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Cresce il blocco dei BRICS, sono sempre di più le alleanze commerciali con la Russia

L’avanzata russa per il pieno controllo delle repubbliche separatiste di Donestk e Lugansk continua senza sosta.
Nella giornata di oggi le truppe di Mosca hanno consolidato le loro posizioni nella periferia sud e sud-est di Lisichansk, ultima città della regione orientale di Lugansk controllata da Kiev.
"La lotta per la città continua da diverse direzioni. Il nostro compito principale è resistere il più a lungo possibile", ha affermato il governatore provinciale Serhiy Gaidai. Secondo il rappresentante in Russia dell'autoproclamata repubblica popolare di Lugansk, Rodion Miroshnik, le truppe filo-russe controllano "attualmente il 30% di Lisichansk" e si combatte nell'area dello stadio Shakhtar della città, prendendola d’assalto da sud e sud-ovest.
Sul fronte bellico Lisichansk rappresenta solo l’ultimo colpo di mano di una lunga serie di successi militari avvenuti nelle ultime settimane.
Il 21 giugno è stato concluso un imponente accerchiamento nella città di Zolote che ha visto circondati quasi duemila uomini dell’esercito ucraino, privi ormai di vie di fuga, poi arresisi 3 giorni dopo; Severodonetsk è stata conquistata il 24 giugno; in cinque giorni, secondo il ministero della Difesa della Federazione Russa, sono stati conquistati gli insediamenti di Loskutovka, Podlesnoe, Mirnaya Dolina, Shchebkarier, Vrubovka, Nfrkovo, Nikolaevka, Novoivanovka, Ustinovka e Rai-Aleksandrovka.
Certamente è stato di peso in questa lunga serie di avanzate la capacità russa di dispiegare 60mila uomini, a fronte di appena 15mila difensori ucraini e di incalzare le linee nemiche una pioggia quotidiana di oltre 50mila fra razzi come il BM21 Gradi, missili e proiettili di obici e mortai.
Una pressione sempre meno sostenibile dalle forze di Kiev e mentre Volodymyr Zelensky lancia proclami televisivi che paventano una controffensiva nei prossimi mesi degna dei migliori film hollywoodiani, capace di sovvertire le sorti del conflitto, a Washington molti già annunciano un quadro molto più funereo.
Un funzionario militare e una fonte che ha familiarità con l’intelligence occidentale, citati oggi dalla CNN, concordano sul fatto che è improbabile che l’Ucraina sia in grado di ammassare le forze necessarie per recuperare tutto il territorio perso dalla Russia durante i combattimenti, soprattutto quest’anno.
Lo stesso segretario generale della Nato Jens Stoltenberg aveva affermato pochi giorni fa che la risoluzione del conflitto ucraino sarebbe avvenuto “attraverso la diplomazia”.
Trattative di pace rimandate a data da destinarsi evidentemente condizionate, a continue quanto poco risolutive nuove forniture di armamenti.
Il 23 giugno, il Pentagono aveva annunciato che, nell'ambito di un nuovo pacchetto di assistenza militare da parte americana, sarebbero stati forniti a Kiev quattro sistemi a lancio multiplo (MLRS) HIMARS (High Mobility Artillery Rocket System), 18 motovedette, 36mila proiettili di artiglieria, 12mila lanciagranate e 2mila mitragliatrici. Si parla di un importo di 450 milioni di dollari, che ha portato a 6,1 miliardi di dollari il valore finanziario complessivo del sostegno militare a Kiev, secondo il portavoce del dipartimento della difesa John Kirby.
Gli Himars hanno visto il loro battesimo nella giornata di oggi, con un attacco alla città di Perevalsk.
“Da parte delle formazioni armate dell'Ucraina, alle 07:20 sono stati registrati bombardamenti in direzione dell'insediamento di Perevalsk con l'uso dell'M142 HIMARS MLRS”, si legge oggi in una nota dell’ufficio di rappresentanza della Repubblica popolare di Lugansk.
Un nuovo arsenale che difficilmente potrà cambiare le sorti della guerra: è sempre la CNN ad ammettere che “forze ucraine stanno esaurendo il loro equipaggiamento e le munizioni più velocemente di quanto l'Occidente possa fornire e addestrarle ai nuovi sistemi d'arma standard della NATO”.
A vincere di un prolungamento della guerra a tempo indeterminato sono però le industrie degli armamenti: secondo i dati Bloomberg, da gennaio al mese di maggio 2022, mentre il principale indice di borsa l’S&P 500 ha perso il 15%, le azioni di Lockheed, il primo gruppo mondiale della difesa, nello stesso periodo sono salite del 26%, quelle di Northrop Grumman, produttrice dei grandi droni Global Hawk, del 21%, mentre quelle di Raytheon del 10%.

