazione russi sono stati chiusi ed è iniziata una caccia isterica al nemico interno. I critici delle politiche espansive della Nato in Ucraina sono stati aggrediti mediaticamente e tacciati di “filo-putinismo”, osserva Orsini. “I principali centri del potere collegati al governo Draghi hanno iniziato a vedere spie russe dappertutto”.  “Quando si tratta di Paesi ritenuti nemici dell’Occidente, come l’Iran, la Corea del Nord o la Russia - ma anche la Turchia, nonostante sia un membro della Nato -, la stampa occidentale tende a pubblicare soltanto le notizie che possono danneggiare la loro immagine e migliorare la reputazione dell’Occidente. Questo modo di gestire l’informazione restringe le conoscenze a disposizione dei cittadini che fanno sempre più fatica ad acquisire un atteggiamento critico verso la politica internazionale”.
“La tesi diffusa dal governo Draghi, e dagli ambienti filo- governativi in Italia, inclusi il ‘Corriere della Sera’, ‘la Repubblica’ e ‘La Stampa’, è che chiunque indichi nell’espansione della Nato una delle cause principali dell’invasione russa dell’Ucraina debba essere attaccato pubblicamente come un amico di Putin che diffonde la propaganda del Cremlino”, scrive Orsini. “Questa impostazione rivela il ritardo culturale dell’Italia nel campo della sicurezza internazionale, che moltissimi giornalisti e parlamentari hanno scoperto soltanto il 24 febbraio 2022”. L’autore del libro ha poi ricordato uno degli schemi seguiti tuttora da media e politici per attaccare Putin. “Uno dei modi più efficaci di attaccare chi riflette sulle cause consiste nel diffondere mediaticamente la teoria della pazzia: Putin, dicono il governo Draghi e i centri di potere ad esso collegati, ‘ha invaso l’Ucraina perché è pazzo; non aveva alcuna ragione razionale per attaccare’”. La teoria della pazzia, afferma Orsini, “piace molto ai governanti perché è autoassolutoria. La teoria della pazzia assolve i governi da tutti gli errori (evitando di discuterli) e impedisce di interrogarsi sugli errori e le responsabilità dell’Occidente. Dire che Putin è pazzo è utile alle élites di governo che non sono riuscite a prevedere l’invasione. Il ricorso alla teoria della pazzia è frequente nei momenti più tragici della vita politica internazionale”, conclude sul punto Orsini.


profughi ucr img 12312354

© Imagoeconomica


Gli obiettivi di Orsini: la cultura come campo di battaglia
Avviandosi verso la conclusione, Orsini riporta, dopo aver accompagnato il lettore nella comprensione dell’attuale crisi in Est Europa, le ragioni che lo hanno portato ad apparire in televisione e quindi alla scrittura di questo libro. “Sono apparso in televisione per perseguire due obiettivi. Il primo, di breve periodo, è politico. Il secondo, di lungo periodo, è culturale. Sotto il profilo politico, ho dato il mio contributo per spostare l’opinione pubblica verso una posizione pacifista attraverso lo sviluppo di una narrazione alternativa a quella dominante”, scrive il docente. “Sotto il profilo culturale, mi batto affinché tutti siano liberi di parlare di politica internazionale senza avere paura di nessun centro di potere (università, partiti politici, commissioni di vigilanza della Rai, ecc.). Parlare liberamente di politica internazionale offre due vantaggi a una collettività. Il primo è che il governo in carica può scegliere le idee migliori per condurre la propria politica estera in modo più utile all’interesse nazionale dell’Italia. Se le idee lecite sono molto poche, se l’unica cosa che si può dire è che la Nato non sbaglia mai, il governo di turno si ritroverà a disposizione una grande povertà di idee e le sue strategie di azione non potranno che essere carenti. Il 4 dicembre 2018, parlando in Senato, avevo spiegato che la situazione al confine ucraino era di una gravità inaudita. Tuttavia i partiti italiani, nonostante il mio monito reiterato, non si sono posti il problema di diversificare le fonti energetiche. Una volta scoppiata la guerra in Ucraina, il governo Draghi ha iniziato una corsa contro il tempo per trovare in Africa il gas che compra in Russia”, si legge. In sintesi, “è nell’interesse nazionale dell’Italia che il dibattito sulla politica internazionale sia il più libero possibile producendo una grande quantità di posizioni diverse”. Ma parlare liberamente di politica internazionale offre anche un secondo vantaggio dice il professore, “i cittadini possono diventare più consapevoli delle forze che spingono il mondo verso la violenza. In tal modo, possono essere meno vittime e più protagonisti”. A fine libro, quindi, Orsini illustra e fornisce il know how al lettore sulle idee fondamentali “che sono alla base della teoria del conflitto”. “La prima è l’idea della società come campo di battaglia tra gruppi che si contendono il potere concepito come il centro del sistema. Quando il potere si sposta, il sistema oscilla e perde il suo equilibrio. Il potere è una risorsa scarsa ed è distribuito in modo diseguale. Con poche eccezioni, la lotta intorno al potere è intesa come un gioco a somma zero. Se una parte avanza, l’altra arretra. La seconda idea è la centralità degli interessi. Gli interessi oggetto della lotta per il potere sono molto vari. I gruppi e gli individui lottano per difendere interessi politici, artistici, simbolici, economici, identitari, mediatici e così via”. “La terza idea, infine, è che i valori sono un’arma che i gruppi dominanti utilizzano nella lotta per il potere. Per i teorici del conflitto, i valori sono imposti sulla società da minoranze organizzate. Se cambia il potere, cambiano anche i valori”.

Foto di copertina © Imagoeconomica

ARTICOLI CORRELATI

Orsini: ''Biden vuole creare una profonda spaccatura tra Russia ed Europa'

Orsini: ''La Russia nel '90 non poteva opporsi alla Nato. Ma ora ne ha le forze''

Orsini: ''La guerra c'è perché la Nato è un'organizzazione vigliacca''

Orsini: ''La Russia nel '90 non poteva opporsi alla Nato. Ma ora ne ha le forze''

Orsini: ''Se non fermiamo l'espansione della Nato avremo altre guerre''

Orsini: ''Stiamo preparando la terza guerra mondiale per i nostri bambini'

Alessandro Orsini: ''Le mie analisi sulla guerra toccano consorterie potenti''

ANTIMAFIADuemila
Associazione Culturale Falcone e Borsellino
Via Molino I°, 1824 - 63811 Sant'Elpidio a Mare (FM) - P. iva 01734340449
Testata giornalistica iscritta presso il Tribunale di Fermo n.032000 del 15/03/2000
Privacy e Cookie policy