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La notte tra il 7 e l'8 agosto 1989 la casa di Nino Agostino ad Altofonte, fu perquisita da tre uomini di polizia: Guido Paolilli, Ignazio Guiglia e l'ispettore Salvatore Di Bella. E' in quell'occasione che furono rinvenuti dei fogli scritti dallo stesso Agostino e contenuti all'interno di una busta. Anomalia fu che non fu redatto alcun verbale di perquisizione e solo tre giorni dopo fu predisposto e firmato un verbale di sequestro per quei documenti.
E' questo uno degli argomenti che oggi è stato affrontato con la deposizione dell'ispettore Di Bella nel processo sulla morte del poliziotto Agostino e della moglie Ida Castelluccio (che era incinta), che vede imputati il boss Gaetano Scotto, accusato di duplice omicidio aggravato in concorso e Francesco Paolo Rizzuto, accusato di favoreggiamento.
Davanti a Vincenzo e Nunzia, presenti in aula, l'ispettore ha fornito la propria versione dei fatti su quella notte. Una versione che non coincide né con il racconto fatto da Paolilli, né con quello di Guiglia.
Paolilli in una relazione di servizio che fu inviata alla Squadra mobile parla di tre perquisizioni e del sequestro di sei fogli. Di Bella, in un altro documento scrisse nero su bianco che i fogli erano undici. Inoltre c'è confusione sulle modalità in cui furono trovati i documenti nello sgabuzzino. Guiglia sostiene di aver avvisato Di Bella, che era il più alto in grado, della busta e di non sapere dove fosse Paolilli. Di Bella oggi ha riferito di essere stato informato dei fogli proprio da Paolilli. E quest'ultimo non ha mai saputo chiarire la questione.
Quella ricerca di documenti era partita sin dalla sera dell'omicidio del 5 agosto 1989 quando il padre del poliziotto, Vincenzo, lanciò il portafoglio del figlio sul muro. Con quel gesto si trovò un bigliettino in cui Agostino aveva scritto che se gli fosse successo qualcosa c'era da cercare nel proprio armadio. "Io non partecipai alla prima perquisizione - ha ricordato oggi in aula - Andarono altri colleghi o investigatori. E' da questo appunto che si arriva alle perquisizioni successive perché non era stato trovato niente di rilevante nelle precedenti".
"Io andai diretto in camera da letto. E fu trovata questa busta. Non la trovai io. Fu trovata in questo sgabuzzino alla destra dell'ingresso. Non ricordo chi mi disse del ritrovamento della busta, se Paolilli o Guiglia". A quel punto il sostituto procuratore generale Umberto De Giglio (rappresentante in aula dell'accusa assieme a Domenico Gozzo, applicato dalla procura nazionale antimafia) ha proceduto alla contestazione di quanto disse nel dicembre 2009, dove raccontò che a portargli questi appunti fu "l'agente che partecipa alla perquisizione, quello che veniva dalla Questura di Pescara", ovvero Paolilli.


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Il presidente della Corte, Sergio Gulotta



Il verbale di perquisizione sparito
Dopo aver confermato il teste ha proseguito il racconto: "Ricordo questa busta. Me l'ha data, non ricordo se con i fogli piegati. Io l'ho aperta e dopo una prima lettura capii che poteva essere utile alle indagini dell'omicidio. Non ricordo se subito nell'immediato siamo usciti da casa e tornati in ufficio".
Alla domanda sul perché non fu fatta immediatamente la verbalizzazione ha risposto che al tempo "a volte sfuggiva" in casi simili. Cioè "ci eravamo buttati a capofitto sul contenuto dei documenti, eravamo presi a fare le verifiche sugli appunti manoscritti. L'abbiamo fatto forse dopo un ulteriore interrogatorio della Annunziata vi fu l'occasione per il verbale di sequestro degli appunti. Se tutto ciò fosse normale? No, non era normale. E che si cercava nell'immediatezza di portare avanti spunti di indagine, e magari sfuggiva di formalizzare secondo i termini di formalizzare l'atto investigativo".
Altro punto che non è stato chiarito è il motivo per cui, nel dicembre 1993 fu sollecitato a scrivere una relazione di servizio proprio sui fatti avvenuti nei giorni successivi all'omicidio.
Nel corso dell'esame il teste, richiamato più volte nell'essere puntuale e preciso nelle risposte e non elusivo, ha anche ricordato che la prima pista seguita, quella passionale, fu di fatto "inconcludente" e ha detto di non sapere se vi fossero altre piste anche se agli atti è emerso in alcune note della sezione omicidi che da alcune intercettazioni era emersa la pista per cui Agostino potesse essere dietro ad un latitante mafioso e che era entrato in contatto con questo mondo tramite un familiare della moglie. "Non ricordo questo aspetto - ha dichiarato ancora l'ex poliziotto - Non ricordo di aver fatto parte in maniera organica di un filone investigativo di questo tipo. Io mi sono pure occupato della pista della moto che fu utilizzata e rinvenuta, ma non ricordo altro".


agostino nino e ilda casteluccio

Il poliziotto, Nino Agostino, e la moglie, Ida Castelluccio


All'udienza odierna è stata anche sentita la zia di Nino Agostino, Rosalia Di Dio, che raccolse alcune confidenze del marito, Salvatore Agostino, fratello di Vincenzo.
La donna ha confermato che questi gli disse che il nipote voleva dar parte dei Servizi segreti e che gli confido di alcuni viaggi "vestito in maniera civile, che faceva con una valigetta, prendendo il treno da Palermo a Trapani". "Mio marito - ha aggiunto - mi diceva che queste erano attività di servizio. E che doveva dare l'impressione di essere un pendolare". La Di Dio, sentita dagli investigatori della Dia nel 2018 raccontò anche un altro dettaglio, ovvero di aver saputo da una sua vicina, la signorina Longo, che era la cugina di Enzo Lo Monaco, a sua volta sposato con Concetta Falcone, di una considerazione che proprio il giudice Falcone avrebbe fatto in famiglia. Ovvero che questi due ragazzi "sono morti al posto mio".
Altro dato raccontato è il forte rammarico di Nino Agostino per un blitz mancato, a Cefalù, dopo un appostamento ad un matrimonio a cui avrebbe dovuto partecipare una persona mafiosa. "Mi raccontò qualcosa su un servizio. Stettero tutta la notte lì in questo matrimonio e dopo una nottata arrivò il dottor D'Antona a dire che l'operazione non si faceva più. E se non sbaglio disse che hanno visto parlare D'Antona con qualcuno che era della festa. Nino era molto amareggiato di questo fatto".
Altro elemento di interesse ha poi riguardato un colloquio avuto con Augusta Schiera, la mamma del poliziotto Agostino. "Mi raccontò che quando Nino si era sposato aveva trovato una busta aperta. Gli diede uno sguardo e vide che erano cose che riguardavano il suo lavoro e che subito dopo il rientro dal viaggio di nozze, la prima cosa che chiese fu proprio quella di ridargli questa busta. Noi parlammo di questo. Disse che l'aveva intravista".
Successivamente è stata la volta di Rosalia D'Amico, una delle dipendenti del negozio da cui risultò essere stata rubata la moto usata per il delitto.
Il processo è stato infine rinviato al prossimo 8 luglio quando all'aula bunker del Pagliarelli saranno sentiti il "falso pentito" Vincenzo Scarantino ed i collaboratori di giustizia Gaspare Mutolo, Giovanna Galatolo, Di Maggio, Cuffaro e Francesco Marino Mannoia.

Foto del processo © Emanuele Di Stefano

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