Il nuovo scacchiere mondiale
La guerra in Ucraina, che le cronache ci dicono essere ormai in pugno a Mosca, sta portando a due stravolgimenti geopolitici: il primo è la fine, de facto, della trazione statunitense di buona parte del pianeta, la seconda è il consolidamento di alcuni assetti e alleanze geopolitiche. Di fatti è ancor più evidente, oltre che una nuova guerra fredda fatta di minacce e deterrenti nucleari, anche un bipolarismo globale. Oltre al solito blocco atlantista, di cui l’Italia è una delle principali protagoniste, specie con l’attuale governo Draghi, si assiste a un secondo blocco che vede la Russia legata, in primis, alla Cina che in questi mesi, oltre ad aver espresso vicinanza alle mosse di Mosca e richiesto lo stop alle mire espansionistiche della NATO, ha stretto accordi militari e commerciali di grande livello con la sottoscrizione del gigante russo Gazprom di un accordo con la cinese CNPC per rifornire il Dragone di 10 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno per il prossimo trentennio (da saldare in euro). L’intesa e l’amicizia che la Russia condivide con la Cina è condivisa da anni anche con altri tre paesi che vivono una situazione economica in via di sviluppo e presentano abbondanti risorse naturali strategiche e, soprattutto, sono stati caratterizzati da una forte crescita del (PIL). Si tratta di Brasile, Sudafrica e India che insieme a Russia e Cina formano il BRICS, un’alleanza che ora si vede favorita dalle sorti della guerra con l’Iran e anche l’Argentina che hanno presentato domanda di partecipazione negli ultimi giorni per unire le forze assieme a loro. Il BRICS rappresenta una schiera di nazioni che costituiscono il 46% della popolazione mondiale e che si apprestano a lanciare una valuta comune come alternativa al dollaro negli scambi internazionali, ridisegnando i rapporti di forza a livello geopolitico.
I Brics nel loro vertice di Nuova Delhi del 26 giugno hanno deciso di continuare a sostenere la Russia dal punto di vista commerciale, senza applicare le sanzioni comminate dall’Occidente. La portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova ha affermato che anche l'Argentina avrebbe presentato richiesta di unirsi al gruppo. Insomma, la narrativa in base alla quale Mosca avrebbe isolato se stessa dal mondo con la decisione di attaccare l’Ucraina, di fatto cozza con la realtà; le ulteriori sanzioni punitive non faranno altro che rafforzare un blocco di paesi non allineati, forti di una maggiore popolazione più numerosa, a mettere in discussione l’egemonia del dollaro come valuta di riserva.
Tra i Paesi che più stanno sostenendo Mosca, troviamo l’India. Quest’ultima, in particolare, di recente sta aiutando la Russia ad aggirare le sanzioni dell’occidente con enormi quantità di greggio russo acquistato e poi esportato negli ultimi mesi dall'India, ciò fa sì che parte di esso faccia ritorno nelle stazioni di servizio europee e americane. Un processo di mascheramento che dà respiro a Putin. Anche il Pakistan si sta avvicinando molto a Mosca. Islamabad, dopo un accordo stipulato a marzo tra il presidente Vladimir Putin e Imran Khan,  prevede importerà circa due milioni di tonnellate di grano dalla Russia. Inoltre, il condotto del gas “Pakistan Stream”, a lungo ritardato, verrà costruito in collaborazione con società russe. Il gasdotto di 1.100 km (683 miglia) che collega Russia e Pakistan, già concordato nel 2015, sarà quindi finanziato sia da Mosca che da Islamabad e sarà costruito da appaltatori russi. L’accordo bilaterale è arrivato quando la maggior parte dei paesi occidentali aveva già iniziato ad allontanarsi dalla Russia, imponendo pesanti sanzioni economiche al paese in risposta all’invasione dell’Ucraina. La disponibilità, nonostante l’escalation russa, di alcuni paesi nel voler stringere accordi e condividere interessi economici dimostra come in realtà ci sia una volontà diffusa di cambiare lo status quo e di polarizzare lo scacchiere internazionale.

Foto: it.depositphotos.com

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